| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

13.

Di cosa parliamo quando parliamo di Calcio

di Ciro Ruotolo

Lo spogliatoio è vuoto. Sei solo. Sei il primo. Ci sei solo tu, solo tu e quelle quattro mura. Che ti fissano, ti giudicano.

Con la tua squadra hai raccolto un solo punto. In nove partite giocate.

Vorresti tanto cambiare le cose ma non sai come fare. Non sai cosa fare. Il danno è fatto.

Ci pensi. E ti vergogni. E t’incazzi. E più t’incazzi e più ti vergogni.

L’ultima posizione in classifica non ti tocca. È solo un gioco e tu ne rispetti le regole.

Il disagio ti aggredisce solo perché sei solo. Sei il primo. E così hai il tempo di pensare.

Pensi,

pensi,

pensi e quello specchio troppo grosso ti sbatte in faccia tutto ciò che non vuoi vedere. La tua faccia.

La tua faccia ti sorride, ma è un sorriso senza allegria. È un sorriso inquietante e tu non puoi fare a meno di fissarlo. Ti guardi. Ti guarda. Ti fai schifo ma vai avanti. E la tua bocca compiaciuta s’appiattisce prima di parlarti. Le labbra sono tese nello sforzo di trattenere quelle parole che ti sbraneranno vivo, perché in fondo sai anche tu che:

“La responsabilità è tua”. E la tua voce accarezza l’aria attorno alla tua testa, sfiora le tue orecchie. Leggera, come se non esistesse.

E la tua faccia è sempre lì. Ti accusa.

Cos’è per te il Calcio?

Te lo chiede. Te lo chiedi.

Non sai cosa rispondere, perché da tempo hai smesso di pensarci. Da tempo hai smesso di crederci.

E ora? Ora sei solo.

Solo ma in buona compagnia, perché quando decidi di distruggere le cose dall’interno, quando decidi di sporcare, sporcandoti, quando decidi di venderti e vendere tutto ciò in cui credevi, la compagnia non manca mai.

Nove partite. Un solo punto.

Quanti ne avrebbero fatti questi ragazzi senza di te?, senza di voi.

Carmine dice che la squadra non è male e io gli credo. Severin sembra essere d’accordo con lui e io mi fido.

La tua immagine riflessa continua a fissarti. Non resisti. Ma continuerai a farlo. Come sempre.

Ogni partita sarà una sconfitta certa, o giù di lì, con te ad alzare il sipario sull’ennesima farsa, l’ennesima buffonata.

Incontri già organizzati. Otto sconfitte consecutive frutto di un accordo malato stipulato da malati in uno sport che troppo spesso è pura malattia. Grazie a te. Grazie a voi.

Ecco perché conti più retrocessioni che partite vinte.

Ti guardi. Senti dei passi in corridoio. Ti allontani dallo specchio.

Attendi.

La porta si spalanca. È lui, il tuo Capitano.

Peppino entra nello spogliatoio. Tu sei lì imbambolato, in piedi, di fianco al grosso specchio che domina l’intera stanza enorme. Non si aspettava di vederti.

“Uè mistèr, come mai già qua? Pensavo di essere il primo”.

“E ti sbagliavi Peppì”.

Si guardano, si sorridono.

Mautone ora sembra tranquillo. È in buona compagnia.

 

 

 

* * *

 

 

 

“Senti un po’, ma se oggi venissi anche io?”

Era trascorsa una settimana dall’ultima pesante sconfitta della Virtus.

Un lungo e noioso viaggio attendeva Severin, per la trasferta di quella squadra che si ostinava a seguire nonostante le tante sconfitte, nonostante le tante delusioni.

In principio, agli occhi di Alessandro, l’inspiegabile fedeltà dimostrata dall’amico appariva come un insoddisfacente passatempo, ma le cose, dopo l’ennesima sconfitta, erano cambiate.

Il motivo di questo cambiamento era semplice, estremamente chiaro.

L’aveva visto con i suoi occhi. Era lì. Ne era rimasto colpito in modo incontrollato, definitivo.

Alla partita, durante quel massacrante e avvilente secondo tempo, Alessandro ne era rimasto stregato. Severin sembrava esser tornato quello di un tempo. Anche se solo per quarantacinque minuti, anche se per il tempo di una partita, anche se solo una volta a settimana. Adesso capiva. Tutto era limpido, lampante.

Il Calcio era la sua vita. L’amava, in modo viscerale. Nel modo in cui si ama un fratello, un genitore, una donna, un amico. In quel modo genuino, quasi infantile, che rende grande ogni gesto, ogni pensiero.

Cos’è per lui il Calcio?

È libertà.

Passione inscindibile dalla sua esistenza.

Severin vive per il Calcio. Per l’inebriante profumo dell’erbetta e del cuoio di un pallone.

Non può farne a meno. Non può e non vuole.

La Virtus è il naturale prolungamento della sua essenza più intima.

Un Calcio lontano dai grotteschi meccanismi oliati a suon di milioni. Un Calcio umile. Vero. Autentico. Fatto di persone che non vivono di calcio ma per il calcio. Differenza sottile, ma squisitamente sostanziale.

E Alessandro lo vedeva. Lo vedeva perché lui era fatto della stessa pasta. Guardava al calcio con lo stesso sguardo incantato e sincero. E voleva esserci. Voleva tornare ad emozionarsi come quando indossava i suoi guanti, voleva tornare ad esultare. Non per i grandi campioni che si ammirano in tv o allo stadio senza poterli toccare, conoscere. No.

In poco più di quaranta minuti, Severin, con la sua passione era riuscito a risvegliare in lui qualcosa di primordiale. Un’emozionante forza da troppo tempo ignorata.

Ora capiva.

“Allora? Che ne dici?”

Questa volta la sua domanda non restò inascoltata.

Per una manciata di secondi lo sguardò di Severin incatenò a sé quello del caro amico.

Corrispondenza d’amorosi sensi per qualcosa che vive dentro ogni amante onesto e al di fuori di esso si palesa in un tripudio di appassionata esaltazione. Il Calcio, ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.

Non ci fu spazio per le parole inutili e queste non assecondarono la mal celata gioia di Severin.

“Alla partita ci può andare chiunque, non devi mica chiedere il permesso a me”.

Alessandro gli sorrise. “Allora è deciso! Ci guardiamo quest’altra sconfitta insieme, almeno avrai qualcuno con cui dividere il tuo dolore! Oh, povero te! Perché ci innamoriamo sempre delle tipe sbagliate?” E stavolta scoppiò a ridere.

“Sei un coglione”.

Come già detto, nella vita, ognuno deve, necessariamente, interpretare un ruolo. E talvolta, con le persone giuste, si riesce, tra le altre maschere, a indossare anche la proprio faccia.

“Io esco tra mezz’ora. Vado in stazione e una volta arrivato lì prendo un autobus per arrivare al campo”.

“Treno? Autobus? Partenza fissata quattro ore prima della partita? Sevé, Sevé! Oggi fai il signore!”

Alessandro tirò fuori dalla tasca dei suoi jeans un voluminoso mazzo di chiavi e l’agitò d’avanti alla faccia dell’amico. “Oggi si va in macchina! Come tutte le persone normali! Lasciali perdere i mezzi pubblici che fanno male alla salute!”

“Se pensi che arriveremo per il fischio d’inizio, ti sbagli! Saremo lì per il riscaldamento”.

“Manco fossi l’allenatore di quella banda!

“Ma oggi non gioca il Napoli alle tre?”

“Sì, ma è contro l’ultima in classifica, è una partita già vinta!”

“Se lo dici tu!”

“Allora, ecco che si fa: io vado a fare una doccia, veloce veloce, mangiamo qualcosa e poi andiamo”.

“Per l’inizio del riscaldamento”.

“Per il riscaldamento. Ricevuto”.

Alessandro cominciò a camminare verso la porta del bagno con il suo incedere elastico e deciso, quando la voce di Severin, dubbiosa, interruppe la sua cavalcata alla conquista di una piacevole doccia fresca.

“Ma… a proposito di quel Mautone lì, l’allenatore della Virtus… tu ne sai qualcosa? Che ne pensa la gente da queste parti?”

“Non lo so Sevè, lo sai, da quando ho smesso non ho più frequentato certi ambienti. Perché ti interessa tanto?”

“Mah, così. Non mi piace”.

“È normale, ha fatto un punto in nove partite, saresti un pazzo a dire il contrario”.

“Non parlo di questo. C’è qualcosa che non mi convince. Io l’ho visto, pare se ne fotta.

Per non parlare delle sue scelte. A volte mi dà la sensazione di prendere consapevolmente quelle sbagliate”.

Si guardarono come per condividere un segreto essenziale, di vitale importanza.

Stavolta fu Alessandro a rompere il silenzio.

“Posso curiosare in giro, e vedere cosa riesco a scoprire”.

E su quest’ultima parola pose uno strano ed esagerato accento, come se si trovasse in uno racconti di Conan Doyle.

Ma la cosa che più incuriosì Severin fu l’improvvisa serietà dell’amico.

Erano estremamente rari i momenti in cui Alessandro toglieva la sua maschera preferita, quella da pagliaccio, per indossarne una diametralmente opposta. Il suo atteggiamento goliardico e scanzonato troppo spesso offuscava volutamente la sua parte riflessiva e intelligente.

Scherzava su ogni cosa, su qualsiasi argomento, con ironia, talvolta bonaria, altre acuta e pungente. Gelosamente, quasi come fosse un tesoro, nascondeva il suo lato più prezioso, quello che, molti anni prima, con l’immenso aiuto di Carmine Vorzillo, aveva permesso alla Real Giuglianese di vincere il Campionato.

E che Severin aveva avuto modo di apprezzare e ammirare in diverse occasioni quando condividevano il rettangolo di gioco indossando la stessa maglia.

“Tu credi che lui sia fatto della stessa pasta di quelle merde che mi hanno fatto passare la voglia di giocare?”

“Non lo so Ale. Per nove partite ho osservato le sue reazioni. Tutto sembra così innaturale. In qualche modo stonato. Non lo so.

Ma ora vai a fare ‘sta doccia che non voglio fare tardi. Sbrigati”.

E riecco la versione di Alessandro che impareremo ad amare insieme, con il tempo.

“Si mamma! Corro”. E saltellando, lasciò Severin solo con le sue perplessità.

 

Il viaggio in macchina fu piacevole. I novantuno chilometri che dividevano la casa di Alessandro e Severin dal campo dove la Virtus avrebbe giocato la sua decima partita stagionale fecero da sfondo alla simpatia dell’uno e al composto sarcasmo dell’altro. Mentre Freddy e la sua Regina cantavano che lo spettacolo doveva andare avanti, ad ogni costo.

E quindi eccoci arrivati allo Stadio. Puntuali per l’inizio del riscaldamento.

Moreno Mautone, l’allenatore, Peppino, il capitano, Federico, il primo portiere e Stefano, il difensore centrale e vice-capitano della squadra avevano già lasciato lo spogliatoio, per primi. Soli.

Erano nella lunetta dell’area rigore, con una sacca piena di palloni a far da trofeo tra le loro gambe, quando Severin cominciò a fissarli.

 

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