| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

A Roma c’è il Colosseo, San Pietro e poi Totti...

di Storie del Boskov, 27 Gennaio 2017

Francesco Totti, per me, c’è sempre stato. Era poco più che un ragazzino quando mi innamorai della Roma. Fu un giorno bellissimo e triste, tipicamente giallorosso: erano i quarti di Coppa Uefa, avevamo perso 2-0 a Praga contro lo Slavia. Andammo sul 2-0, poi ai supplementari segnammo il terzo gol, ma a pochi minuti dalla fine un tiraccio di un ceco ci buttò fuori. E io, per la prima volta, piansi per la Roma. Era in campo da titolare due settimane dopo, quando convinsi mio padre a portarmi allo Stadio Olimpico: giovane diciannovenne di belle speranze svezzato da Mazzone, fornì un assist a Moriero e vincemmo 2-1 e mentre tornavo di casa mi sentivo il bambino più felice del mondo. Avevo visto la Roma, avevo visto la Sud, avevo sentito i cori e i petardi e mi si erano drizzati i capelli alla base del collo.

 

Francesco Totti stava raggiungendo la consacrazione nazionale dopo il primo anno con Zeman e io facevo gli esami di quinta elementare. Diventava capitano – non ancora IL Capitano – e faceva il suo esordio con la maglia dell’Italia quando io passavo in prima media. Francesco Totti c’era quando il me stesso dodicenne leggeva con entusiasmo dell’arrivo di Vincenzo Montella e di Fabio Capello sul Messaggero comprato da nonna. C’era quando andai a Firenze a vedere Batistuta giocare l’ultima sua gara in maglia viola, al termine della quale annunciò che si sarebbe trasferito alla Roma. C’era quando vincemmo il derby grazie ad un autogol di Paolo Negro ed eravamo primi in classifica. Francesco c’era il 17 giugno 2001, quando a quattordici vidi il mio –il NOSTRO- unico Scudetto. Il giorno dopo avevo lo scritto di matematica degli esami di terza media, e quando mia madre, intorno alle 7 di sera, mi chiese se non dovessi ripassare, io le risposi: “A mà… sticazzi degli esami! Siamo Campioni d’Italia!”.

 

Francesco Totti c’era quando per la prima volta vidi allo stadio una partita di Champions’ League. Roma-Real Madrid. Era l’11 settembre 2001 e allo stadio c’era un’atmosfera surreale dovuta alle notizie che arrivavano dagli Stati Uniti. C’era quando iniziai il liceo e segnò uno splendido gol contro il Lokomotiv Mosca il giorno in cui io baciavo per la prima volta la ragazza di cui ero cotto all’epoca. C’era quando vincemmo il derby per 5-1 e mia cugina mi gridava nelle orecchie con la sua vocetta acuta che era tutto merito suo, ché in gita a San Gimignano cinque giorni prima aveva incontrato Montella e ci si era fatta una foto insieme. E Vincenzino ne buttò dentro quattro. C’era quando Capello e Emerson e Zebina scappavano da Roma di notte per andare alla Juventus e io, per un istante, pensai: “Affanculo il calcio, è tutta una ridicola pantomima”. Francesco segnava contro l’Inter (e incantava, insieme a Cassano) e io, in gita a Venezia, passavo per la prima volta la notte insieme ad una ragazza.

 

Francesco Totti segnava il rigore contro l’Australia il giorno dopo la mia terza prova alla maturità e diventava Campione del Mondo – a quattro mesi da un grave infortunio – quarantott’ore dopo il mio orale. C’era quando mi trasferii a Siena per iniziare l’università. E vinceva la Scarpa d’Oro e la Coppa Italia, con Spalletti in panchina. C’era quando perdemmo 7-1 a Manchester e per la prima ed unica volta in vita mia, io detti uno schiaffo in faccia ad una persona. C’era quando Zanetti ci pareggiò all’88’ ed io ero in mezzo a tre interisti sfegatati che ridevano e mi sfottevano. C’era quando, il 25 aprile 2010, nel giorno del mio 23° compleanno, la Roma fece harakiri in casa contro la Samp e perse di fatto lo Scudetto. C’era quando lasciai Siena, perché capii che volevo fare il giornalista e iniziai il lungo praticantato per prendere il tesserino.

 

Francesco c’era il 26 maggio 2013 e io, per lavoro, mi ero alzato alle 6.30, avevo preso la pioggia, ero andato a Roma, avevo lavorato circa otto ore filate e poi avevo assistito alla finale di Coppa Italia insieme a sette colleghi laziali. C’era pochi mesi dopo, quando finalmente l’Ordine dei Giornalisti Pubblicisti mi iscrisse nell’Albo. C’era nelle uniche due volte in vita mia in cui mi sono innamorato e c’era quando mi sono lasciato. C’era quando facevo le parole crociate seduto sulle ginocchia di mio nonno e c’era quando mio nonno è morto. C’era quando andavo a letto alle nove e mezza e c’era quando cominciai a non addormentarmi mai prima di mezzanotte. C’era quando leggevo i Piccoli Brividi e c’era quando leggevo Stephen King. C’era quando giocavo a pallone e c’era quando ho iniziato a scriverne. C’era quando ascoltavo gli 883 e quando scoprivo gli Iron Maiden. C’era quando stringevo amicizie che credevo sarebbero durate per sempre, e c’era quando queste, per un motivo o per un altro, finivano.

 

Per questo, non solo oggi, ma fino alla fine dei miei giorni, ogniqualvolta sentirò pronunciare la parola “calcio”, io penserò a Francesco. E lo so che Maradona, Pelè, Cruijff, Baggio e Ronaldo… Ma forse il punto è proprio questo: che con lui non è mai stato solo calcio. È stata la mia vita. La NOSTRA vita. Perché Francesco, per me, c’è sempre stato.

 

Lorenzo Latini

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