| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

05.

Camminare

di Ciro Ruotolo

Cammina. Cammina. Cammina.

Fa bene alla circolazione e ti mantiene in forma.

Non puoi permetterti un auto. Cammina.

Vuoi riflettere con calma, senza fretta. Cammina.

Sei solo, a casa. Esci e ..Cammina.

Ecco quali erano i suoi impegni: Camminare, camminare, camminare.

Una volta lasciato lo stadio, dove aveva assistito alla settima brutta sconfitta della Virtus, Severin aveva deciso di fare una lunga e rigenerante passeggiata.

Quell'indiscreto e goffo barista non ha torto, il problema non riguarda i singoli. Pensò. La squadra non ha un'identità, non ha gioco, non sono motivati e, cosa peggiore, non sanno come si sta in campo.

Tu conosci il modo di risolvere questi problemi? Sì, sono certo che ne sarei capace.

Ma sappiamo che non ti metteresti mai in gioco. Ti sbagli.

Dimostramelo. Zitto, sto pensando.

Dimostralo! Non ne sento il bisogno.

Cazzate. Cazzate.

Severin è Pazzo?

Lo sei? No!

Aveva tre anni, quando suo padre decise di andare via, quando decise di scappare lontano abbandonando la compagna di una vita e il figlioletto che insieme tentavano di crescere.

Senza apparente motivo e senza preavviso, Rodjon Degofelicév, in una fresca sera autunnale, lascia il suo ufficio, saluta i colleghi e abbandona la sua vecchia vita. Desiderio di rinascita? Voglia d'avventura? Un'altra donna? La Pazzia?

Non era pazzo. Non sei pazzo.

Le ragioni che spinsero Rodjon a mollare le sue abitudini e la parte più preziosa dei suoi affetti, al momento, non sono chiare e non ci interessano, ma sappiamo che Severin non ne conserva alcun ricordo.

Come fai a non ricordare il viso di tuo padre, Severin?

Te ne sei andato senza neanche salutarmi, avevo appena tre anni, cosa vuoi che ricordi?

Ma diamine fa' uno sforzo, ne abbiamo passato di tempo insieme, sono sicuro che se ti impegni un'immagine, anche se sfuocata e opaca, del tuo vecchio saprai tirarla fuori dai recessi della tua memoria! Dannazione me lo devi! Io non avevo scelta, dovevo andare, non potevo restare, ma non vi ho abbandonati, ho fatto in modo che nulla vi mancasse, lo sai!

Io non so nulla. Tu sei pazzo.

Non sono pazzo. No. No. No. Sevi non ti azzardare a dire che sono pazzo perché io...

Basta così. Taci.

La voce, la voce di suo padre, quella riusciva a ricordarla. Gli si era impressa nella mente come un'impronta lasciata nella neve soffice.

In principio non sapeva a chi associare quella particolare intonazione che continuamente tendeva a rimproverarlo e si divertiva a stuzzicarlo, compiacendosi della sua inettitudine.

Poi come un'accattivante illuminazione, cominciò ad accostare quel suono ben articolato e modulato alla figura paterna, che con quell'improvviso e inaspettato abbandono divenne la figura più presente nella vita di Severin.

Quella mancanza l'aveva tenuto compagnia costantemente durante la sua insopportabile adolescenza, l'aveva condizionato in ogni sua scelta, inconsapevolmente, inconsciamente si era sempre sentito giudicato e messo in discussione.

Poi, la voce.

Non era qualcosa di sovrannaturale, non si trattava di un'essenza sconosciuta e onnisciente che abitava nella sua testa e che arbitrariamente, in modo tutt'altro che ponderato, associava al padre fuggiasco. No.

Era parte di lui. Nulla di più semplice: una precisa e ben identificata parte dei suoi pensieri trovava sfogo attraverso quelle impalpabili corde vocali, che nulla avevano a che fare con la gola, ma che nella sua mente avevano trovato un'accogliente dimora.

Talvolta, in virtù di una rappresentanza orale, la voce manifestava una sfrenata e passionale razionalità, talaltra si lanciava in un'autocritica senza precedenti, che molto spesso sfociava in autodistruzione condita da sadico disinteresse.

Cammina. Cammina. Cammina.

Non aveva voglia di tornare a casa, aveva bisogno di aria fresca e luce del sole sulla pelle, ne avvertiva imperterrita la frustrante necessità.

Ma, ormai, era troppo tardi.

Alessandro era seduto nella sua vecchia poltrona da balcone (come amava definirla, solo perché era lì che la teneva), in una mano stringeva l'edizione tascabile di Shining, nell'altra un bicchiere pieno di, a giudicare da colore e bollicine, coca-cola.

Il miglior coinquilino che si potesse avere. Simpatico, generoso, ottimo conversatore, intelligente e a tratti brillante.

Il peggior coinquilino che si potesse desiderare. Indiscreto, casinista, disordinato, perennemente affamato e permaloso.

Come se avesse conosciuto il momento esatto in cui Severin avrebbe svoltato l'angolo, Alessandro chiuse il suo libro in modo tutt'altro che delicato e balzò in piedi con raggiante allegria: "Sevè! Sei a casa! Allora? Quanti oggi?"

Logicamente si riferiva ai goal incassati dall'A.C. Virtus et Spes: "A cosa ti riferisci?", adorava innervosirlo, di tanto in tanto. E quello era un ottimo, e già più volte collaudato, sistema: fingere di non aver capito, quando entrambi sapevano che così non era.

Ma nella vita ognuno deve interpretare il suo ruolo e così mentre Severin credeva di indisporre l'amico, Alessandro recitava la parte che gli spettava, da copione, fingendosi scocciato e infastidito: "Scusa eh, ma da dove stai venendo? Dallo stadio, giusto? E allora a cosa posso mai riferirmi Sevè? Sveglia!", era la seconda volta, in quella tiepida domenica autunnale, che qualcuno gli suggeriva di svegliarsi mentre era perfettamente cosciente e a occhi aperti. "Mi riferisco alla partita e ai goal che ha incassato la squadretta che stai seguendo, da troppo tempo secondo me!"

"Cinque."

"E quanti ne ha fatti?"

"Lo sai, e lo si capisce dal modo in cui me lo chiedi!", rispose Severin con finto nervosismo. Sorrideva.

"E ja, mo non fare il permaloso. Io te l'ho sempre detto, quella è 'na squadretta! Lasciala perdere! La settimana prossima resta a casa con me che ci guardiamo la partita del Napoli!", urlò affacciato dal balcone, sorridendo a sua volta.

Alessandro e il suo Napoli, una vera e propria ossessione calcistica. Amore incondizionato e viscerale.

"Invece di urlare dal balcone, vieni ad aprire la porta, e sbrigati!"

Sì, era troppo tardi.

Nella maggior parte dei casi, trovava la compagnia di Alessandro gradevole e rilassante, a suo modo.

Il portoncino esterno, che dava sulla strada, era aperto. Lo richiuse alle sue spalle e cominciò a salire la rampa di scale che l'avrebbe portato al secondo piano, dove da qualche mese condivideva l'appartamento con il suo ex-compagno di squadra, Alessandro Sorrentino.

Subito prima di entrare in casa

(..ci vogliono solo un buon allenatore e..un paio di rinforzi..)

tornò ad affacciarsi nei suoi pensieri il simpatico, indiscreto e goffo barista della Virtus.

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