| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

09.

So cosa fare!

di Ciro Ruotolo

La tensione circondava lo spogliatoio e rinchiudeva tutti in un’avvilente prigione invisibile.

La prima frazione di gioco si era chiusa sullo 0-0 e l’obbligo di vincere gravava sulle spalle della squadra di casa, la Real Giuglianese, più pesante che mai: in palio c’era la testa del Girone F di Serie D, in palio c’era la promozione diretta in C2.

I padroni di casa erano al secondo posto in classifica, a due punti di distanza dalla capolista, che si trovava nello spogliatoio di fianco e poteva gioire per il risultato parziale che, al momento, li consacrava campioni assoluti, incontrastati, promossi.

In quel periodo, Carmine, circa dieci anni prima di incontrare, per puro caso, Severin, era il magazziniere-barista-giardiniere-tattico della Real Giuglianese, club dalle grandi ambizioni dell’hinterland napoletano, che in quella stagione puntava al salto di qualità mirando a raggiungere il calcio professionistico, puntava a vincere il campionato.

La squadra era ben attrezzata, tutti la davano per favorita, l’allenatore era preparato e competente, il suo staff all’altezza della situazione e poi c’era il tuttofare Vorzillo che per mr. Seberini era un vice più che valido, capace di stupire con la sua preparazione tecnico/tattica. Ma un’infermeria sempre piena e carica di lavoro e i punti persi con squadre di bassa classifica avevano minato il morale della squadra e ormai, all’ultima giornata, le energie fisiche e mentali sembravano essersi esaurite.

Si era sullo 0-0 alla fine dei primi quarantacinque minuti di gioco, bastava vincere l’incontro per scavalcare in classifica gli avversari dell’Olympia Ponticelli, assicurarsi la vittoria del campionato e la conseguente promozione in C, ma l’atmosfera all’interno dello spogliatoio era sconfortante, il silenzio assordante, le teste basse e i tanti occhi assenti.

Carmine era dentro. Avrebbe voluto scuotere i suoi ragazzi uno per uno, avrebbe voluto prendere Carlo Seberini per una spalla e scrollarlo fino a ridestarlo dal suo controproducente e deprimente torpore. Avrebbe voluto urlare, prendere a calci e pugni borse e borsoni, trasmettere la sua rabbia, la sua grinta, la sua voglia di vincere all’intero spogliatoio, ma poteva solo tacere immobile e impassibile. Conosceva il suo ruolo e la delicatezza della sua posizione. Trovarsi lì, durante l’intervallo era una concessione che, nella sua più che decennale esperienza calcistica, solo Carlo gli aveva fatto e per nulla al mondo avrebbe perso quel privilegio tanto importante, guadagnato con duro lavoro, buona dose di umiltà e consigli (quasi) sempre vincenti.

 

Passi in lontananza, passi veloci scendono le scale che conducono agli spogliatoi, passi sempre più vicini.

Irruzione. Facce confuse, disorientate. Urla.

“Che cazzo state combinando? Probabilmente siete troppo impegnati a giocare una merda per rendervi conto che in questa partita vi state giocando TUTTO?”

Carmine ascoltò impietrito le parole di Francesco Sposito, il direttore sportivo della Real Giuglianese, che mai prima di quell’ultima partita di campionato aveva avuto un atteggiamento simile. Mai prima di quel momento aveva mancato di rispetto all’allenatore e all’intera squadra, con un’invasione tanto prepotente, urlando con quanto fiato aveva in gola; ma soprattutto mai era entrato nello spogliatoio durante l’intervallo, se non invitato.

Ancora Silenzio. Nessuno, né Carlo, né altri ebbero il coraggio di replicare, nessuno ebbe il coraggio di rispondere, in qualche modo, al retorico interrogativo lanciato da Sposito.

Silenzio. Sguardi bassi.

Francesco rimase totalmente spiazzato. Era pronto ad affrontare qualunque tipo di reazione, pronto all’infuocato confronto se fosse servito a scuotere quei ragazzi. Tutto si sarebbe aspettato, ma non quell’atmosfera spenta, così pesantemente annichilita dallo sconforto e dalla paura di non farcela.

Il Silenzio sempre più protagonista sigillò, immobilizzandole, anche le sue labbra, mentre la porta si rischiudeva alle sue spalle lentamente, con non curanza.

Intanto cinque dei quindici minuti del riposo erano trascorsi, scappati via da quelle avvilenti quattro mura.

Come risolvere una situazione tanto compromessa? Come cambiare le cose? In che modo?

“Forse so cosa fare!”, una voce calma ma decisa si levò nell’aria come un dolce suono di speranza che colmò il cuore di Carmine di una strana e inspiegabile serenità.

Ci sono situazioni che necessitano solo di una piccola spinta per cambiare radicalmente. A volte basta uno sguardo, un sorriso, una frase, una parola, un solo gesto. A volte le persone hanno bisogno solo di qualcuno che le prenda per mano e le guidi fuori dall’irrisolvibile labirinto di negatività in cui sono state gettate.

A volte.

Quelle volte in cui un’insospettabile voce fuori dal coro, con genuina e spontanea semplicità, riesce a stravolgere tutti gli equilibri preesistenti.

“So cosa fare! Uscite tutti, lasciateci soli.

Tutti.

Anche lei mr, e lei direttore, e lei prof, tutti.

Tutti tranne Carmine!”

Ancora Silenzio.

Un Silenzio diverso, consapevole e incredulo, stavolta, seguì le parole del capitano, il portiere della Real Giuglianese.

Il suo invito a lasciare sola la squadra, rivolto ai dirigenti, al preparatore atletico, al massaggiatore e all’allenatore, a tutti i presenti tranne che al magazziniere lasciò tutti interdetti, totalmente sorpresi.

Una richiesta troppo assurda e inspiegabile per non essere presa in considerazione.

Forse Alessandro sapeva, realmente, cosa fare. Nella sua voce e nel suo sguardo c’era un’inconsapevole energia, una sicurezza che stregava e ti imponeva il suo volere, senza condizioni, senza possibilità di replica.

“Direi che per come stanno le cose vale la pena tentarle tutte” tentò Sposito, il direttore “se per lei va bene mister direi di accontentare la volontà dei ragazzi, magari ne esce qualcosa di buono”.

“Io non so che dire, non capisco il senso di questa decisione e…”, ma Carlo venne interrotto da Alessandro.

“Mister non c’è molto da capire, come ha detto il direttore, vale la pena tentare.

Lei per tutto il campionato ha avuto la nostra totale e assoluta fiducia e ancora adesso noi siamo con lei, ma qui bisogna invertite drasticamente la rotta.

I problemi che abbiamo dovuto affrontare, insieme, nel corso degli ultimi mesi hanno stancato anche lei.

Forse lei più di tutti: ogni domenica a inventare una formazione diversa, ogni volta, a causa degli infortuni che ci hanno perseguitato per l’intera stagione, ha dovuto cambiare troppo spesso modulo e uomini in campo.

Ora c’è bisogno di stravolgere il modo di pensare, abbiamo bisogno di trovare, tentare una strada nuova, e vogliamo farlo a modo nostro, vogliamo farlo continuando a rispettare il grande lavoro che ha fatto per questa società, regalando a lei, mister, al direttore, al nostro prof, a Carmine e a tutti i nostri tifosi questa vittoria, ricordando che se siamo qui, all’ultima giornata, a giocarci la promozione è solo merito suo”.

“Tutti fuori, andiamo. Vi aspettiamo in campo ragazzi”, la voce di mr. Seberini suonò alle orecchie dell’intero spogliatoio fiera e piena d’orgoglio, complice. Carlo guardò Carmine, con una punta di leggero imbarazzo, misto a tanto affetto e incredibile stima: “Carmine è tutto nelle tue mani, se vogliono te un motivo deve esserci. Hai tutta la nostra fiducia, sono convinto di parlare a nome di tutta la società, tutti sanno quanto vali, la squadra crede in te”.

Solo qualche passo in direzione della porta chiusa e cambiò idea, dirigendosi verso Alessandro, allungò la mano distendendo il braccio: “Capitano ti restano pochi minuti, fai quello che devi fare, di’ quello che devi dire, scendete in campo e vinciamo questa partita, lo meritiamo tutti e più di tutti, lo meritano i nostri tifosi, che per tutto l’anno, anche nei momenti più difficili ci hanno dato il sostegno di cui avevamo bisogno ricoprendoci d’affetto.”

Si strinsero la mano, nel farlo Alessandro si alzò e in un breve abbraccio avvicinò le labbra all’orecchio del suo allenatore, bisbigliando: “Grazie mister!”

 

Uscirono tutti, guidati da Carlo Seberini, seguito dal direttore, dal massaggiatore, e in coda, dal preparatore atletico, che molti in ambito sportivo chiamano prof, e dal segretario.

Dentro, la squadra e Carmine Vorzillo.

Qualche secondo di Silenzio.

La concentrazione sul volto dei ragazzi ora era impressionante. Ognuno aveva ascoltato il breve e risolutorio scambio di battute tra Alessandro, il loro Capitano, e l’allenatore, Carlo Seberini.

Il volto di Carmine era tirato, una maschera di sensazioni inafferrabili e inspiegabili.

Volevano Lui. Avevano bisogno di Lui.

Ma perché?

Cosa si aspettavano che facesse?

Una magia? Un incantesimo alle gambe stanche della formazione titolare?

Un immenso lavoro psicologico che restituisse a quei ragazzi la grinta e la consapevolezza necessaria a raggiungere la vittoria? Nei pochissimi minuti che restavano all’intervallo?

Un Miracolo? Forse è questo che gli stavano chiedendo!

Ma perché proprio a Lui?

“Carminiè, ho voluto, abbiamo voluto che restassi qui, con noi, per pochi semplici motivi, e spiegarli tutti nel poco tempo che ci resta è impossibile, devi solo sapere che tutti, qui, sappiamo che sei molto più di un semplice magazziniere, che vedi, ma cosa più importante, senti e leggi le partite come pochi.

E c’è di più: tu ci conosci bene, sei parte di questa squadra quanto lo sono io, quanto lo siamo tutti noi. Sempre presente a ogni allenamento, col la tua simpatia, la tua intelligenza, la tua voglia di fare e il tuo amore assoluto, puro, per il calcio. La tua voglia di migliorare e il tuo tatticismo quasi perfetto!

Abbiamo bisogno di te.

Io ho fatto quello che dovevo fare. Ho dato a te la possibilità di fare e dire qualunque cosa in assoluta libertà, senza la fastidiosa sensazione di essere di troppo, senza la scomoda presenza di tutte quelle persone che, sulla carta, ti sono superiori.

Oggi, ora, in questo momento, Tu non sei qui per una concessione fatta da un umile e modesto allenatore che crede in te. Tu adesso sei con Noi perché Noi abbiamo bisogno di Te.

Carminiè sta partit’ a vuò vencer’ comm’ a vulimm’ vencer’ nuje!”

“Non perdiamo tempo”, Carmine prese a parlare senza pause, senza tentennamenti, senza indugio. Si sentiva perfettamente a suo agio, voleva quella vittoria, anche lui la meritava.

“Iniziamo con gli stessi uomini, nessun cambio, ma l’avete visto, l’avete subìto per tutto il primo tempo: sulle fasce, l’Olympia Ponticelli ha chiuso tutti gli spazi, si sono messi a specchio, hanno risposto al nostro 4-2-3-1 con un 4-2-3-1 identico, con la differenza che gli esterni che avete di fronte non attaccano, si preoccupano solo di difendere, a loro il pareggio sta bene, giocano solo in contropiede e noi li stiamo assecondando, cercando sempre la giocata manovrata con soluzioni sulle due ali.

Così non va bene.

Scendiamo in campo con gli stessi uomini ma stavolta noi ci mettiamo così: quattro dietro, lì non cambia nulla, ma a centrocampo dobbiamo assolutamente incidere di più, ci mettiamo a tre, tu Simò, ca’ fine e mmo’ e fatto ‘o trequartist’ comincia a giocare una ventina di metri più dietro, lo sai fare, lo sappiamo tutti, e fatti dare sempre la palla e cerca subito la verticalizzazione centrale per Giacomino, la punta centrale, e per Lucariell’ e Alfred’, i due esterni, che per tutto il secondo tempo devono tagliare sempre verso il dischetto del rigore, e fare gli attaccanti centrali, a parte i primi cinque minuti che devono fintare lo scatto verso la bandierina.

Questa gara la decidiamo con palle centrali, questa partita la vinciamo con continue incursioni centrali e nun tenimm’ o tiemp’ e fa strunzat’, subito palla a Simone e lui cerca la giocata sulle tre punte nostre.

Nun’hann’ capì nient’, veloci, veloci, veloci, subito a verticalizzare.

Alessà, tu non lanciare mai lungo come hai fatto per tutto il primo tempo.

Giocala sempre vicino, sui terzini.

Possesso palla, ma non fine a se stesso, aggressivo, vivace e veloce.

S’addà vencer’ o sapit’ e nuje simm’ e cchiù fort’!”

Tutti si alzarono in piedi, sorridendo e urlando.

Erano pronti, erano carichi, erano decisi a Vincere il Campionato.

Tutti, a passo svelto, in una costante pioggia di tacchetti sul pavimento dello spogliatoio, raggiunsero la porta. Uno dietro l’altro, incoraggiandosi a vicenda, con il morale alle stelle.

Carmine e Alessandro chiudevano la fila, si guardarono per un attimo e un Piacevole Ghigno famelico andò disegnandosi sul viso del Magazziniere.

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