| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

 

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18.

Ancora in svantaggio

di Ciro Ruotolo

Il presidente della Virtus, Nicola Mastroianni, e Severin si incontrarono, per la prima volta, due giorni dopo il primo allenamento tenuto dal Russo.

Come nella più riuscita delle storie, i due si piacquero al primo sguardo.

Il nuovo allenatore, preso a scatola chiusa, era riuscito a far breccia nella diffidenza del suo nuovo datore di lavoro con incredibile maestria.

Severin si era mostrato un abile ascoltatore.

Molti considerano, quella di ascoltare, una capacità meramente passiva.

Quanto si sbagliano.

Saper ascoltare è qualcosa che richiede una predisposizione d’animo non comune. Saper ascoltare è un’arte che nulla ha da invidiare alla più brillante capacità retorica.

Non bastano due buone orecchie e uno sguardo attento. Non basta registrare e memorizzare un certo quantitativo di informazioni.

Non serve fingere.

Fingere d’ascoltare, magari annuendo qua e là, aspettando solo il proprio turno per aprir bocca, è una delle peggiori forme d’ipocrisia.

Saper ascoltare richiede una totale e sincera apertura nei confronti dell’altro. Bisogna accogliere le idee di chi ci parla, con spirito critico, a prescindere dal contesto.

Saper ascoltare è un’arte che pretende il massimo impegno.

Il presidente aveva parlato a lungo. E Severin aveva ascoltato.

Gli aveva parlato di cose che in buona parte già conosceva, ma aveva ascoltato ugualmente.

Gli aveva spiegato i motivi che l’avevano spinto ad allontanare Moreno Mautone; della cieca fiducia che Carmine sembrava nutrire nelle doti di questo sconosciuto mezzo russo e mezzo italiano; della squadra che, a dispetto della classifica, era veramente buona, ben attrezzata; del rispetto che continuava a provare per il capitano, nonostante tutto.

“Carmine mi ha raccontato il modo in cui hai gestito la situazione. Difficilmente si poteva fare di meglio”.

Fin da subito gli aveva dato del tu, pregandolo di fare lo stesso.

Severin l’ascoltava.

“Ma adesso, veniamo a noi”.

Il presidente fece un’offerta.

“Che ne pensi?”

Il Russo disse a Nicola Mastroianni cosa ne pensasse. Provò anche a spiegargli che aveva tutta l’intenzione di dividere il suo ingaggio con Alessandro Savastano. In fondo avevano bisogno di un buon preparatore dei portieri, per aiutare Gennaro nella sua crescita calcistica, e di una riserva tra i pali che accettasse di buon grado la panchina, fino a che non avessero trovato qualcuno disposto a fare il secondo del giovane e promettente numero 1.

“Il nostro astuto magazziniere mi ha parlato anche di quest’idea.

Ha detto di essere pronto a garantire anche per questo Alessandro, e per lui pare parlasse con cognizione di causa. Ma, senza giri di parole, ti dico subito di non essere d’accordo”.

Severin non parlò. Si limitò a fissare i suoi occhi scuri in quelli chiari del presidente.

Aveva tutta l’intenzione di continuare ad ascoltare.

“Non sono d’accordo” ripeté con calma Nicola, “perché sono certo che in questo modo non si partirebbe con il piede giusto.

Vedi Severin, so perfettamente che qui non siamo in Serie A e che anche tu hai avuto qualche esperienza in queste categorie inferiori. Non siamo ai vertici, siamo una piccola realtà, lo so bene. Ma l’azienda che gestisco, in prima persona da un paio di decenni, è tra le maggiori in Italia, nel suo settore.

E ormai cos’è il calcio, se non una questione d’affari?”

Quel punto interrogativo rimase sospeso in aria tra i due, solo per un attimo.

Severin ascoltava.

“Ecco, la tua idea non è in linea con il modo in cui sono abituato a gestire i mei affari.

La proposta che ti è stata fatta, quella che riguarda il tuo ingaggio, non è contrattabile e sono contento che tu non abbia neanche provato a farlo.

Mi è giunta voce che avresti accettato qualsiasi cifra. Questo ti fa onore, ma non asseconderò questo tuo generoso slancio”.

Il tono del presidente era calmo, troppo. Stava cominciando a diventare fastidioso. Almeno alle orecchie di Severin.

Il Russo fece per alzarsi.

Con una mano, il presidente l’invitò a restar seduto.

Severin l’ignorò. Lentamente lasciò la sua sedia. A mezz'aria, allungò un braccio sulla scrivania che lo separava dal suo nuovo datore di lavoro. Senza dire una parola. Voleva stringergli la mano e mettere fine a quella prima conversazione con il presidente.

Era stanco.

Ascoltare con tanta attenzione può mettere fuori gioco chiunque. Soprattutto quando parte di quello che ascoltiamo non ci piace.

“Immagino tu debba andare al campo, per gli allenamenti. Ti ho trattenuto fin troppo, lo so.

Qui c’è il tuo contratto, un paio di firme e potrai dedicarti ai tuoi impegni. L’accordo è per un anno. Durerà fino a fine campionato. Poi tireremo le somme ed entrambi saremo liberi di decidere per il futuro.

Ecco la penna”.

Firma alla prima pagina, firma alla seconda e all’ultima. Ed ecco l’ufficialità.

Il presidente sorrise. Un sorriso luminoso, raggiante.

Un sorriso che lo rendeva più giovane di quel che era.

Prima di alzarsi Nicola Mastroianni aprì uno dei cassetti della sua scrivania. Ne estrasse una cartellina gialla. L’aprì con calma.

Agitò lentamente un sottile mucchietto di fogli.

“Questo, invece…” continuò sorridendo “…è il contratto per il tuo amico, il portiere di cui mi ha parlato anche Carmine.

Anche per lui c’è una proposta d’accordo per quest’anno.

In effetti abbiamo bisogno di un preparatore dei portieri e di qualcuno che faccia da secondo almeno fino all’apertura del mercato.

Domani mattina, passerò al campo per la rifinitura. Così avrò modo di conoscere il nostro nuovo acquisto”.

Severin afferrò il contratto per Alessandro e con la mano libera strinse quella di Nicola Mastroianni, ricambiando il suo sorriso.

Prima di uscire dall’ufficio del presidente, il Russo parlò.

“La squadra è pronta a ricominciare, presidente.

In questi tre giorni passati con loro ho capito una cosa fondamentale: hanno fame. Fame di dimostrare, prima di tutto a se stessi, quanto valgano realmente.

Mautone sembra già un lontano ricordo.

Credo in questo progetto e mi sento in dovere di ringraziarla per questa grande opportunità”.

Nicola Mastroianni lasciò la sua scrivania per raggiungere il suo nuovo allenatore. Gli posò una mano sulla spalla.

“Non devi ringraziare me, ma Carmine. Io non ho fatto altro che fidarmi di lui, ancora una volta.

E so che dovrò ripetertelo ancora e ancora: dammi del tu”.

Si sorrisero.

Si salutarono.

Il Russo tornò al campo, Mastroianni ai suoi affari.

 

* * *

 

L’atmosfera nello spogliatoio era serena.

Severin era l’allenatore della Virtus da poco meno di cinque giorni ma il cambiamento era stato netto, repentino.

Una pulsante consapevolezza aveva preso il posto di un’avvilente sfiducia.

La consapevolezza di essere molto più di quello che diceva la classifica. La consapevolezza di poter ribaltare una situazione calcisticamente drammatica, grazie alla guida del nuovo tecnico.

Il Russo li guardava. I suoi occhi si muovevano lenti, da un viso all’altro. Li vedeva concentrati, pronti a scendere in campo.

Erano bastati solo pochi giorni.

Severin, con l’aiuto di Carmine, aveva cambiato ogni cosa.

Aveva cambiato la mentalità dei suoi ragazzi. Aveva cambiato il modo in cui questi vedevano e vivevano il calcio.

Può essere un lavoro. È, molto spesso, una questione d’affari, come aveva detto Nicola Mastroianni solo un paio di giorni prima.

È uno sport. Ma la gente troppo spesso dimentica si tratti soprattutto di un gioco.

Le sedute d’allenamento erano diventate pura allegria. Pura gioia.

Severin parlava ai suoi ragazzi. Parlava al professionista che era dentro ognuno di loro. Parlava al bambino nascosto dentro ogni individuo.

Il segreto sta tutto qui.

In qualsiasi situazione, lavorativa e non, un ambiente sereno, abitato da gente serena, felice di esserci, è quanto di meglio ci si possa augurare per raggiungere qualsiasi tipo di obiettivo.

Ogni allenamento era diventato un giorno di festa. Si rideva, si scherzava, si giocava a calcio.

La serietà è sopravvalutata.

Ci sono, in definitiva, due modi per compiere il proprio dovere.

In uno regna il grigiore di facce rigide e austere, dure. Nell’altro, a farla da padrone, è il luminoso sorriso di chi serenamente porta avanti il proprio lavoro con determinata spensieratezza.

Severin voleva una gruppo affiatato, soddisfatto, appagato sotto tutti i punti di vista. E proprio sull’armonia che regnava nello spogliatoio voleva gettare le basi per quella che considerava una grande, impegnativa, ma possibilissima rimonta.

I problemi tra il capitano, Giuseppe Galli, e il resto della squadra sembravano esser finiti nel dimenticatoio insieme con la brutta faccia di Mautone. Di Federico Merola e Stefano Moretti, il portiere e il difensore centrale complici del vecchio allenatore, non se n’era più parlato.

Gennarino, il promettente giovane portiere, come sempre da inizio campionato, sedeva alla destra del capitano. La novità era rappresentata dal numero 12 al suo fianco.

Alessandro Savastano chiacchierava tranquillamente con il portierino, mentre tirava fuori dal suo borsone, lentamente, quasi come fosse un rito, gli attrezzi del mestiere.

Per primo il suo vecchio paio di guanti. Poi la mezza tuta, gli scarpini, i calzettoni, la sua maglia porta fortuna, quella della promozione in C2 ai tempi della Real Giuglianese. Vecchia, sì, consumata dal tempo, certo, ma ancora in gran forma!

Tutto sembrava andare alla grande. Tutto sembrava spingere in un’unica inequivocabile direzione, con prepotente serenità.

Tutto sembrava perfetto.

Peccato che nel giro di un’ora, la Virtus, in trasferta sul campo del Secondigliano, al diciassettesimo minuto di gioco, sarebbe andata, ancora una volta, in svantaggio.

 

* * *

 

“Alee? Alee?

ALEEEE?”

“Uè uè, ma che strilli a fare?

Sono qua, nella mia stanza!”

Severin non era solo. Con lui c’era Carmine.

Silenzio.

“Sevè! Mi chiami, urlando, e poi non parli? Vieni qua! Che sto a letto!”

Severin e Carmine camminavano in fila indiana. Pensavano sarebbe stato facile convincere Alessandro ad accettare la proposta che gli avrebbero fatto di lì a poco. Non si sbagliavano, ma di certo non si aspettavano l’entusiasmo mal celato che avrebbe accompagnato la risposta dell’amico.

“Staje ancor’ rint’ o liett’ guagliò? E ja, che tra un’oretta dobbiamo stare al campo!”

Alessandro era con le gambe distese verso il soffitto, lungo la parete laterale di fianco al suo letto. La schiena poggiata sul materasso.

Guardava verso la porta della sua stanza a testa in giù. La faccia arrossata.

In un paio di secondi fu in piedi. Aveva chiuso con il calcio da un paio d’anni, ma conservava la sua incredibile agilità. I suoi occhi passarono velocemente da Carmine a Severin, per poi tornare sul magazziniere.

“E scommetto che vi serve un passaggio!”

Carmine e Severin si guardarono. Solo un attimo e scoppiarono a ridere.

Alessandro li osservava, confuso.

Severin estrasse un sottile mucchietto di fogli dalla tasca interna dalla sua giacca sportiva e lo allungò verso l’amico.

“Cos’è?” chiese lui.

“Leggi”

Alessandro aprì il fascicoletto e cominciò a leggerlo attentamente.

Il suo viso appariva luminoso. Con gli occhi sottolineava ogni passaggio importante. Fondamentale.

Sapeva leggere un contratto nelle sue parti salienti. Ne aveva letti tanti nella sua carriera.

Ultima pagina.

“Di chi è stata l’idea?”

“Nostra, ovviamente” Severin anticipò Carmine.

“Ovvio” Alessandro sorrideva “E quindi sarei la persona che, secondo voi, dovrebbe far fare il salto di qualità al vostro portierino”.

“Preparatore dei portieri e riserva di Gennarino” aggiunse il magazziniere.

“È pronto?”

“Probabilmente no, ma possiamo aspettare qualche settimana. Con il tuo aiuto siamo sicuri che servirà solo qualche partita. Ha un grande potenziale”

“Basterà a limitare i danni nelle prime partite che giocherà da titolare?”

“Lo scopriremo” Severin fissò l’amico che non aveva mai smesso di sorridere da quando aveva posato gli occhi sul contratto preparato da Nicola Mastroianni “Allora? Che ne pensi?”

“Penso che non ho mai fatto la panchina da quando ho cominciato a giocare”

“C’è sempre una prima volta”

“Tu, invece, che ne pensi?”

“L’idea è stata anche mia, quindi credo che possa funzionare”

“Non credi dovrei giocare io?”

“No. Non l’ho mai pensato. Quando aprirà il mercato Carmine troverà qualcuno che sia disposto a fare il secondo del nostro portierino. E tu potrai concentrarti solo sulla preparazione di Gennaro”

Il magazziniere assisteva allo scambio di battute tra il nuovo allenatore della Virtus e uno dei migliori portieri che avesse mai visto giocare, senza intervenire. Spostava continuamente lo sguardo dall’uno all’altro, con grande entusiasmo.

“Quindi?”

Alessandro tornò ai fogli che stringeva tra le mani.

“Quindi vediamo se ho capito: sarei una specie di tappabuchi fino all’apertura del mercato e poi fino a fine anno il vostro allenatore dei portieri. Ho capito bene?”

“No. Saresti il nostro preparatore dei portieri fin da subito. E ti siederesti in panchina con indosso la maglia numero 12 solo per farci un favore”.

“Quindi alla fine mi ringrazierete pure?”

Severin conosceva Alessandro da anni e da qualche mese era il suo coinquilino. Sapeva a che gioco stava giocando. Conosceva ogni sua espressione, ogni suo atteggiamento, ogni sua cadenza.

Avrebbe voluto lasciarlo fare, divertirsi con lui, come spesso facevano, ma non aveva intenzione di arrivare in ritardo agli allenamenti.

“Sono profondamente offeso da questa vostra proposta. Mi state trattando come una vecchia ruota di scorta. Io non…”

“Vestiti, che dobbiamo andare. Firma anche il contratto. Domani il presidente passerà al campo per conoscerti”.

Alessandro scoppiò a ridere.

“Lo sapevo! Tu vuoi fottermi senza darmi neanche un bacetto! Che gente! Che genteee!”

Tutti si unirono alla sua risata.

“Datemi cinque minuti. E poi possiamo cominciare a ballare questo nuovo ballo!”

 

* * *

 

L’arbitro richiamò la Virtus negli spogliatoi per effettuare il riconoscimento.

La squadra di Severin scendeva in campo con Gennaro Scognamiglio tra i pali; difesa a quattro con Rizzo e Marino sugli esterni, Pezzella e Capuozzo centrali; a quatto anche il centrocampo: Bocchetti e Imbriaco sulle fasce e la coppia centrale formata dal capitano, Giuseppe Galli, e Navarra; l’undici titolare si chiudeva con il tandem d’attacco Grieco-Spartera.

A disposizione: Alessandro Savastano, Gianluca Pellecchia, Roberto Sebastiani, Alessandro Amato, Cosimo Dettori, Riccardo Alberino e Umberto Carrino.

Quando Salvatore Esposito, il direttore, diede un’occhiata alla formazione titolare mille dubbi cominciarono a minare la sua ritrovata fiducia.

Troppi giovani in campo. Contando anche Gennaro Scognamiglio, sei erano gli under 19 schierati dal nuovo allenatore.

Sei.

Quando il regolamento ne richiedeva (almeno) tre. E tre potevano bastare, tre dovevano bastare.

Era una scelta folle.

Quella di Secondigliano era una piazza difficile. Molto difficile. Serviva gente abituata a questo tipo di partite, per sperare di fare risultato.

Erano riusciti a tesserare in tempo Alessandro Savastano e non capiva perché Severin, almeno per quest’occasione, non avesse deciso di buttarlo nella mischia. Vista la sua grande esperienza e la sua indiscutibile caratura.

E come se non bastasse, il Russo aveva deciso di utilizzare Bocchetti come esterno destro di centrocampo, anziché utilizzarlo come prima punta, considerato il suo gran senso del goal, preferendogli, in quel ruolo, il giovanissimo Grieco.

Ovviamente tenne tutte queste considerazioni per sé. Preferì evitare di parlarne perfino con Carmine Vorzillo.

“Ragazzi, venite qui. Voglio approfittare dei pochi minuti che ci restano per dirvi alcune cose”.

Severin era in piedi, di fianco alla lavagnetta. La stessa lavagnetta dove, prima del riscaldamento, aveva scritto la formazione titolare e le sette riserve che avrebbero affrontato, in trasferta, il Secondigliano.

Mentre tutti gli si avvicinavo, compresi quelli che sarebbero andati in tribuna al fischio d’inizio, Severin estrasse dal suo zaino un foglio.

Tutti lo guardavano.

Con del nastro adesivo attaccò la pagina alla lavagna.

Era la classifica.

“Guardatela, ragazzi.

Voglio che voi scendiate in campo avendo ben stampato nella mente quell’unico punto.

Voglio la vostra rabbia.

Voglio che pensiate solo a una cosa durante la partita: non meritiamo di stare lì, non meritiamo di avere quell’unico punto, è arrivato il momento di cominciare a fare sul serio”.

Severin guardò in direzione della porta che divideva la sua squadra dal lungo corridoio che avrebbe portato al rettangolo di gioco.

Lì, in piedi, c’era il direttore Esposito, con una copia della formazione tra le mani e una strana espressione in viso.

“Direttore?”

Severin attirò la sua attenzione.

“Non so come andavano le cose quando alla guida della squadra c’era Moreno Mautone, ma so per esperienza personale che nel pre-partita avere qualcuno dei dirigenti negli spogliatoi non fa bene alla squadra.

Noi apprezziamo la sua compagnia, io per primo, ma mi piacerebbe se, da adesso in poi, nello spogliatoio, in casa come in trasferta, prima di ogni gara, ci fossero solo i miei ragazzi, la rosa completa, e Carmine”.

Un leggerissimo mormorio riempì l’aria tra quelle quattro mura sacre.

Carmine con lo sguardò cercò Alessandro, trovandolo impegnato in una dura lotta per non cedere all’istinto di scoppiare a ridere.

Il direttore sembrava spiazzato. Spostò i suoi occhi dalla lista che stringeva tra le mani sulla squadra, poi su Severin, per tornare sulla distinta della Virtus.

Fece qualche passo in direzione della lavagnetta. Con un dito indicò la posizione occupata in classifica dalla Virtus, l’ultima.

“L’allenatore ha ragione, ragazzi.

Dovete metterci rabbia. Rabbia nei confronti di chi vi ha ingannato.

Rabbia contro tutto quello che c’è di marcio nel calcio e che rovina lo sport più seguito al mondo.

Rabbia nei confronti di quello che eravate in passato.

In bocca al lupo”.

Salvatore Esposito guardò Severin. Fissò i suoi occhi in quelli dell’allenatore, con un espressione indecifrabile.

Risentimento? Fiducia?

Rabbia?

Allungò un braccio, gli strinse la mano e lasciò lo spogliatoio.

Alessandro si avvicinò all’orecchio di Gennaro, il promettente portierino.

Bisbigliò.

“Gennarì, a noi tutta sta rabbia non fa tanto bene. Devi gestirla, non farti dominare dall’ira. Devi stare calmo e concentrato. Freddo come un chirurgo al tavolo operatorio. Lasciamolo a loro tutt’ stù nervosismo!”

“Ok, mister”

“Gennarì, mi devi chiamare Alessandro. Nun m’ fa sentì nu vecchiariell’!”

Gennaro gli sorrise e il numero 12 gli diede un’affettuosa pacca sulla spalla.

Quel ragazzino gli piaceva.

“E adesso ragazzi, andiamo in campo e dimostriamo quello che sappiamo fare!” finì Severin.

 

Fischio d’inizio.

I primi minuti dell’incontro volarono via senza il minimo sussulto.

Le due squadre si studiavano, il possesso palla dell’una e dell’altra era inconsistente, sterile.

Ma la svolta della gara arrivò al diciassettesimo della prima frazione di gioco: palla persa a centrocampo, verticalizzazione veloce sulla prima punta, sponda per il centrocampista, apertura a sinistra, cross in area, stacco di testa. Padroni di casa in vantaggio.

Secondigliano-Virtus 1-0, palla al centro.

Severin pensava a quello che gli aveva detto Carmine il giorno prima, sul finire della rifinitura.

"Sevè, metti solo una punta. Giochiamo a cinque a centrocampo e non buttare tutti i ragazzini più promettenti in campo, solo perché sei un romantico.

Fai le cose con calma.

Pensiamo a non perdere domani. Pensiamo a difenderci e a chiudere tutti gli spazi. Il resto poi si vede”.

Aveva gentilmente ignorato i consigli dell’esperto e abile magazziniere.

Presuntuoso e orgoglioso? No. Semplicemente aveva le sue convinzioni.

Il marcatore, quello che aveva buttato la palla in rete, alle spalle dell’incolpevole Gennarino, stava ancora esultando, rincorso dai suoi compagni di squadra.

Severin, Severin, ma cosa stai combinando. La gente non si renderà nemmeno conto della differenza tra te e… come si chiamava quell’altro? Quello che si vendeva le partite?

Sparisci, non è il momento.

Guarda come esulta …e questo è solo il primo. Il primo di una lunga serie. Saranno tanti i goal che incasserete, se continuate così.

Fanculo.

Continua così.

“Dai, dai, DAI!” urlò Severin dalla sua area tecnica, accompagnando ogni ‘dai’ con un furioso battito di mani “Rimettiamoci in campo! Non è successo nulla!”

In realtà avete appena preso goal.

Severin stavolta ignorò la voce.

“PEPPE! PEPPE!” il capitano guardò in direzione della panchina, mentre Emanuele Spartera e Umberto Grieco si preparavano a rimettere la palla in gioco, dal centro del campo “Gestite la palla, non la buttate via e non lanciate subito lungo. Possesso palla, possesso palla!”

Il primo tempo non lasciò spazio ad altre emozioni.

I due portieri, inoperosi per buona parte dei quarantacinque minuti, erano stati chiamati in causa solo in un paio di occasioni.

Uscite alte facili facili, su cross sbagliati o lanci lunghi troppo lunghi.

 

La porta dello spogliatoio ospite, quello della Virtus, si richiuse lentamente alle spalle dell’ultimo entrato, Alessandro.

Il silenzio era così denso che si respirava a fatica.

Severin, lentamente, guardò tutti. Uno ad uno.

“Hanno fatto goal sfruttando prima un nostro errore banale e poi una nostra distrazione.

Non meritavamo di essere in svantaggio. Ma neanche di essere in vantaggio.

Lo zero e zero sarebbe stato il risultato più giusto, perché nessuna delle due squadre si è resa realmente pericolosa.

Ma il calcio è anche questo. Uno stronzo pronto a bastonarti alla prima occasione.

Non ho intenzione di cambiare il modo in cui siamo scesi in campo a inizio partita.

Continuiamo così.

4-4-2.

Nella mia breve carriera ho capito che il modulo con cui si sistemano i giocatori è qualcosa di relativo.

Il modulo scelto da un allenatore è solo la forma. La sostanza siete voi. Ed è sempre la sostanza a fare la differenza, a prescindere dal contesto.

Gli interpreti dello spettacolo siete voi.

Sulla fascia destra abbiamo Lello che fondamentalmente è una punta di razza, che vede la porta come pochi, e in mezzo al campo c’è Peppe che ha tutta la genialità di un elegante trequartista.

Il nostro potrebbe essere considerato un 4-3-3 con licenza di uccidere. Ma ve lo ripeto, tutto è relativo.

So quello che stanno pensando o dicendo i nostri tifosi sugli spalti. Qualcosa che riguarda il nostro Lelluccio posizionato troppo lontano dalla porta; oppure che ho deciso di mettere troppi giovani in campo, tutti quanti insieme. E probabilmente non saranno gli unici a pensare queste cose.

Lo immagino. Lo so.

Ma, detto tra noi, a me frega poco o niente”.

Tutti guardavano Severin, in pochi lo ascoltavano.

Ricordate? Ascoltare è un’arte.

La maggior parte della squadra pensava al fatto che nonostante il cambio in panchina, nonostante una guida onesta e motivata, nonostante l’atmosfera armoniosa, nonostante tutto, la musica non era cambiata.

La stonata e dissonante melodia era sempre la stessa: gioco inesistente, svantaggio, sconfitta.

“E so anche a cosa state pensando voi. Ci sono passato anche io.

So che molti di voi sentono di aver già perso l’ennesima partita.

Ma voglio dirvi una cosa, qualcosa che molto probabilmente vi sfugge.

Anche giocando una merda, senza idee, contratti, spaventati e intimoriti, abbiamo incassato una rete che praticamente ci siamo fatti da soli.

La squadra avversaria è poca cosa. E guardate qui…” si avvicinò alla lavagnetta e staccò la classifica che vi aveva attaccato prima di scendere in campo “…guardate qui! È a metà classifica e giocando in casa contro l’ultima non è capace di costruire un’azione che sia una!

Sapete perché? Perché noi meritiamo molto, molto di più.

E noi sappiamo anche che stiamo giocando al 40% di come potremmo, sfruttando solo una parte del nostro grande potenziale”.

Silenzio.

Un silenzio leggero, che sembrava sollevarti, in cui sembravi galleggiare.

“Ho parlato troppo, me ne rendo conto.

Manca qualche minuto e non voglio sprecare il tempo che ho a disposizione restando qui.

Voglio che pensiate a quanto provato in allenamento. Soprattutto i movimenti di Lello sull’esterno e quelli di Spartera lì davanti.

E voglio andare in campo.

Voglio che andiate in campo. Aspetteremo lì la squadra avversaria.

FORZA!”

Altro battito di mani.

Uno.

Soltanto uno, a sottolineare l’intero discorso, mettendo l’accento su quel ‘forza’.

Tutti si alzarono in piedi, chi seguendo con le labbra il grido dell’allenatore, chi corricchiando verso la porta già spalancata dal Russo.

 

Severin e Alessandro parlottavano tra loro, sulla linea del fallo laterale, quando entrò in campo anche la squadra avversaria.

“Farci trovare già in campo è un bel segnale e guarda lì che facce, pensavano che avrebbero fatto di noi un sol boccone, che l’ambiente dopo aver silurato Mautone sarebbe stato invivibile, che la società avrebbe mollato, sfasciando l’intero progetto.

Beh, si sbagliavano.

Forza mister!”

Alessandro parlò velocemente, come faceva quando era su di giri. Era fiducioso. Era convinto che la partita aveva ancora tanto da dire e che la Virtus avrebbe avuto un ruolo da protagonista.

E infine, l’arbitro.

L’ultimo ad arrivare, l’ultimo a rientrare in campo. Quello che aveva meno da perdere o da guadagnare.

 

“Ueè, direttore carissimo. Come andiamo?”

“Don Aniello, salve. Tutto bene, non ci lamentiamo. Lei? Che dice? Tutto bene?”

“Eh, insomma, si perde ancora. Si perde pure se avete fatto fuori quella latrina di Mautone”.

“Andrà meglio don Aniè, andrà meglio. L’unica cosa che non mi spiego è questa scelta di mettere tutti 'sti giovani in campo”.

“Aaah direttò, a me non stanno dispiacendo

Io ora ce l’ho con la sfortuna. Mezz’errore abbiamo fatto e ci hanno castigati.

Non va bene, non va bene. Così non va bene. Se ci si mette pure la sfortuna è finita.

Ma sono convinto che vedremo un secondo tempo diverso.

Ho seguito un po’ i primi allenamenti organizzati dalla nuova guida tecnica e le devo dire la verità, il ragazzo mi piace. Ci darà soddisfazioni se lo lasciamo lavorare”.

“Ne sono convinto anche io don Aniè”.

Che dire di don Aniello?

Beh, don Aniello è il tifoso storico della Virtus. Tutte le squadre di provincia che militano nelle categorie inferiori ne hanno uno. Ha settantatré anni, è un ex professore ormai in pensione ed è vedovo. Passa le sue giornate nella casa per anziani dove vive e di cui è l’ospite più giovane.

Tra le altre cose, ama gli sport, anche se non ne ha mai praticato uno. E adora in modo viscerale il calcio.

Ma avremo tempo e modo di conoscerlo meglio. Ora abbiamo altro da fare. Da qualche minuto è iniziato il secondo tempo della partita.

 

Severin era in piedi al centro della sua area tecnica quando Peppe Galli, il capitano, con un lancio preciso di interno-collo servì sulla fascia destra l’esterno, Lello Bocchetti, che agganciò la sfera di petto scodellandola di prima intenzione al centro dell’aria, con un cross tagliato. Spartera intercettò di testa e provò la conclusione a rete, pronta la risposta del portiere che deviò in calcio d’angolo con un bel colpo di reni.

Era in piedi e osservava il movimento a venire in contro di Grieco, quando Galli fintò il passaggio sui piedi della giovane punta e allargò il gioco su Vittorio Imbriaco, il centrocampista sinistro. Imbriaco saltò facilmente il diretto avversario, e puntò alla bandierina del calcio d’angolo. Ancora un cross al centro dell’aria, ancora Spartera, stavolta di destro, impegnò l’estremo difensore del Secondogliano, in una parata plastica. Ancora calcio d’angolo.

Ed era sempre in piedi, al centro della sua area tecnica, quando dopo un batti e ribatti nell’area di porta, la palla finì appena fuori dai sedici metri difesi dalla formazione di casa. Lì era appostato Giuseppe Galli che con un abile stop di coscia, provò con il piede opposto la conclusione. Botta violenta e la palla si schiantò sulla traversa per tornare indietro, al mittente. Seguendo un copione già visto, su un palcoscenico diverso, con attori diversi, Galli agganciò di petto e riprovò la conclusione, feroce.

La palla, indirizzata all’incrocio dei pali, stavolta lasciò immobile il portiere avversario.

La rete si gonfiò con inequivocabile passione.

GOAL!

Peppino si lanciò in una corsa sfrenata. Tutti lo inseguivano.

Severin alzava le braccia al cielo, in un urlo liberatorio.

Peppino continuava la sua corsa, tallonato da Lello e Umberto.

Il resto della squadra dietro di loro.

Gennarino, nella solitudine che accompagna ogni portiere diede le spalle al campo e saltava incitando la curva alle sue spalle. I suoi tifosi.

Alessandro fu il primo a lasciare la panchina e abbracciare Severin, da dietro. Gli altri sei lo imitarono immediatamente.

Peppino continuava la sua corsa sfrenata, il suo obiettivo era chiaro, chiarissimo. Il Russo.

Raggiunse il suo nuovo allenatore con una foga inaudita, mentre tutta la squadra ormai era a pochissimi centimetri da lui. Una montagna fatta di giovani calciatori travolse Severin.

Tutti ridevano, esultavano, festeggiavano.

Mille braccia l’abbracciavano, mille mani lo toccavano. L’affetto e la gioia di ogni contatto lo rapirono, per portarlo in un luogo fatto di puro benessere.

Gli animi si placarono, improvvisamente. Come richiamati da una forza invisibile.

C’era una partita da vincere. La prima.

Si era al ventiduesimo minuto della ripresa e il punteggio recitava un’1-1 che riscaldava il cuore della Virtus. Ormai un unico corpo, con il suo allenatore.

Alessandro fu il primo a parlare, mentre tutti cominciavano ad allontanarsi per tornare in campo.

“E adesso si deve fare il secondo guagliù, FORZAAA!”

Severin sorrideva come non faceva da anni. Sapeva che bisognava sfruttare questo momento.

Guardò verso la panchina, erano ancora tutti in piedi. “Riccardo, Umberto, veloci, andate a riscaldarvi!”

Gli ospiti sembravano padroni della situazione. Un avvolgente e rapido possesso palla stava annullando la squadra avversaria. Era il momento di spingere per guadagnare i tre punti.

Trentunesimo minuto di gioco.

“Umberto, Riccardo. Venite!”

Severin richiamò l’attenzione dell’arbitro. Vennero effettuate le due sostituzioni.

Emanuele Spartera, una delle due punte, e Vittorio Imbriaco, l’ala sinistra, lasciarono il posto a Umbreto Carrino, un attaccante, e Riccardo Alberino, un centrocampista centrale.

Peppe aveva capito. Cercò con lo sguardo il suo allenatore e mimò qualcosa con le mani.

Severin annuì.

Riccardo si avvicinò a Lello. “Lellù, vai a fare la punta, si passa al 4-3-3. Là avanti state tu, Umberto Grieco e Umberto Carrino. S’addà vencer’ o frat’. Va a fa' gol!”

Lello Bocchetti gli sorrise e scattò in avanti.

Il gioco riprese.

I minuti passavano veloci. Troppo veloci.

Trentacinquesimo. Trentasettesimo. Trentanovesimo. Quarantunesimo.

La Virtus aveva costantemente il possesso della palla, in un paio d’occasioni aveva impegnato il portiere avversario, ma senza mai affondare davvero il colpo.

Quarantatreesimo.

Tre minuti di recupero.

Quarantaseiesimo.

Solo centoventi secondi.

Sesto calcio d’angolo in favore degli ospiti.

 

Peppe Galli sulla palla. Parte il cross.

La sfera disegna una traiettoria insidiosa, l’estremo difensore con qualche difficoltà riesce a respingere di pugno.

Pallone in fallo laterale.

Si occupa della battuta Armando Marino, il giovane terzino sinistro. Cerca e trova facilmente i piedi del capitano, che si gira velocemente palla al piede.

Si è sulla trequarti di campo.

Solito movimento a venire in contro di Grieco. Servito rasoterra da Galli. Sponda per Riccardo Alberino che di prima intenzione, quasi senza guardare, serve in profondità, sullo scatto, Lello Bocchetti.

Azione provata e riprovata in allenamento.

Aggancio perfetto di destro, al volo.

Bocchetti punta l’area di rigore. Un avversario ad affrontarlo. Si prepara, in ripiegamento, il raddoppio.

Finta di corpo, avversario superato, Bocchetti è in area.

Il portiere avversario comincia a chiudere lo specchio della sua porta. A piccoli passi.

Bocchetti lo punta, prova a superarlo, si allarga troppo, si allontana dalla porta. Bocchetti frena, in modo brusco. Il portiere è disorientato, siamo a pochi centimetri dal limite laterale dell’area di porta.

Palla sul destro, controllo di interno, ora sul sinistro, serve un assist perfetto a Umberto Carrino, all’altezza del dischetto del rigore. Sfera a mezz’altezza. Alle spalle di Carrino sta arrivando l’altro centrale di difesa.

Carrino va in contro alla palla.

Carrino, Carrino!

Stop di petto, tiro di collo destro.

La porta è vuota. È enorme. È così bella!

Il pallone gonfia di nuovo la rete!

GOAL!

Carrino porta in vantaggio la Virtus, a una manciata di secondi dal fischio finale.

In un attimo esplode la sua gioia, la gioia di Lello, la gioia di tutta la squadra.

Nuova corsa verso la panchina, tutti insieme.

Stavolta Severin urla, braccia al cielo, ma non riesce a stare fermo, corre verso i suoi ragazzi.

Corre urlando, corre ridendo, corre quasi senza toccare terra.

La panchina l’insegue. Tutti, meno uno.

Alessandro sfida la solitudine a cui è condannato un portiere.

L’ha sempre detestata.

Scatta verso la porta difesa da Gennarino. Il portierino salta di gioia. Si accorge del suo preparatore e ha tutta l’intenzione di raggiungerlo. Si incontrano a metà strada. Si abbracciano, si stringono. Saltano insieme.

Solo qualche secondo e diciassette folli individui gli sono addosso. Sono addosso ai due portieri.

È la prima vittoria stagionale della Virtus. È entusiasmo puro.

È felicità genuina. È festa.

È il calcio.

 

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