| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Daniele De Rossi: una vita da romanista romano

di Antonio Sorrentino, 01 Agosto 2017

Spesso siamo abituati a focalizzarci sul tenore di vita dei calciatori, che normalmente non è accessibile alla quasi totalità degli abitanti del globo terracqueo; tuttavia altrettanto frequentemente tralasciamo la componente umana dietro ogni calciatore, infatti prima di essere abili con il pallone si è essere umani, con i propri sentimenti, insicurezze, certezze e paure. Tra i sentimenti più apprezzati dai tifosi vi è senza dubbio il senso di appartenenza alla maglia, con il quale il giocatore entra in simbiosi con i colori sociali e l’ambiente, impegnandosi in campo non solo per motivi economici ma anche per dimostrare l’amore verso tutto quello che viene rappresentato sinteticamente dal nome della squadra in cui milita. Il senso di appartenenza sarà il concetto fondamentale di questo articolo, il cui protagonista è Daniele De Rossi, romano – romanista e giocatore della Roma dal 2000 (dal 2001 promosso in prima squadra).

 

Nato ad Ostia nel luglio del 1983, Daniele De Rossi è figlio d’arte in quanto il padre Alberto è stato una colonna portante del Livorno dei primi anni '80. La storia calcistica di De Rossi inizia proprio tra le strade di Ostia, una delle frazioni più importanti di Roma con un settore giovanile non accessibile a tutti data la concorrenza per garantirsi un posto tra le sue fila. Tuttavia, il piccolo Daniele riesce ad entrare nelle giovanili dell’Ostia all’età di 9 anni, e nel corso degli anni non mancherà di esprimere la sua personalità dirompente che, mossa dalla passione, tante volte ha portato il biondo centrocampista a comportamenti sopra le righe. Che il giovane Daniele sia un tipo tosto si inizia a capire già nel 1992, quando rifiutò la Roma perché “voleva stare con i propri amici”, e continuare a divertirsi nell’Ostia; il tempo tuttavia fu galantuomo e alla seconda chiamata giallorossa De Rossi iniziò la sua trafila nelle giovanili della Roma, abbandonando quella zona di Roma che lui stesso ha definito in qualche intervista come “la culla” e “un posto che mi emoziona ancora”. L’Ostia Mare è sempre nei pensieri di De Rossi nei primi anni di carriera, tanto che sui suoi parastinchi era inciso il logo della società ostiense, anche se con il tempo “scompare la mania del look e dell’estetica con funziona di riconoscenza”, come ha poi spiegato il futuro capitano giallorosso.

 

Esordisce in prima squadra nell’ottobre 2001, nella trasferta di Champions League ad Anderlecht; mentre dalla stagione 2002/03 è arruolato in prima squadra. Come raccontato in un aneddoto, il suo sogno era indossare la maglia numero 5, che fu di un certo Falcao: purtroppo per il giovane Daniele c’erano delle gerarchie da rispettare, così negli anni successivi scelse il numero 16 in onore della figlia, nata il 16 Luglio. Il primo maestro di De Rossi è stato Don Fabio Capello, per il quale il biondo centrocampista ha spesso speso parole di stima definendolo come “uno burbero, ma capace di trasmetterti il valore dell’educazione e portarti a diventare uomo in fretta”. De Rossi poi aggiunse un simpatico particolare raccontando che “per quanto fosse scaramantico Capello, dopo la sconfitta al mio esordio a Firenze pensavo che non mi convocasse più, invece mi ha fatto crescere e mi ha aiutato ad approdare in Nazionale”. Grazie alle sue prestazioni grintose ed agli insegnamenti di Don Fabio, De Rossi esordisce in Nazionale nel 2004, ma un episodio che si ricorderà in eterno risale al Mondiale del 2006, quando nel match con gli USA De Rossi rifilò una gomitata al povero McBride, beccandosi una squalifica di 4 turni.

 

 

Un altro allenatore fondamentale nella crescita del centrocampista giallorosso è stato Luciano Spalletti, per il quale non sono mancati apprezzamenti sia sotto il lato sportivo in quanto “è stato l’allenatore che più di tutti mi ha condizionato, e nel corso degli anni ho imparato a capire in anticipo cosa stesse pensando, iniziando a vedere il calcio con i suoi occhi”, sia in riferimento alla recente diatriba tra Spalletti e Totti: su questa vicenda, il futuro capitano giallorosso ha sottolineato la capacità di Spalletti di tenere unito l’ambiente giallorosso, evitando di cadere nei tranelli di alcuni esponenti della stampa romana che avrebbero voluto spaccare lo spogliatoio mettendo gli appassionati di fronte ad un bivio ovvero schierarsi con l’allenatore o con lo storico capitano. La stima di De Rossi per il tecnico di Certaldo nacque quando il centrocampista chiese un giorno di ferie dopo la nascita della figlia: Spalletti rispose che poteva dare un bacio alla figlia e venire poi all’allenamento, che fortunatamente poi fu compresa da De Rossi, che seppe cogliere nel corso del tempo le grandi qualità umane di Spalletti. De Rossi, in una recente intervista, ha espresso la speranza di poter vedere Spalletti sulla panchina giallorossa, tuttavia questo desiderio rimarrà inesaudito in quanto l’allenatore toscano si è trasferito a Milano, destinazione panchina dell’Inter.

 

 

Il centrocampista giallorosso ebbe un buon rapporto anche con Luis Enrique, al quale riconobbe indubbie competenze tattiche anche se è stato poco “sponsorizzato” nel corso della sua permanenza nella Capitale. A Luis Enrique si deve soprattutto l’adattamento di De Rossi a difensore centrale, accorgimento necessario in periodi di emergenza infortuni; non è un caso che le migliori prestazioni di De Rossi nell’epoca dell’allenatore spagnolo siano capitate quando il numero 16 giallorosso è stato schierato al centro della difesa. Inoltre, nello stesso periodo De Rossi, quando non schierato in difesa, in fase di impostazione scalava sulla linea difensiva per poter iniziare la manovra giallorossa. Del breve periodo di Luis Enrique sulla panchina giallorossa si ricorda un aneddoto secondo il quale l’allenatore spagnolo interpretò un ritardo di De Rossi ad una riunione tattica come segnale di scarsa concentrazione, che costò a Daniele la tribuna in occasione della trasferta di Bergamo.

 

Ben più tesi furono i rapporti tra De Rossi e Zeman: avvisaglie di rapporti pessime si ebbero già nel Settembre 2012, quando De Rossi espresse la sua preferenza per Montella; non era mai nata simpatia tra i due anche a seguito del carattere forte di Zeman che tendenzialmente non guarda in faccia a nessuno. Tutto questo portò De Rossi a stare in panchina per molte partite, con le preferenze dell’allenatore boemo per il greco Tachtidis, che si rivelerà non all’altezza della maglia giallorossa. Inoltre, De Rossi contestava anche i metodi in allenamento di Zeman, definiti come “una serie straziante di addominali e gradoni”. Da più parti si ritiene che De Rossi sia stato uno degli artefici dell’esonero di Zeman, visti comunque la serie di rapporti poco chiari del centrocampista giallorosso con personaggi di spicco nella città di Roma. L’esonero di Zeman fu un episodio controverso di quell’annata romanista; nella quale De Rossi attirò su di sé molte inimicizie da parte di una frangia della tifoseria, sostanzialmente spaccata nell’atteggiamento verso Capitan Futuro.

 

 

Su questo punto influirono anche alcune vicende personali e sentimentali di Daniele De Rossi, ma tali fatti esulano dall’ambito calcistico e, per esse, si rimanda ad altre fonti e trattazioni.

 

Al giorno d’oggi, si aprono nuove sfide per il centrocampista giallorosso, ovvero raccogliere l’eredità di capitano lasciata da Francesco Totti, anche lui una vita intera spesa in maglia giallorossa. De Rossi dirà che il suo addio è qualcosa che non si può definire, che nonostante l’età di Totti è vissuto come prematuro perché a Roma non ci si stanca mai di Totti. Tuttavia, De Rossi potrà fare a meno della nomea di Capitan Futuro, perché il futuro inizia già da ora!

 

L’articolo si conclude con una citazione d’autore nella quale De Rossi, per dimostrare il suo amore verso Roma e la maglia giallorossa, dichiara in un’intervista che:

 

“Il mio rimpianto più grande è quello di poter donare alla Roma una sola carriera”

DANIELE DE ROSSI

 

 

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