| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

07.

Il Pre-partita

di Ciro Ruotolo

"Esco!"

"Dove vai?"

"Alla partita!"

"Non urlare, TI SENTO!"

"Sicuro?"

"Cosa?"

"A dopo!"

"Cosa?"

"Ciao!"

"Vieni qui che non capisco nulla!"

Durante il breve e confuso scambio di battute Severin non aveva urlato. Sapeva che Alessandro riusciva a sentirlo perfettamente. In fondo erano quasi fianco a fianco, a separarli c'era solo un'insignificante parete divisoria.

Era di buon umore, la piccola recita che aveva seguito il sogno e preceduto la doccia da tempo era terminata.

Saltellando, scendeva aggraziato i gradini delle due rampe di scale che lo separavano dal mondo esterno. Uscì in strada con fare frenetico e spavaldo, mentre qualche metro sopra di lui, Ale continuava da solo la piacevole conversazione.

"Quindi non mangiamo insieme?

Noo ooo? Mi Seee eeenti?"

Le parole venivano trascinate con noncuranza in modo petulante e fastidioso, come fossero parte di una litania mandata a memoria, ma che non si aveva gran voglia di recitare.

"Rispoooo oooondiiii iiimi!

Riiiiispoooon diiiiimiiiii!

So che sei andato via, ma cazzo lo sai che odio quando mi pianti nel bel mezzo di una conversazione!"

Sdraiato nel suo letto, sveglio da qualche minuto Alessandro stava considerando l'idea di alzarsi e dare finalmente un senso alla sua giornata.

Indossava un paio di pantaloncini, vecchio cimelio calcistico dei tempi andati.

"Vieni qui Jack, vieni.

Io e te abbiamo un conto in sospeso. Vieni, lascia che ti offra qualcosa da bere!"

Afferrò l'edizione tascabile di Shining e prese a leggere assorto e concentrato.

Anche lui amava la lettura, anche lui trascorreva ore intere immerso nei suoi libri, ma le premesse e le peculiarità del suo rapporto con l'Arte Scritta erano totalmente diverse da quelle che caratterizzavano la devozione che Severin provava per la letteratura.

La differenza stava tutta nelle origini e nei presupposti di quest'amore.

Per Alessandro era un affetto incondizionato e disinteressato, qualcosa che trovava la sua ragion d'essere nell'intenzione e nella volontà di conoscere, sapere, apprendere. Conoscere qualcosa dell'autore che leggeva, apprendere come avrebbero reagito i suoi personaggi in determinate circostanze. Sapere e curiosare nella vita di questi individui che nulla avevano a che fare con la sua Realtà: sì, in fondo potremmo definirlo un pettegolo invadente!

Per Severin il discorso era totalmente diverso. I suoi sentimenti avevano radici più profonde e contorte.

In modo più o meno naturale aveva scelto di curare la sua avvilente malinconia con la letteratura. Leggere lo calmava e aveva il potere di contenere l'isterica rabbia che lo divorava.

Tutte le regole che seguiva, tutto quel rispetto che provava e pretendeva per i suoi autori e per i suoi libri altro non era che riconoscenza pura e semplice. Quel tipo di gratitudine che si può provare nei confronti del medico che con coraggio e fortuna ti ha salvato la vita. Quel tipo di riconoscenza che, in condizioni normali, si prova per un genitore.

Ma adesso, non c'è più tempo, perché Severin è arrivato al campo e con largo anticipo.

Di certo, avrà bisogno di compagnia.

 

La Virtus et Spes si trovava a giocare la seconda partita consecutiva in casa: cose che succedono in un campionato.

Lo stadio era chiuso.

L'ingresso della Tribuna Centrale deserto e abbandonato.

Mancava poco più di un'ora alla gara e probabilmente solo i ragazzi delle due squadre erano già entrati nei rispettivi spogliatoi, mentre cominciava l'affascinante Rito del Pre-partita.

Come spesso si narra, ogni squadra di calcio è un piccolo universo a sé stante, con tutta una serie particolare e unica di regole, principi e leggi. In questa cosmica architettura ogni calciatore rappresenta un pianeta distinto, incomparabile e inimitabile che trova nella sua individualità la forza e le ragioni per agire, principalmente, nell'Interesse della Collettività.

In quell'intrigante cerimonia che è il pre-partita, inizialmente viene fuori l'importanza del singolo.

Ognuno ha le sue fisse, ognuno ha il suo credo. C'è chi in cuffia ascolta in loop sempre lo stesso brano (Nel mio caso si trattava di My Michelle dei Guns N' Roses), c'è chi riesce a concentrarsi preparandosi con una lentezza disarmante, curando ogni gesto con meticolosa attenzione (tutto fuori dalla borsa: parastinchi, cavigliera, braccialetto portafortuna e maglia con dedica), oppure c'è chi deve assolutamente andare al bagno, nei pochi minuti che dividono la fine del riscaldamento dal riconoscimento: non un attimo prima, non un attimo dopo.

O ancora, c'è l'immancabile rompicoglioni che deve gestire la tensione calciando il pallone, negli spogliatoi, come fosse una palla pazza-magica: e giù a colpire chiunque e qualunque cosa, incurante delle proteste che numerosissime si levano in coro!

E poi c'è lui: l'allenatore!

L'allenatore guarda la sua squadra e non può fare a meno di pensare che sta allenando una banda di ragazzini autistici.

Osserva ogni azione con diffidente curiosità, spesso dimenticando che, magari in passato, anche lui è stato un attore, prima di diventare un acclamato (o detestato) regista.

Lui attende e ti scruta, imperturbabile. Ti parla sempre nel momento più sbagliato, attira la tua attenzione quando tu vorresti concentrarla su tutt'altro e allora accade qualcosa di incredibile: capisce di essere indesiderato e se ne va via!

"Forza! Forza!" E batte le mani. "Non perdiamo tempo, vi aspetto di sopra, in campo, per il riscaldamento!" E batte di nuovo le mani, da brava scimmietta. "Sbrigatevi!"

Ed è proprio in quel momento, in quel preciso istante che l'Anarchico rompicoglioni tira fuori il pallone e come un ossesso invasato prende a calciarlo all'interno dello spogliatoio. Inizia con piccoli tocchi, come per giocarci amorevolmente, inconsapevole del fatto che già dalle prime battute innervosisce e indispone buona parte della squadra, e poi parte a calciare con incredibile entusiasmo, a palleggiare e calciare ancora, per poi tornare a palleggiare offeso, quando qualcuno gli fa notare che deve smetterla!

Ma in fondo si sa che anche l'irritante parapiglia scatenato dall'irrequieto compagno di squadra è qualcosa da cui non si può prescindere. Distende gli animi, ti fa sorridere, se non addirittura ridere quando qualcuno viene colpito in faccia, ti rilassa e avvia quel fondamentale processo grazie al quale si smette di essere singoli individui e si diventa parte di qualcosa di più alto e di più grande, di più piacevole: un'unica e definita pluralità di soggetti che sente un solo cuore battere.

L'Adrenalina sale e ti esalta e dallo spogliatoio esce un solo corpo, concentrato e pronto a giocare contro chiunque.

Nello specifico, invece, dopo sette sconfitte consecutive, l'atmosfera nello spogliatoio della Virtus et Spes era ben diversa da quella che si respira in condizioni ideali.

La squadra appariva demotivata e apatica, l'allenatore, Moreno Mautone, non aveva la più pallida idea di come risolvere le cose. La problematica situazione non era di facile soluzione e a peggiorare il tutto c'era la squalifica di Federico, il portiere espulso nella precedente partita a causa di quel fallo da ultimo uomo commesso ingenuamente.

In silenzio i ragazzi si spogliavano e si preparavano per il riscaldamento. Gennaro, il portiere di riserva, visibilmente troppo teso, non riusciva a calmare il sussultorio tic della sua gamba destra: a soli diciassette anni non aveva idea di come affrontare quell'esordio dal primo minuto, in un contesto che non prometteva nulla di buono.

"Gennà, ma ti vuoi calmare un po', par' ca sta venenn' o terremot'!" La tensione era alle stelle, ma il tono di Giuseppe, il veterano Capitano della squadra risultò sereno e amichevole. Sapeva come si sentiva Gennaro, perfettamente. Era stato anche lui, all'inizio della sua carriera, solo un esordiente. Una carriera ricca di piccole soddisfazioni, un percorso che l'aveva portato a giocare anche in Serie B, per poi ritrovarsi a trentasei anni a vestire la maglia della squadra della sua cittadina, una maglia pesante che al momento non sembrava nascondere grandi gioie sotto i suoi colori vivaci e allegri. Ma le cose, nel giro di poche settimane sarebbero cambiate.

Gennarino (così lo chiamavano tutti perché era il più piccolo della squadra) apprezzò l'atteggiamento e il tono del suo Capitano e gli rispose con un sorriso nervoso e impacciato e riuscì addirittura a fermare il violento movimento della sua gamba.

E quasi in un sussurro, Giuseppe aggiunse: "Devi stare tranquillo, perché tu si fort' altrimenti non stavi qua, t' manc' solo l'esperienza, ma quella viene con il tempo. Ja, prepariamoci".

Tutti insieme uscirono dallo spogliatoio, senza spiccicar parola, il pensiero che li accomunava riguardava la partita che tra meno di un'ora avrebbero giocato, l'ennesima figuraccia, l'ennesima sconfitta: più perdi, più ti convinci che continuerai a perdere, la fiducia che provavi a inizio stagione ti abbandona pian piano e le cose ti appaiono colorate di grigio. Tutto è in bianco e nero e non vedi l'ora che arrivi il triplice fischio finale, prima ancora di metter piede sul terreno di gioco.

 

Ma quando si decidono ad aprire questi dannati cancelli.

Quasi come se avesse, in qualche modo, intercettato i pensieri della squadra di casa, squadra che seguiva da inizio campionato, il buon umore scomparve dal viso di Severin e al suo posto comparve un'espressione infastidita e annoiata, scoraggiata.

Si avvicinò al muro esterno e provò a sbirciare, non riuscì a vedere molto, ma quel poco bastò. Il riscaldamento stava iniziando.

In campo c'era solo la squadra ospite, brutto segno, pensò.

Si prospetta un'altra partitaccia, dovrebbero essere i primi a scendere in campo!

"Uèuè, allora? Che vogliamo fare? Volete entrare o la partita ve la volete guardare da quella crepa?"

Carmine Vorzillo, il tuttofare della Virtus.

Sbucò alle sue spalle con incredibile grazia, con quell'agilità propria degli uomini bassi e grassi. Una rapidità scattante, quasi animale.

Nel riconoscerlo un ombra di sorriso tornò a sfiorare le labbra di Severin. Doveva ammetterlo, quell'aggraziato, goffo ometto gli stava simpatico.

"Ah, sì, mi scusi. I cancelli erano chiusi e la curiosità è tanta, volevo solo dare un'occhiata e..."

A interromperlo fu il gesto di amichevole complicità che gli rivolse il magazziniere-barista-giardiniere-tattico della Virtus et Spes che prendendolo sottobraccio, disorientandolo, gli fece strada.

"Eeeh, e che sono tutte queste scuse? Mica io vi volevo rimproverare! Ormai io vi conosco bene, vi ho visto eh! Voi siete venuto a tutte le partite della nostra squadretta. Io sembra che non guardo niente, ma poi vedo tutto". E si esibì in un largo e, a suo modo, piacevole sorriso, mettendo in mostra una dentatura perfettamente bianca e curata!

Questa non me l'aspettavo!

"Per sfortuna, non stiamo andando bene, ma poi vedrete, ci riprenderemo. Come dico sempre, quella la squadra è buona..."

"Ci vogliono solo un buon allenatore e un paio di rinforzi!". Finì per lui Severin.

Carmine parve incredibilmente meravigliato, ma poi ricordò l'episodio della settimana precedente e rise sguaiato.

"Ma che scostumato che sono, non mi sono nemmeno presentato, mi dovete scusare eh!". Liberò il braccio da quello di Severin e gli porse la mano: "Il mio nome è Carmine, Carmine Vorzillo e sono un po' il tuttofare della Virtus! E voi invece? Come vi chiamate?"

Severin strinse la mano di Carmine, con vero piacere: "Io sono Severin, Severin Degofelicév. E le posso chiedere un favore? Basta con questa formalità! Se le fa piacere possiamo darci del tu".

Gli occhi di Carmine s'illuminarono imbarazzati: "Ma certo che mi va bene, benissimo! E dite dite, da dove venite? Che non ho capito tanto bene il vostro cognome".

"Mio padre era russo, mia madre italiana, toscana per la precisione. Ma, noto che continua e si ostina a darmi del voi! Non eravamo d'accordo sul fatto di mettere da parte queste inutili formalità! Proprio in virtù di quell'accordo, inizierò io, così magari riusciremo a liberarci di queste assurde convenzioni! Allora Carmine, dimmi un po', oggi contro chi si gioca?"

Il magazziniere quasi arrossì per la piacevole sensazione di essere trattato con naturale e genuino rispetto: "Severin, giusto? Severin, le cose oggi non stanno bene, dobbiamo giocare contro la terza classificata, sono una squadra attrezzata per vincere il campionato, la vedo proprio nera!"

La fiera e allegra espressione di Carmine mutò in un cipiglio imbronciato e guardò Severin con fermo scoraggiamento.

"Sì, è Severin, anche se voi qui a Napoli, avete la strana abitudine di spostare tutti gli accenti in avanti, cosa che trovo tanto simpatica, lo dico sempre al mio coinquilino.

Ad ogni modo, per quanto riguarda la partita, be' sì, hai ragione, non sarà una gara facile. Ma adesso che ne dici se entriamo e guardiamo un po' di riscaldamento?"

"Mi sta benissimo. Per la storia del nome, facciamo così, je t' chiamm' Sevè, così togliamo tutti i problemi da mezzo! Va bene?"

E contagiato dal sorriso di Carmine, Severin rispose: "Mi sta benissimo! Ora entriamo!"

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