| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

La battaglia dei groenlandesi per giocare a calcio

di Francesco Cositore, 09 Dicembre 2016

Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei palloni che rotolano sui campi del Grande Nord, e non possiamo non imbatterci in un caso decisamente unico al mondo: la Groenlandia. Siamo appena al secondo appuntamento, ma già la nostra rubrica si spinge ai suoi limiti: non arriveremo più così a nord, né ci allontaneremo più di tanto dal nord Europa, su cui le nostre attenzioni si soffermeranno più avanti. Infatti, i lettori più attenti avranno notato che nel precedente articolo abbiamo parlato delle sei nazioni universalmente riconosciute come “paesi nordici”, senza fare alcun accenno alla Groenlandia. Ciò per una serie di motivi che è bene chiarire fin da subito, prima di iniziare l’avventura più affascinante ed esotica di cui parleremo. Innanzitutto, la Groenlandia non è un “paese nordico”: è un’isola – la più grande al mondo – che geograficamente è in Nord America. Il motivo per cui ne parliamo è però presto detto: politicamente rappresenta l’avamposto europeo oltreoceano, in quanto membro del Regno di Danimarca, nonostante uno status di quasi indipendenza (e infatti non fa parte dell’UE); culturalmente, le popolazioni locali (gli Inuit) hanno ormai assimilato lingua e mentalità dei loro ex-colonizzatori, con cui oggi intrattengono buoni rapporti.

 

 

Tralasciando questioni politiche troppo complesse per essere affrontate qui, la Groenlandia quindi almeno in parte è coinvolta nel nostro discorso, anche perché a ben vedere è molto vicina all’Islanda. Non a caso, qui il calcio l’hanno portato i danesi, e quindi gli europei. Così come danese è il nome di Jesper Grønkjær, l’idolo degli sportivi groenlandesi che da Nuuk è arrivato fino al Chelsea e all’Atletico Madrid.

 

 

Il caso Grønkjær, però, è un fatto isolato, ed è per questo che è avvolto da un’aura di mito. La realtà del calcio in Groenlandia è ben diversa, ed è lontana anche da un campionato non di primissimo livello come quello della madrepatria danese. Innanzitutto, l’organizzazione del torneo ricorda più una coppa nazionale che un campionato vero e proprio. Vi sono quattro turni: il primo è diviso in cinque raggruppamenti su base regionale (Nord, Sud, Centro, Est, Baia di Disko), si gioca in un weekend e il numero delle squadre che lo superano è variabile; il secondo turno si divide in due gironi da quattro squadre ciascuno; il terzo e il quarto turno sono rispettivamente le semifinali e la finale. Il numero dei partecipanti può variare, ma è quasi sempre inferiore ai venticinque club. I motivi sono fin troppo facili da intuire e non c’entra solo la scarsissima disponibilità economica. Infatti, per le squadre che non giocano nella capitale Nuuk e nei suoi dintorni, spesso una trasferta diventa di fatto impossibile: essendo il paese ricoperto quasi interamente coperto di ghiaccio, è impossibile costruire strade che colleghino i centri abitati. Inoltre, la distanza tra una “città” e l’altra (anche se sarebbe più corretto parlare di villaggi) supera spesso e volentieri i 1000-2000 km, per cui spesso i voli interni sono l’unica soluzione. A questa soluzione però non si può ricorrere d’inverno, quando l’interno della Groenlandia vede temperature tra le più basse del pianeta ed è spazzato da bufere di neve. Si capisce quindi abbastanza facilmente come d’inverno (ma in generale tutto l’anno tranne i mesi estivi) la vita in Groenlandia sia molto difficile: ecco perché il campionato inizia e finisce ad agosto, risultando quindi tra i più brevi del mondo. Considerando che i campi poi sono in terra battuta, all’aria aperta e spesso sono solo linee disegnate in riva al mare con delle porte sui lati… insomma, c’è bisogno di un meteo abbastanza clemente per poter giocare, e a queste latitudini il bel tempo è cosa rara.

 

Tutte queste difficoltà logistiche spiegano perché a vincere siano quasi sempre squadre della capitale o dei villaggi vicini. Tra queste, spicca il Boldklubben af 67 (meglio noto come B-67), che in Italia viene spesso rinominato “la Juve di Groenlandia”: il paragone con i bianconeri di Torino è però quantomeno inappropriato, sia perché il B-67 concentra le sue vittorie negli ultimi anni, sia perché spesso vince in quanto i suoi avversari sono costretti a rinunciare a giocare per le suddette difficoltà logistiche. Negli ultimi dieci anni ha vinto sette titoli e, sebbene favorito dalla posizione geografica, rappresenta comunque il top del campionato locale.

 

Tuttavia, la battaglia che devono combattere gli sportivi groenlandesi è più grande di quella contro il B-67, e coinvolge tutta l’isola. Il clima terribilmente ostile, infatti, ha di fatto rallentato lo sviluppo calcistico della Groenlandia, che però sta provando a seguire il modello della vicina Islanda. Anche qui, come nel paese dei vulcani, l’alcolismo è una piaga sociale tra i giovani che spesso si associa alla disoccupazione. Il governo locale, sostenuto economicamente da Copenaghen, ha quindi iniziato a creare campi in erba sintetica e campi al chiuso. I secondi sono piccoli palazzetti dello sport, che permettono di allenarsi anche quando fuori è brutto; i primi invece rispondono ad un’esigenza totalmente diversa, che entra direttamente nella politica calcistica. La FIFA e la UEFA, infatti, finora hanno respinto tutte le richieste groenlandesi di entrare a far parte delle competizioni ufficiali internazionali, a causa dell’assenza sia dei campi in erba (giocare sulla terra battuta aumenta il rischio di infortuni) sia del numero ancora basso di strutture al chiuso (le competizioni internazionali si giocano anche in inverno, e la Groenlandia deve poterle ospitare). Esistono infatti pochi campi in erba sintetica, tra cui uno - non a caso - è quello del B-67 a Nuuk.

 

 

I club però si stanno attrezzando, quindi tra qualche anno forse sarà possibile vedere qualche partita di Europa League a Qeqertarsuaq, Maniitsoq o qualche altro luogo impronunciabile. Qualcuno ha anche supposto che la GBU, cioè la federazione calcistica locale, potrebbe chiedere di affiliarsi alla CONCACAF, l’organismo che governa il calcio nordamericano, ma in Groenlandia vogliono giocare contro le squadre europee sia per il maggiore fascino delle squadre del Vecchio Continente sia per i legami politici con la Danimarca.

 

Più complicata è la questione della nazionale, che ha partecipato solo a competizioni non ufficiali come la FIFI Wild Cup, cui potevano parte tutte le nazionali non riconosciute dalla FIFA: vi parteciparono quindi sia paesi riconosciuti a livello politico ma non ammessi dalla FIFA, sia paesi non riconosciuti a livello internazionale. Usiamo il passato perché della FIFI Wild Cup si è giocata una sola edizione, quella del 2006 in Germania, durante la quale la Groenlandia perse 1-0 contro Cipro del Nord e 4-2 contro Zanzibar. La finale fu poi vinta da Cipro del Nord, ma poco dopo la competizione fu cancellata per diversi motivi, tutti di matrice politica: l’ovvia contrarietà della FIFA, l’irritazione della Cina per la partecipazione del Tibet, la difficoltà per i nordciprioti ad ottenere un permesso di ingresso in Germania.

 

Visti questi precedenti, l’edizione 2010 che doveva tenersi in Groenlandia fu cancellata, e di quelle successive nemmeno si parlò. Sempre nel 2006, i groenlandesi parteciparono alla ELF Cup, una competizione identica alla FIFI ma con partecipanti diversi: qui arrivò una vittoria per 2-0 contro la Gagauzia (una regione della Moldavia), seguita da un 1-1 con Zanzibar e una sconfitta per 1-0 contro il Kirghizistan e la conseguente eliminazione. Da quando pure quella competizione fu abolita sempre per volere della FIFA, la Groenlandia si è sempre rifiutata di partecipare a competizioni simili. Ad oggi, oltre ad amichevoli contro altre nazionali non riconosciute, la selezione locale vede nelle partite (sempre amichevoli) con Islanda e Fær Øer l’unica possibilità di confrontarsi con avversari di livello. Nel 2010 l’allora presidente della FIFA, Sepp Blatter, si recò in visita a Nuuk e annunciò pubblicamente l'approvazione del campo da parte della FIFA, approvazione che è una condizione necessaria per l'accettazione della nazionale groenlandese. Da allora non è arrivato nessun riconoscimento, nonostante i passi avanti.

 

Ma la Groenlandia continua la sua battaglia per poter giocare a calcio anche contro i grandi d’Europa e del mondo. D’altra parte, un popolo che non teme il ghiaccio e il gelo certo non si arrenderà davanti a qualche rifiuto. Se i groenlandesi credono di avere qualche altro talento alla Jesper Grønkjær ci sarà da credergli. Noi possiamo solo sperare di vederlo presto imbarcarsi per venire a giocare in Europa con i conterranei. Ma per il momento li anticipiamo e ci imbarchiamo noi verso la terraferma, direzione Scandinavia. Storie ancora non raccontate di palloni che rotolano ce ne sono anche lì.

 

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