| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

06.

Il Rosso e Il Nero

di Ciro Ruotolo

Ancora intontito riuscii ad aprire gli occhi, ma la mia mente rimase nell'oscurità per qualche minuto ancora. Non capivo dove fossi, eppure di una cosa ero sicuro: quella non era casa mia.

Ricordavo perfettamente di essermi addormentato sul piccolo divano della nostra accogliente Reading Room (è così che amiamo definire, la camera dove ogni sera, quasi come fosse un rito, dedichiamo ore intere alle nostre letture), che per quanto potesse essere modesta e spartana, sicuramente non era avvolta in un odore a dir poco nauseante, come se tutt'intorno l'intera popolazione mondiale si trovasse in uno stato di decomposizione avanzata.

Arrivai alla conclusione che quel terribile fetore era collegato all'altissimo tasso di umidità presente nell'intera stanza; ma ciò che più turbava la mia quiete, erano quei dannati roditori, che sfrecciavano tra e su le mie gambe, come se avessero una missione ben precisa da compiere, furiosi zampettavano di qua e di là, puntando mete da raggiungere, nel minor tempo possibile.

Finalmente la mia vista cominciava ad abituarsi al buio raggelante che misterioso mi circondava. Gli oggetti si definivano crudeli sotto le mie increduli pupille: c'era un..un letto?, anche se a me sembrava più che altro un tavolo estremamente basso, che sprovvisto di materasso, mi guardava sogghignante.

Alla mia destra potevo scorgere una serie di sbarre che si allungavano dal pavimento e si conficcavano nel soffitto. Tutto era più chiaro: una cella! Ero in prigione!

Milioni di domande cominciarono ad assillare la mia mente stanca: Come? Quando? Ma soprattutto, Perché?

Rifletti Severin, rifletti.

Papà?

Nessuna risposta. Silenzio.

Il tempo, da quando ormai il Calcio non aveva più un ruolo fondamentale nella mia vita, aveva assunto un significato e una dimensione fin troppo soggettiva. Scorreva lento, si dilatava. Ogni secondo poteva essere un giorno.

Più pensavo agli anni trascorsi lontano dal campo e più l'insopportabile ticchettio delle lancette del mio orologio stentava a scorrere.

Beh, la situazione aveva anche il suo lato positivo: sarei invecchiato tardi, molto tardi. Dovetti trattenere una risata isterica dopo la mia ultima considerazione, perché per quanto la personale dimensione temporale possa essere alterata dal proprio passato, le ore rimanevano ore, gli attimi rimanevano insignificanti momenti, le settimane erano sempre i soliti sette giorni da trascorrere in modo tranquillo e senza un reale obiettivo.

Lo stai facendo di nuovo, ma è possibile che non riesci proprio a cambiare?

Qualunque cosa fai, qualunque cosa dici è inconsistente!

Avrei preferito passare in quella cella la mia eternità, piuttosto che sentire quella voce, la sua voce.

La tua Voce.

Ma in fondo dovevo riconoscere che quell'invito a riflettere forse andava ascoltato perché lo stato delle cose non assicurava nulla di buono.

Mentre cercavo di raccogliere tutte le mie forze spirituali per cominciare un'analisi accurata della mia nuova condizione di galeotto cominciai ad avvertire una strana sensazione, qualcosa che mi turbava, e l'aspetto più interessante era che..

..da dove diavolo arrivava quel rumore tanto assordante quanto irritante?

Ricordava vagamente il suono di un telefono che correndo a passi svelti nella tua direzione richiamava la tua attenzione, ti imponeva il suo volere, ti obbligava a..

 

* * *

 

..a svegliarti..

..Quando Severin ancora intontito riuscì ad aprire gli occhi, la sua mente, stavolta, fu accolta da una soffice luce, che con tutta la sua grazia e il suo secco calore illuminava la Reading Room.

Guardò l'irritante sveglia e finalmente cominciò a capire.

Il fetore, gli infidi ratti, la galera.. il telefono che come un centometrista olimpionico lo raggiungeva..

Era solo un sogno ti sarebbe bastato riflettere, ma tu niente, sempre pronto a credere a tutto quello che la tua testa vuol farti credere, sei sempre lo stesso, non cambierai mai.

Mai.

Cominciò a ridere di gusto.

Borbottò qualcosa di incomprensibile e si mise a sedere, nel rialzarsi fece cadere uno dei suoi più cari amici. Dispiaciuto, guardò il pavimento sporco e tese il braccio per aiutare il compagno che tutta la notte era rimasto fedele tra le sue mani.

"Scusami, lo sai che sono distratto e sbadato.", raccolse il libro, ne baciò delicatamente la copertina e lo strinse forte a sé.

In quel gesto semplice, quasi infantile, vibrava un amore incondizionato e appagante, un amore che pian piano aveva stregato la sua anima. L'Arte Scritta. Le Parole, le lettere. Leggerle, toccarle, assaporarle. Se per Alfieri la Penna era valido surrogato della Spada, per Severin la Letteratura era la logica alternativa a una vita fatta di Calcio.

A ognuno la sua arma, a ognuno il suo scudo. A ognuno la sua guerra.

"Oh, Julien, sono certo saprai perdonare la mia disattenzione." Allungò le braccia e con fare rispettoso cominciò a contemplare il fantastico ritratto del giovane Sorel.

Io e te siamo simili. Pensò. La nostra profonda sensibilità ogni giorno fa a pugni con la nostra cinica ambizione.

Tu non hai ambizioni.

Le avevo.

Vivere nel passato non ti servirà, ti trascinerà in un abisso di ricordi e immagini sbiadite, dal quale non riuscirai ad uscire, mai più.

Mai più.

Mai.

Avvicinò il tavolino al sofà e vi poggiò sopra la più fortunata opera di Stendhal.

Diede un ultimo sguardo a Julien, meditò qualche secondo e considerò per un breve attimo la possibilità di terminare la sua lettura.

Direi che mancano ancora venti pagine, ma aspetterò. Ho paura di trovarmi come sempre a contemplare l'ultima pagina insoddisfatto. Sì!, credo proprio che attenderò ancora.

Ecco quello che si definirebbe un lettore atipico, aveva tutta una serie di regole che rispettava religiosamente.

La prima era quella di non guardare mai il numero delle pagine del libro che stava per cominciare, mai!

Un'occhiata veloce all'ultimo periodo?, una fugace sbirciatina al numero che a piè pagina indicava la fine?

No! Considerava quell'azione una mancanza di rispetto nei confronti dell'autore del testo.

Una grave mancanza di rispetto! Si ripeteva.

Certo!, è come se cominciassi pensando solo al momento in cui tutto sarebbe finito! E allora dove sarebbe il gusto, il piacere, il trasporto che dovrebbe caratterizzare ogni rapporto?

Aveva un fiuto per i suoi acquisti letterari incredibile, ogni storia che leggeva riusciva a rapirlo, a incantarlo e mai aveva preferito fine diversa da quella che ogni scrittore ideava per i suoi personaggi.

Ma allora perché aveva quella paura costante di provare un forte senso di smarrimento alla vista dell'ultima pagina? Perché? Perché terminare una storia lo metteva così a disagio?

...è difficile da spiegare e ogni volta che ci provo riesco a spaventarmi da solo!

Non sono creature inanimate, non è semplice inchiostro su carta. I miei amici più cari, i miei personaggi, sono carne, ossa, sangue, pensieri, passioni, idee, cattiveria, amore, ipocrisia. Sono reali. Vivono nella mia mente e si nutrono delle mie speranze e dei miei sogni, non vorrei mai lasciarli andare.

Ecco il motivo, lui ci si affezionava, soffriva con loro, si divertiva con loro, gioiva con loro non come un comune lettore che una volta chiuso il libro torna alla propria vita. Lui ci pensava continuamente, a volte ne parlava ad altri come se conoscesse personalmente quelle creature così vere. Cercava soluzioni ai loro problemi, si sforzava di capire il loro punto di vista, di essere un buon amico, sempre disponibile, amabile e gentile, non li giudicava, Mai! Erano i personaggi del mondo che più gli piaceva; quel mondo, quel paesaggio di luci e ombre che si estendeva per chilometri da est a ovest, da nord a sud, ma non c'erano orizzonti, non c'erano posti lontani o vicini, quell' immenso universo di spazi alterati e tempo indefinito era tutto racchiuso nella sua stravagante testa.

Ho bisogno assolutamente di una doccia. Rifletté, mentre si fissava allo specchio. Ho ancora addosso l'assurdo tanfo della prigione.

Sì, questo era un'altro dei suoi divertenti giochetti: se il sogno della notte precedente gli era piaciuto particolarmente, lui cominciava una piccola recita che prolungava quella piacevole illusione notturna.

Forse nessuno avrebbe trovato nulla di piacevole a stare in galera, forse qualcuno l'avrebbe preso per pazzo, forse lo era, ma sicuramente nessuno avrebbe capito.

Nelle tenebre della cella lui era Julien, nell'oscurità di quella piccolissima e scomoda stanzetta , lui, Severin Degofelicév, magicamente era un solo corpo e una sola anima con il giovane Sorel e ora era libero!

Era riuscito con qualche piccolo trucchetto a liberarlo (certo, molto di quell'incredibile impresa era dovuto principalmente al fatto che la sveglia avesse suonato, ma questo non importava), erano riusciti a fuggire insieme, lontano dall'orrenda fine che li attendeva.

Trentacinque anni, nessuno scopo, nessun obiettivo e la stessa capacità di sognare ad occhi aperti di un bambino.

La fanciullesca convinzione che la realtà era cattiva, spaventosa, avvilente.

La vivida tangibilità del suo onirico universo personale: il suo scudo. Le storie che amava leggere, gli autori che adorava: la sua spada.

Vivere il suo tempo senza aspirazioni. Deluso, sconfitto e disilluso. Costretto a indossare una corazza di passivo menefreghismo, priva di ispirazione e forza, per combattere la sua guerra.

Era lento, estremamente lento, ogni volta che si infilava sotto la doccia era capace di rimanervi per lungo tempo, senza preoccuparsi minimamente di chi fuori attendeva paziente e teneva meno conto di chi attendeva insofferente, lamentandosi continuamente.

Ma quanto ti ci vuole? Sembra siano passate delle ore! Ma quand'è che imparerai ad avere rispetto, quand'è che cambierai!?

Un tormento! Un autentico tormento!

"Smettila di strillare! Mi prendo tutto il tempo che voglio! Se non ti sta bene puoi anche andare a farti .."

Ecco un altro vantaggio del trovarti solo a casa: potevi tranquillamente parlare ad alta voce con te stesso, addirittura urlare, senza doverti preoccupare di spettatori indesiderati, che magari, avrebbero cominciato a porsi fastidiose domande sul tuo stato mentale.

Ma oggi devo sbrigarmi, oggi è domenica. Ancora, un'altra domenica.

La Partita.

La Virtus. Il Calcio. La Mia Vita.

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