| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

10.

Palla sul Dischetto

di Ciro Ruotolo

Severin era sveglio, attento, un buon osservatore, e notò subito la sfumatura di quel ghigno che mai, prima di quel momento, aveva notato sul viso del suo nuovo amico. Un’espressione affamata, inamovibile, sfrontata.

In principio, l’idea che quel cambiamento era da attribuire al suo coinquilino non sfiorò la sua mente vigile. Ma tanti erano gli interrogativi che lo incuriosivano: perché Carmine aveva disegnato quel sorriso vorace e orgoglioso sul suo viso? Cosa aveva scatenato il repentino e genuino cambiamento? E poi ancora, soprattutto: perché l’abile magazziniere-barista-giardiniere-tattico sembrava fissare Alessandro con scaltro rispetto?

Si conoscono! Si conoscono da prima che tu incontrassi l’uno e poi l’altro.

Si conoscono, magari da tanto tempo e magari hanno già riso alle tue spalle!

Si sono presi gioco di te. Sei solo una di quelle storielle divertenti e un po’ patetiche che si raccontano agli amici quando non si sa di cosa parlare.

Sei solo una parentesi tra le novità del momento e un silenzio che comincia a diventare imbarazzante, sei solo una cazzata da bar. Sei solo una sciocca barzelletta.

Sei solo.

Severin lasciò sfogare la voce che ormai era diventata parte della sua essenza, prima di concludere l’ennesimo e sgradevole attacco con un secco: in fondo anche tu sai che non sarò mai solo, io ho te e, questa volta, entrambi sappiamo che non mi abbandonerai, vero papà?

Silenzio.

Carmine servì l’ultimo cliente con sapiente velocità e con altrettanta prontezza si liberò dell’odiato grembiule per uscire dal piccolo bar e andare incontro alla coppia di coinquilini.

“Mi dispiace amico, ma non hai nessuno da presentarmi!”, bisbigliò Alessandro, mentre il suo sorriso andava allargandosi e con passo svelto riempiva la distanza che lo separava dal tuttofare della Virtus.

Tutto chiaro.

Almeno su una cosa avevi ragione, si conoscono!

Ho sempre ragione.

L’abbraccio al quale si abbandonarono Alessandro e Carmine lasciò Severin interdetto e confuso: perché non aveva mai sentito parlare di una persona che merita un simile trattamento da parte del suo strano coinquilino?

Alessandro è un tipo affettuoso, su questo non ci piove. Alessandro è un tipo espansivo, questo è certo. Alessandro lo sta abbracciando come fosse suo padre! Che siano padre e figlio?

Non dire stronzate!

Sciolto l’abbraccio i due scoppiarono a ridere. La fragorosa ilarità riempiva le orecchie di Severin come una fastidiosa musica stonata.

Ridono di te.

Ora sei tu che dici stronzate!

Ridono di te, in fondo lo sai anche tu.

Sta’ zitto.

“Severin! So che molto probabilmente lo conosci, e ti riferivi a lui quando hai detto di volermi presentare una persona, ma lascia che sia io a parlarti di Carmine Vorzillo!

Carmine è il miglior allenatore mai visto in Campania, anche se non ha mai avuto una squadra tutta sua e si limita a fare un po’ da magazziniere, barista e giardiniere nelle società per cui lavora.

Ho avuto la fortuna di trascorrere con lui un anno, dieci mesi circa, di sacrifici, battaglie e soddisfazioni, quando giocavo per la Real Giuglianese, ed è solo merito suo, se all’ultima giornata riuscimmo a vincere il Campionato, battendo l’Olympia Ponticelli per 1-0, nei minuti finali!”

“Aaah, Sandrì, non fare sempre il modesto!

Sevè, non lo pensare proprio, altro che merito mio! Il tuo amico in quella partita fece un secondo tempo impressionante.

Dopo dieci minuti dall’inizio, il nostro terzino sinistro venne espulso per fallo di reazione, Sevè, Sandrino giocò praticamente da solo, fece due parate di altissimo livello, mamma mì, una nell’incrocio, e l’attaccante ro’ Ponticelli tirò dal limite dell’aria piccola, a volo, c’ paraton’ Sevè!

Guarda, guarda, ho la pelle d’oca a ripensarci!

E poi ‘a ciliegin’ Sevè, un paio di minuti dopo il nostro goal, eravamo quasi al novantesimo e l’arbitro fischia un rigore inesistente contro di noi, Sevè, IIINEESIIISTEEENTEEE!

Nu’ burdell’ Sevè: tutta la panchina in campo, e tifos’ ca nun s’ mantenevan’, ‘o mister Seberin’ ca stev’ comm’ e nu pazz’. Solo io sapevo come sarebbe andata a finire Sevè, io me lo sentivo.

Calmo i ragazzi della panchina, guardo i tifosi e gli dico di calmarsi, di stare tranquilli.

Sevè, ci dovevi stare, mi guardavano tutti come se fossi stato pazzo! Allora mi giro verso la tribuna e urlo: ‘Dovete stare calmi, bast’ cu sti protest’! Alessandro Savastano o rigor’ o par’, ma quand’ o fann’ goal ogg’? Mai!’.

Sevè na cos’ impressionant’!”

”Ora la pelle d’oca ce l’ho io!” riuscì a dire Alessandro prima di cominciare a sorridere imbarazzato.

Severin ascoltava il racconto di Carmine con incredibile attenzione. Forse il tuttofare della Virtus non avrebbe mai vinto il Premio Pulitzer ma con la sua passione e la sua sincerità sapeva stregarti.

Le parole che con calma velocità lasciavano la sua bocca riuscivano ad entrarti dentro come una melodia popolare che vorresti durasse in eterno. Mentre Carmine parlava, Severin immaginava una chitarra lontana che fedele accompagnava e sottolineava ogni gesto e ogni lettera che dolce e vigorosa prendeva vita dall’ardore del magazziniere.

Le corde vocali del suo nuovo amico sembravano essere sfiorate direttamente dalle mani di Roberto Murolo. La cadenza, lo stile e l’armonia del tuttofare sembravano urlare al mondo intero Simmo 'e Napule Paisà, ricordando a tutti che, stu munno è na rota: chi saglie 'a sagliuta, chi sta pe' cadé e ca si 'o munno è na rota, pigliammo 'o minuto che sta pe' passá.

“Sevè tutti i tifosi nostri, Sevè tutti, per due o tre secondi rimasero in silenzio, Sevè, muuutii! Poi poco alla volta cominciarono a cantare come non li avevo mai sentiti, Sevè, mai!”

E allora Carmine prese a cantare!

”Uno di noi, Ale uno di noi, uuunooo di noiiii, e Ale è uno di nooooiiii. Para per noi, Ale para per noi, paraaa per noiiii e Ale para per nooooiiii! Ooo ooo ooò ò ò! Ooo ooo ooò ò ò!”

Severin e Alessandro lo guardavano divertiti, mentre lui cominciava a saltellare a tempo con il classico coro da stadio.

Una volta ritrovata la calma, continuò.

”Sevè, immagina la scena: palla sul dischetto, tutto lo stadio che urla il nome di Alessandro, l’attaccante avversario sta tutt’ cacat’ sotto, sta chin’ e paur’ Sevè. Conta i passi per la rincorsa, parte, tira …RETE!

Sevè! Rete! Mannagg’ a Miserij Sevè, quello la butta dentro, palla da un lato e il nostro Alessandro dall’altra, ma i calci di rigore sono così Sevè, una lotteria. Tanto possono uscire i tuoi numeri e tanto no.

A cosa bella è che o scem’ ell’Olympia inizia a esultare, lo stadio è ammutolito, ma in quel momento forse l’arbitro si passa una mano per la coscienza, si rende conto che ci sta affondando una stagione intera con un rigore inesistente. IIINEESIIISTEEENTEEE Sevè! E allora fischia! Il rigore è da ripetere perché in molti del Ponticelli erano entrati prima in area, Sevè!

E capit? Allora la scarica di adrenalina è troppo forte, lo stadio prende vita Sevè, i tifosi fanno arrivare il nome di Alessandro sulla luna, Sevè, guard’a pelle d’oca, guard’!

La storia si ripete: palla sul dischetto, ‘o scem’ e l’attaccant cont’ di nuovo i passi per la rincorsa.

Parte, io sono convinto che la tira di nuovo dalla stessa parte di prima, per fortuna Alessandro non la pensa come me. Lato opposto, alla sinistra del portiere, quasi nell’incrocio Sevè, quasi nell’incrocio. Alessandro vola, Sevè ma vola overament’, si mette quasi orizzontale a mezz’aria e PARAAAA Sevè, PARAAAA! Butta il calcio di rigore in calcio d’angolo e noi siamo i campioni Sevè! Siamo promossi, abbiamo vinto il campionato.

C’ burdell’ Sevè, c’ burdell’. Invasione di campo dei tifosi, tutti corrono ad abbracciare Alessandro, chi vo a magliett’, chi vo o pantaloncin’, vonn’ addirittur’ e scarp’ e i calzerott’, Sevè.

Alessandro corre verso la panchina, comm’ e nu pazz. Arriva da me, mi abbraccia, poi si toglie la maglia e me la dà Sevè, se mett’ a rirer’ e m’abbracc’ n’ata vot’.

Arriva tutta la squadra attorno a noi, tutti solo con il costume, ci abbracciamo, partono i cori, i tifosi si stringono a torno a noi, c’è chi piange per la felicità, chi ride senza fermarsi un attimo, i palloncini gialli e blu, i nostri colori, vengono liberati in cielo, o direttor’ Sposito con il segretario porta le maglie che aveva fatto preparare per l’occasione, con scritto ‘C2 stiamo arrivando!’…”

Carmine ferma il suo appassionato racconto e guarda i due ragazzi con una nostalgia carica d’emozioni che subito si scioglie in un affettuoso sorriso denso d’orgoglio e stanchezza.

Alessandro ricambia il sorriso del tuttofare, e il suo sguardo placido e sereno osserva il magazziniere con profonda stima e rispetto, quel tipo di rispetto che si riserva solo alle persone che ti hanno dato tanto e che, soprattutto, ti hanno insegnato tanto.

Severin contempla la scena come uno spettatore soddisfatto. Ammirazione e simpatia si fondono insieme in un unico sentimento. Carmine e Alessandro sono lì d’avanti a lui e si accorgono dello sguardo incantato, trasognato, dipinto sul volto del Russo, che allora comincia a ridere. Ride. E Ride. Ride come non gli succedeva da tempo e tutti e tre dimenticano per qualche minuto che la partita è ormai ripresa. Si isolano.

Esistono solo loro, con la loro amicizia e con il loro Amore incondizionato per il Calcio.

Dimenticano solo per un attimo la Virtus, un attimo che dura qualche minuto. Minuti che bastano alla squadra ospite per procurarsi un calcio di rigore: mezza punta atterrata in area, il fallo è netto, il pubblico di casa sfinito, sfiancato, rumoreggia poco convinto.

Palla sul Dischetto.

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