| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

C'era una volta il 10 in America

di UFFICIO SINISTRI, 15 Giugno 2017

Il 9 luglio del 1994 passai praticamente tutta la giornata in treno. Da Trieste a Milano, poi da Milano a Novara: stavo tornando da uno di quei campi scuola nella natura e nella condivisione. Era caldissimo, era un luglio dal caldo pazzesco, che ricordo sin meglio di altri luglio più vicini nel tempo. Italia – Spagna cominciò che stavamo entrando col treno a Milano, da Lambrate, erano le sei del pomeriggio e l'arsura deglutiva i tetti del vecchio quartiere combattente. In Centrale c'era mio padre al binario ad aspettarmi: mi aveva detto il giorno prima, al telefono, che avremmo fatto il viaggio da Milano a Novara insieme e poi, una volta in Piemonte, sarebbe venuta mia madre a prenderci in stazione. Indossava delle scarpe di tela, era il suo primo giorno di vacanza e forse la sera dopo saremmo dovuti andare al cinema all'aperto. Il sole passava tra le vetrate dell'arcata della stazione, alcuni raggi arrivavano a colpire i piloni ricoperti di pubblicità e scritte tra un binario e l'altro. La coincidenza col treno per Torino era alle sette e dallo schermo posizionato sulla testata dei binari, prima che iniziassero le scalinate che portavano in discesa in piazza Duca D'Aosta, si vedeva già la partita. Non era un maxischermo, era una televisione più grande delle televisioni comuni, diciamo, intorno alla quale si era creato un gruppo di spettatori provenienti probabilmente da tutta Europa, di passaggio. Non appena io e il mio vecchio arrivammo nei pressi della trasmissione, gol di Dino Baggio. La reazione non fu scomposta, forse perchè dopo l'ottavo contro la Nigeria le energie rimaste erano poche, e il nostro treno fu annunciato al binario sei. Sempre quello, ancora oggi, porta e viene a prendere i pendolari della mia città sino a Milano. Venimmo a conoscenza del pareggio della Spagna dal controllore, all'altezza di Magenta. Aveva uno spiccato accento calabrese. Forse aveva segnato Caminero, il trequartista con la faccia da toreador, che portava i capelli a caschetto e i baffi. I passeggeri intorno a noi rimasero con le schiene appiccicate agli schienali blu dell'Interregionale, qualcuno cercava consenso nello sguardo dell'altro, magari quello seduto di fronte, ma niente.

 

Mia madre era abbronzata, erano quindici giorni che non la vedevo e da ragazzino mi sembrava sempre cambiata ogni volta che non la vedevo per un po' di tempo. Mi accorsi che mi mancava il suo profumo. La salutai ed accendemmo la radio in macchina. Il gol di Baggio, lanciato da quella palla inesistente di Beppe Signori, arrivò che eravamo quasi sul Baluardo vicino al nostro quartiere, ai bordi del centro storico della città deserta: la gente accaldata però usciva ed entrava dai bar, nervosa e abbacinata.

 

Quello del 1994, negli Stati Uniti, fu l'ultimo Mondiale dei Numeri Dieci. Baggio, Stoitchkov, Hagi, lo stesso Caminero, Maradona e il suo urlo alle telecamere con alle spalle Gabriel Omar, Vincenzo Scifo, Matthäus fresco di vittoria alla Notti Magiche, Jay Jay Okocha. Un'ultima grande reunion dei maggiori esponenti di questa scelta politica prima dello scioglimento definitivo, prima di lasciare il posto ai cosiddetti "centrocampisti totali" e agli spilungoni col numero nove di Francia '98. Quel Mondiale fece da spartiacque per molti, sia calcisticamente che non: per me per esempio rappresentò il passaggio dal leggere i libri assegnatici durante l'estate dal nostro lungimirante professore di italiano oppure da parte dei miei genitori all'addentrarmi in letture scelte da me. Fu la stagione in cui scelsi i Racconti di Nick Adams come compagnia perché parlavano di alcol, di pesca e di risse. Era quella la vera evasione estiva che mi spettava?

 

Parliamo ora di un film tratto da un racconto e di un romanzo dal quale fu tratta un'importante rivisitazione cinematografica. Perché parlando di un Mondiale non si può fare altro che divagare e astrarre. Si parla di continente americano, dunque, e della classe politica dei numeri 10, dell'ultima volta che furono in America. Parliamo di George Hagi, romeno della Dobrugia, una regione affacciata sul Mar Nero e al confine con la Bulgaria.

 

George Hagi affrontò agli ottavi un'Argentina già privata di Diego Armando Maradona, reduce dei controlli antidoping dopo quell'urlo che tutti consideravano già il manifesto del mondiale. L'impassibile mancino affrontò la trasferta americana po' come un funambolico Gordie Lachance di "Stand by Me", seguito dai suoi compagni di avventura Ilie, Munteanu e Popescu, in cui vedevo reincarnati sul rettangolo di gioco rispettivamente il River Phoenix in perenne canottiera di Chris e poi Teddy e Vern, gli altri protagonisti del film tratto dal racconto "The body" di Stephen King, l'unico dello scrittore di Portland che abbia mai letto. Il primo fedele e in perenne ammirazione di Gordie, ma anche difficile, dilaniato interiormente e al contempo sfacciatamente coraggioso. Il secondo a prima vista complicato ma eternamente spassoso; il terzo insicuro, romantico e spesso poco risolutivo. Quei quattro erano la Romania di Usa '94, alla ricerca di un'impressione storica che purtroppo non arrivò: la sconfitta ai rigori nel turno successivo, quello dei quarti, contro la Svezia più brasiliana che sia esistita, fu la cocente prova di un attacco forse troppo superficiale da parte dei rumeni. E così, forse, Hagi si ritrovò il giorno dopo l'eliminazione a sfogliare i giornali che parlano di un avvenimento aspettato, proprio come fa Gordie all'inizio del film. La partita, arbitrata da Pairetto, mise in luce più i meriti della Romania che i demeriti dell'Argentina, che si comportò egregiamente anche senza il suo Diego. Ma Hagi, quell'assist a Dumitrescu, da dove lo tirò fuori? Come gli venne in mente? Così incline alla lentezza, così preciso, così improvviso. E quel gol di destro, in contropiede dopo un contrasto nella sua trequarti. Fu pura magia, fu una partita totale. Il vero Maradona del Mondiale d'America, ora, era lui: il Maradona dei Carpazi

 

Un altro paragone, questa volta puramente letterario (il film secondo me non vale la candela e il John Ford di "Ombre Rosse" è troppo lontano ), con Hagi e la sua nazionale, può essere quello con Tom Joad di "The Grapes of Wrath": da fedele e devoto capitano, guidò il gruppo giallo-rosso-blu in un'avventura sulla carta impossibile, prendendosi responsabilità difficili ed enormemente pericolose. Ovvio, Tom Joad era appena uscito di prigione, ma il peso da portare sulle spalle, per il capitano romeno, era davvero incommensurabile. Guidare la sua famiglia in California, verso Pasedena, i frutti della terra e i vigneti, solo lui a prendere le decisioni. Il fiume Colorado, l'Argentina agli ottavi, si rivelò però l'ultimo capitolo di quel viaggio, di quel romanzo di formazione a cui partecipò la Romania. Si comportò da vero rivoluzionario quindi, umile, midollare e risoluto, indossando quella casacca numero dieci nella quale Stati interi erano soliti identificarsi, nelle frenesie, nelle voglie e nei sogni, almeno in occasione dei Campionati del Mondo. Leggendo romanzi e fermandosi accanto agli altri passanti a guardare le partite nelle stazioni brulicanti

 

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