| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Dieci anni ed un augurio...

di Pierluigi Avanzi, 29 Dicembre 2017

Ho avuto il privilegio d’iniziare a scrivere della mia amatissima Inter (grazie alla prima testata giornalistica che me lo permise – un settimanale cremonese di sport e attualità – pur non essendo io giornalista né di titolo né di professione) nel lontano ormai 2007, epoca in cui in panchina sedeva mister Roberto Mancini, rampante allenatore-manager autorevole e temerario allora in procinto di vincere il suo secondo dei tre consecutivi scudetti che avrebbe conquistato come tecnico della Beneamata. Dieci anni e dieci trofei dopo, l’Inter ritrova un coach altrettanto preparato, fumantino, puntiglioso e permaloso alla stregua dell’ex fantasista sampdoriano rispondente al nome di Luciano Spalletti, tecnico con molta più esperienza alle spalle rispetto al primo Mancio nerazzurro ma, campionato russo a parte, allo stesso tempo geneticamente assai meno avvezzo di Mancini a condurre un club al “grosso” successo finale. L’odierno trainer del Biscione – ottimo conoscitore della nostrana Serie A in tutte le sue sfaccettature, tanto che in questi sei mesi a Milano, per merito specialmente di una straordinaria e correttissima continuità di modulo e giocatori utilizzati, ha già saputo creare una fondamentale e solida base su cui proseguire a lavorare – sta infatti confermandosi allenatore di buona caratura (personalmente reputavo però esserlo pure il suo predecessore Stefano Pioli) ma non ancora da ritenersi al livello di due autentici top-player della panchina come Diego Simeone o Antonio Conte, giusto per citare i nomi maggiormente gettonati sino alla scorsa primavera accostati ai nerazzurri.

 

Un importantissimo pezzo di vita lungo un decennio, dunque, nel quale – attraverso articoli, post, e-book e libri cartacei, tutti rigorosamente vergati col cuore e nei ritagli di tempo – ho avuto modo di coniugare tre delle mie più grandi passioni: la scrittura, l’Inter e la sua storia. Un’esperienza bellissima e galvanizzante, che ho felicemente intrapreso d’un fiato e che, a differenza ad esempio della mia “vera” e poco entusiastica occupazione di ragioniere, mi ha regalato molteplici momenti indimenticabili ed altrettante soddisfazioni inimmaginabili sino a prima del 2007, ivi compresa l’opportunità di conoscere, interagire o condividere telecamere e microfoni con personaggi che in passato avevo unicamente avuto la possibilità di leggere, guardare in televisione oppure ascoltare alla radio.

 

Due incancellabili lustri in cui, da Roberto Mancini a Luciano Spalletti, per svariati motivi ho tuttavia dovuto anche contare ben dodici diversi allenatori sedutisi sulla panchina della Beneamata: per puntare a costruire qualcosa di rilevante e duraturo, francamente e indiscutibilmente troppi. Ecco perché il mio augurio nerazzurro per il 2018, considerando il già buon organico a disposizione a livello di formazione titolare, è essenzialmente uno: stabilità tecnica, senza se e senza ma. Necessaria, almeno quanto quella societaria che da alcuni mesi a questa parte pare essersi finalmente ritrovata, per pensare ad un futuro che offra raggianti prospettive all’encomiabile e onnipresente popolo del Biscione, che a ragione nutre (oggi, dopo aver collezionato quaranta punti in diciotto gare, ancor più che ad agosto) concrete speranze di un imminente quanto doveroso ritorno in Champions League. In mancanza del quale, però, a fine stagione molto probabilmente tornerebbero ad allungarsi prepotenti le ombre di due “mostri sacri” come Simeone e Conte. Ricominciando di conseguenza da zero per l’ennesima volta, purtroppo, a vantaggio di avversari già collaudati.

 

 

 

 

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