| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Un geologo australiano di origini ungheresi, di nome Laszlo Toth, nell’estate del 1971 si presentò in Vaticano e chiese con insistenza di essere ricevuto dall’allora Papa Paolo VI. Beh, chiunque può chiedere udienza al Papa, ma poi ad ottenerla, mica sempre ci si riesce.

Laszlo dichiarò di essere Gesù Cristo in persona, ed insistette molto, con varie richieste ogni giorno. La sicurezza del Vaticano, inizialmente non gli diede molto peso, “….. sarà il solito innocuo fanatico….. lasciamolo stare, smetterà presto.”

Ma dopo troppi insistenti tentativi il livello di guardia si alzò, e quindi fu bloccato ed espulso con diffida di ripresentarsi in Vaticano.

C’è chi dice sia tornato in Australia, e chi invece sia rimasto per 10 mesi a Roma, ma in entrambi i casi a programmare la sua vendetta di collera. Nella mattinata del 21 maggio 1972 Laszlo, intorno alle 11,30 si trova dinanzi alla scultura di Michelangelo più famosa della terra: La Pietà.

Si guarda intorno e ad un certo punto, con balzo felino scavalca la transenna divisoria tra i visitatori e la scultura, e prende dalla giacca una mazzuola di 5 Kg e sferra un primo colpo sul capo della Madonna. E dopo più volte ne colpisce il volto e le braccia, ma lascia intatta la figura del Cristo. Urla: ”Cristo è risorto! Io sono Cristo!” Fu braccato da un Vigile urbano e poi la squadra della sicurezza lo ammanettò e lo tradusse nel commissariato di polizia più vicino. Fu internato in un manicomio per 2 anni, ma non fù incriminato. In seguito fu rimpatriato effettivamente in Australia.

 

Ma ben 12 anni dopo nel 1984 un’altro capolavoro fu sfregiato. Per carità, non si tratta di un’opera d’arte, ma bensì di un gol che definire capolavoro è il minimo per il gesto tecnico ed atletico. Un gol di cui ancora oggi non si capisce il motivo del suo annullamento. E se La Pietà era di Michelangelo, il gol fu di Aldo Cantarutti, Bomber del Catania del pittoresco presidente Massimino, e Laszlo Toth era l’arbitro romano Benedetti.

 

Il 17 gennaio 1958 nella fredda provincia di Udine, esattamente a Manzano, nasce Aldo Cantarutti. Nasce da una famiglia di umili origini, che ben presto si trasferisce nel Vercellese. Aldo sin da piccolo, spicca per la sua altezza, e quando gioca con i compagni, sia a scuola che nel pomeriggio nei campetti vicino casa, è il perno intorno a cui si decidono le partite: stai con Aldo, sicuramente vinci.

 

Dotato di un grande senso della porta, viene notato subito dai talent scout del Torino ed inizia la sua trafila nelle giovanili. Lo studio non è tra le preferenze assolute, ma il pallone ha il suo fascino, e scaraventarlo alle spalle del portiere avversario ancora di più.

Il Torino capisce di avere un piccolo bisonte da potere far emergere e mettere in mostra. Aldo dal canto suo, è già avanti, proiettato oltre quello stato di appagamento nel 1976, quando viene aggregato alla prima squadra e colleziona la sua prima presenza in serie A: il 10 aprile 1977 in un Torino-Catanzaro (3-1) agli ordini del sergente di ferro, ossia Gigi Radice.

Quel Torino sfiora il bis dello scudetto dell’anno precedente, di un solo punto sulla Juventus. Aldo fu ceduto in prestito l’anno successivo al Monza in serie B.

Qui trova Alfredo Magni, che contrariamente alle caratteristiche del possente centravanti, decide di schierarlo come ala sinistra, perché Aldo è anche veloce e gioca con entrambi i piedi. In 18 gare segna solo 2 gol, ma il Monza arriva quarto in campionato ed il suo compagno di squadra Silva realizza 15 gol, grazie alle sue incursioni sulla fascia.

 

Lascia la squadra Brianzola e torna ai granata, che però decidono di cederlo ancora in prestito, stavolta però in serie A, alla Lazio. L’italo americano Umberto Lenzini, imprenditore di lavoro e presidente della società romana, provò a ricostruire un nuovo ciclo laziale, dopo lo scudetto del 1973/74. Lovati lo schiera poco in campionato. Solo 9 presenze, ma tutte accanto al bomber Bruno Giordano.

La sua prima rete in serie A è il vantaggio laziale contro l’Inter di Bersellini. Siamo al 31° di una partita non ricca di emozioni, quando Nicoli, servito dal sapiente D’Amico, tira verso la porta interista, Bordon para , ma non trattiene, per Aldo, con il 7 sulle spalle, un gioco da ragazzi segnare a porta vuota. L’ Inter pareggerà poi tre minuti dopo con Altobelli.

 

A fine stagione torna al Torino. Ma Aldo piaceva a molti, generoso, bravo e forte. Le piccole squadre erano tutte pronte a prenderlo.

Un presidente che di calcio ne capiva, lo vide giocare, ci parlò e lo convinse a scendere di categoria.

Si, Ok in serie B, ma quel presidente sapeva trasmetterti il fuoco dentro, era un padre per i suoi calciatori, e difficilmente sbagliava un acquisto. Chi era? Romeo Anconetani, presidente del Pisa appena promosso dalla serie C alla B.

Ma Aldo era sotto contratto con il Torino, il Pisa non avrebbe potuto acquistarlo, e quindi si presenta in sede per parlare con Pianelli. Radice dal canto suo lo riteneva un rincalzo, quindi il bomber durante l’incontro comunica al presidente di voler rescindere il contratto. Non vuole restare a fare la panchina.

 

Passa al Pisa, dove nel primo anno gioca 25 gare con Barbana e Bergamaschi come compagni d’attacco, segnando 6 gol, tre dei quali nelle ultime giornate, che permettono al Pisa di ottenere una salvezza all’ultima giornata, con la vittoria sulla Sambenedettese grazie ad un suo gol.

Quella stagione Anconetani cambia ben tre allenatori, che gli vale l’appellativo di “mangiallenatori”.

Di Anconetani, dirà: ”Meglio di un padre, ma quando aveva da cantarle era meglio non essere nei paraggi, perché se anche non c’entravi niente, riusciva a farti sentire in colpa da quanto esternava la sua ira.”

 

Nella città della torre pendente, nasce sua figlia e questo sugellerà un legame affettuoso con la città. Nella stagione successiva con 12 gol in 34 gare il Pisa si classifica al settimo posto con allenatore Toneatto. Ma come sempre Anconetani trasformava in oro ciò che toccava.

Il pittoresco presidente del Catania Angelo Massimino bussa alla porta di Anconetani con un bel gruzzoletto: 900 milioni di vecchie lire. Vuole Cantarutti come centravanti del suo Catania.

 

Passo indietro: Massimino era un impresario che era rientrato anni prima in Italia dopo essere emigrato in Sud America.

Ma i colori del Catania erano impressi nel suo cuore e comprò la società nel 1969, appena tornato in Italia, nella sua amata Sicilia.

Ma c’era una cosa che lo accumunava a presidenti di altre società come Anconetani (Pisa) e Rozzi (Ascoli): la sua vena vulcanica. A questo aggiungeva il suo lessico a dir poco sgrammaticato. Ma si era messo in testa un sogno: riportare il Catania a giocare nella massima serie. Con il Cibali come teatro casalingo.

 

Ma torniamo a noi. Nel 1980 il Catania viene promosso dalla C1 alla B, l’anno successivo si salva con un tredicesimo posto, ma a fine stagione il suo bomber Marco Piga si trasferisce alla Reggina.

Ed è qua che nasce l’idea di assicurarsi il centravanti più completo della cadetteria.

Immaginiamo la telefonata fatta da Massimino ad Anconetani in cui esterna la sua volontà di comprare Cantarutti. Potremmo sicuramente dire che di regole grammaticali non ci sono state tracce ma sicuramente: “Angelo vuoi Cantarutti allora? Guarda me ne privo a malincuore perché sei un amico…..” “Davvero dicesti? Quindi quanti piccioli vuoi Romeo?”

Anconetani era una vecchia volpe. Comprava a zero o poco più e rivendeva a mille volte di più. “Angelo, perché sei te mi dai un miliardo e non se ne parla più.” Romeo mi volessi prendere per la gola? 900 milioni non una lira di più”

Si dice che ad Anconetani siano brillati gli occhi come un bambino che ha raggiunto il vasetto della Nutella. “Via allora ti faccio contento, te lo vendo per 900. Pero’ mi mandi anche una cassetta di arance di Sicilia.”

 

Arrivarono nelle casse societarie del Pisa i soldi pattuiti, e a casa di Romeo Anconetani non una ma due casse di arance con un biglietto con sopra scritto: “Questo come un gesto di GRATUDINE. Angelo”

 

 

Cantarutti scende in Sicilia e si trova in una squadra ben costruita da Giorgio Michelotti, gioca 38 partite e segna subito 10 gol risultando il miglior marcatore della squadra etnea che raggiunge l’ottavo posto in classifica.

A Catania Cantarutti vive una vita molto tranquilla, anzi la cittadina siciliana sembrava tagliata per il suo carattere.

Non deluse le attese quindi, e neppure l’anno successivo, quando Massimino rivoluziona tutto. A partire dalla guida tecnica sostituendo Michelotti con Gianni Di Marzio. Era arrivato anche un grande giocatore, un difensore romano che dava ordine alla difesa rossazzurra: Claudio Ranieri che con Cantarutti legò moltissimo. La squadra etnea centra il terzo posto con 45 punti che la proietta, dopo lo spareggio a tre con Como e Cremonese, in serie A.

Cantarutti segna 11 gol in campionato ed uno in coppa Italia, ma risulta determinante per la cavalcata della promozione, nell’1-0 con cui il Catania batte il Como fa da assist man per Crialesi.

 

E siamo al 1983/84 il Catania si affaccia in serie A.

Massimino, rafforzò la squadra con Bilardi (dalla rivelazione di serie B Cavese) che si presentò con un’ intervista in cui accostava il suo tocco di palla a quello del golden boy Gianni Rivera, Torrisi (Torino) e Sabadini (Catanzaro) sul crepuscolo carriera. Ma a quel tempo si potevano tesserare anche due stranieri.

 

Avete presente la scena del calciomercato del film l’allenatore del pallone? Quando Bortolotti, presidente della Longobarda al suo allenatore Oronzo Canà, promette ogni due minuti grandi nomi, fino ad arrivare anche a Maradona e Rummenigge. Sui giornali una sorta di questo, ossia si parla di vari arrivi: l’austriaco Prohaska, il brasiliano Juary, o gli italiani Marangon, Galderisi, Matteoli. Massimino decide di andare in prima persona a concludere gli acquisti di due stranieri.

Intercettato all’aeroporto di Catania, dai giornalisti che gli chiedevano dove stesse andando, rispose con una frase che rimarrà storica: “Sto per recarmi in uno stato che non posso riferire a voi giornalisti per prelevare due brasiliani.”

Chissà dove sarà andato... che mistero!

 

Torna con Luvanor e Pedrinho. Il primo ribattezzato come “Nuovo Zico”, forse frettolosamente, il secondo già nel giro della nazionale.

 

 

Luvanor era un centrocampista abilissimo nel palleggio corto, prelevato dal Gojas, ma temeva tremendamente la rudezza dei difensori italiani e quindi della sua prima stagione rimarrà inviolata la casella dei gol segnati.

Pedrinho prelevato dal Vasco De Gama e inserito nei convocati per il mondiale del 1982, a Catania si diede alla vita mondana, prese il trasferimento in terra sicula, come una sorta di vacanza premio.

 

Il Catania di Di Marzio partì abbastanza bene, due pareggi e due sconfitte, ma poi arriva quella che doveva essere la svolta.

Oddio la svolta doveva esserci, perché gli etnei si impongono sul Pisa con una doppietta di Cantarutti, proprio alla sua ex squadra.

Poi il baratro, nonostante l’arrivo ad ottobre di Andrea Carnevale dal Cagliari per affiancarlo a Cantarutti. Ma a dicembre, nell ultima partita dell’anno (il 31) un’infortunio tiene Cantarutti lontano dal campo per più di un mese. Una sconfitta contro la Fiorentina relega il Catania all’ultimo posto in classifica. Di Marzio esonerato al suo posto G.B. Fabbri. Ma la musica non cambia.

 

Accade che… il 12 febbraio del 1984 si giochi al Cibali Catania-Milan.

Il Milan passa in vantaggio dopo pochi minuti con Carotti, e il Catania agguanta il pareggio con Biliardi al 38°. Il Catania ci crede ed attacca la porta di Piotti con insistenza. Arriviamo al 34° del secondo tempo: il Catania, sospinto dal proprio pubblico, pressa il Milan nella propria area di rigore, c’è uno spiovente, la palla danza fra le maglie bianche milanesi che tentano di respingere l’assalto, ma non esce dall’area. Arriva sul limite a Cantarutti che è spalle alla porta, e pressato da un difensore, stop con il petto doppio palleggio sinistro/destro e rovesciata che si insacca alla destra nell’angolino alto della porta difesa da Piotti. Lo stadio esplode di gioia, un gol del genere capita raramente di vederlo. E’ un’opera d’arte.

 

 

Ma qua l’arbitro Benedetti annulla per un presunto fallo in gioco pericoloso dell’attaccante. Le immagini sono impietose verso il direttore di gara, forse tratto in inganno dal braccio alzato di Baresi che oltretutto si trovava lontano dalla palla. Gol annullato, un’opera d’arte sfregiata.

In men che non si dica i giocatori del Catania si riversano verso il direttore di gara protestando vivamente, addirittura un forsennato tifoso etneo entra in campo e si dirige minaccioso verso l’arbitro, sicuramente lo avrebbe colpito se non fosse intervenuto un giocatore del Catania a placcarlo. Arrivano i carabinieri e lo portano fuori dal rettangolo di gioco.

Dagli spalti volano oggetti in campo e Benedetti decide che forse è meglio anticipare la fine della gara, e poi la fuga come un centrometrista verso gli spogliatoi.

 

 

La Commissione disciplinare inflisse al Catania una squalifica del campo per ben 4 giornate in serie A e due in Coppa Italia, ma la cosa che forse diede un po' di sollievo, furono le dimissioni da arbitro del sig, Benedetti.

Ma ormai la squadra era solitaria all’ultimo posto in classifica, concluderà quella stagione con soli 12 punti, frutto della vittoria contro il Pisa e ben 10 pareggi. Cantarutti dal canto suo segnò 5 gol in 27 gare... potevano essere 6.

 

Il Catania saluta la serie A e Cantarutti che passa all’Ascoli dove trova anche qua un’altro presidente a dir poco vulcanico: Costantino Rozzi, ma anche due grandi allenatori: Carletto Mazzone e Vujadin Boskov.

Con i suoi 5 gol in 27 gare non riuscì a salvare l’Ascoli che retrocesse amaramente.

 

Per Cantarutti due amare retrocessioni di fila e un pizzico di rabbia interiore perché pensava di meritare la serie A.

C’è chi però dal Nord lo ha osservato, ed ha pensato a lui, una punta capace di fare gol ed aprire i varchi per i compagni.

Quando chiama Cesare Bortolotti, non può dire di no, troppo bella l’occasione di rimanere nella massima serie.

Ma la parentesi Atalantina rimarrà la ciliegina sulla torta.

Nedo Sonetti, dopo il decimo posto dell’anno precedente vuole migliorare il piazzamento, in quell’Atalanta ci sono Stromberg, Limido, Magrin, Cesare Prandelli, Donadoni, Piovanelli, Malizia tra i pali, insomma gente che era o poi sarebbe stata importante nel futuro del calcio italiano.

 

Quell’Atalanta all’inizio stentava, ed i risultati non erano incoraggianti, tranne la vittoria sull’Inter alla seconda giornata con apertura delle danze proprio di Cantarutti con un colpo di testa. Ma Aldo supportava bene l’attacco, e fino al 23 Marzo del 1986 aveva segnato 9 gol, ed aperto le difese avversarie per i compagni di squadra.

Arriveremo poi a quella data agrodolce per l’attaccante orobico.

Dicevamo campionato altalenante per la squadra di Sonetti, ma l’acuto del bomber arriva proprio il 23 Marzo 1986.

Palcoscenico: Stadio Bentegodi di Verona, Cantarutti con una straordinaria tripletta demolisce la squadra padrona di casa.

Ma sono due le cose interessanti che fanno da cornice stupenda a quella giornata, ed una maligna che ne segnerà la stagione del centravanti.

40mila spettatori, ma in tribuna dopo 15 minuti arriva, in totale completo la famiglia Cantarutti.

Si siedono, la madre riconosce subito il figlio che corre dentro il campo, e nota che sul tabellone gigante c’è scritto Cantarutti, e pensava nella sua ingenuità che fossero stati riconosciuti e come omaggio fosse stato messo il loro cognome.

Ma al secondo gol di Aldo capì che era sì il loro cognome, ma era riferito al figlio, vedendolo riscritto accanto al 2-0.

Con uno stacco di testa imperioso frantuma la porta avversaria per il 3-0 e corre sotto la curva atalantina. Vede che mancano 10 minuti alla fine e, dato che aveva chiesto il cambio, si sfila la maglia e la lancia ai tifosi.

 

 

Ma si sà, quando siamo in campo la tensione e la scarica di adrenalina possono far prendere un’abbaglio, e dalla panchina Nedo Sonetti gli fa cenno che deve rientrare in campo perché le due sostituzioni a disposizione le aveva già effettuate.

Subito torna sotto la curva e si fa rilanciare la maglia, perché altrimenti non poteva rientrare in campo.

Dicevamo agrodolce perché proprio dopo pochi minuti Fontolan in un fallo di frustrazione, affonda un tackle sulla caviglia sinistra del centravanti, apponendo lo stampo dei tacchetti sul tendine.

Infortunio che lo fermerà fino all’ultima partita contro il Milan in cui segnerà il suo nono gol e pareggerà il gol iniziale di Hateley in quel di San Siro.

 

Decise di non operarsi al tendine, e quello fu un grandissimo errore. La stagione successiva fu un calvario sia per lui che per la squadra orobica.

Il 15° posto in classifica sancisce la retrocessione nella cadetteria, ma la finale raggiunta contro il Napoli campione d’Italia le permetterà la stagione successiva di giocare in Coppa delle Coppe. Aldo dal canto suo giocò poco, 12 gare per due miseri gol.

In serie B arriva sulla panchina bergamasca Mondonico, e non solo la squadra ritorna in A ma raggiunge grazie ad un gol di Cantarutti la semifinale di Coppa Delle Coppe contro il Malines.

Aldo quella stagione giocò 24 gare con 4 gol,più 6 presenze e 3 gol in Coppa delle Coppe, ma il più importante fu proprio quello contro lo Sporting Lisbona.

Lancio di un centrocampista nerazzurro e Cantarutti dribla il portiere fuori area di rigore e deposita in gol.

 

L’anno successivo lascia l’Atalanta, e qua si apre un giallo. Ricordate Ranieri? Ai tempi di Catania legarono moltissimo i due e quando a Ranieri fu proposta la panchina del Cagliari, non ci pensò due volte a chiamare Aldo a seguirlo in Sardegna. Sapeva come far leva sul bomber, e quindi gli strappa un “volentieri”.

Detto fatto si trova in terra sarda, inizia ad allenarsi, ma c’è un piccolissimo problema: il Cagliari chiede all’Atalanta uno sconto sui 400 milioni di lire per il prezzo del cartellino.

 

Niente. Il braccio di ferro tra le due società portò Cantarutti a firmare per il Brescia, ed il presidente delle Rondinelle per paura che potesse cambiare idea lo andò a prendere direttamente con il suo elicottero.

Nel Brescia gioca fino ad ottobre 4 gare e segna 2 gol, per poi passare al Lanerossi Vicenza in serie C1 dove con 9 gol in 22 gare contribuisce alla salvezza della squadra. Ma ormai è il canto del cigno.

 

La stagione successiva gioca solo una gara a Vicenza. Le ultime due stagioni le gioca in Interregionale con il Corbetta e il Breno 90 in cui segna la sua unica ed ultima rete in campionato.

 

In Nazionale una sola presenza nella Under 21 di Azeglio Vicini il 19 febbraio 1979 contro la nazionale maggiore dell’Unione Sovietica.

 

Oggi Cantarutti fa l’osservatore per il Catania.

 

“ A distanza di 30 anni ancora oggi mi chiedo cosa abbia visto l’arbitro di falloso nella mia rovesciata contro il Milan…..”

- ALDO CANTARUTTI-

 

 

 

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

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