| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Diego Pablo Simeone, il destino di un predestinato

di Antonio Sorrentino, 08 Agosto 2017

Tante volte, un campione si nota subito: un grande giocatore lo si vede dagli atteggiamenti e dalla personalità che mostra nelle azioni quotidiane, prima ancora che in campo. Tuttavia, nel caso discusso nell’articolo, viene esposto un modo insolito per comprendere come possa manifestarsi il destino di un predestinato.

 

Buenos Aires, seconda metà degli anni '70. Tra i vicoli della capitale argentina, dove il calcio è religione e i ragazzini rincorrono la palla sognando di indossare un giorno la casacca albiceleste, c’è un bambino che in camera fissa con sguardo torvo i suoi soldatini come se fossero giocatori di calcio, quasi a voler comandare loro di eseguire determinate azioni. Quel bambino diventerà uno dei mediani più amati, all’anagrafe Diego Pablo Simeone. Nato a Buenos Aires il 28 Aprile 1970, Diego Pablo Simeone comincia giovanissimo la sua scalata al calcio mondiale nelle giovanili del Velez Sarsfield, dove l’allora allenatore Oscar Nessi fu il primo a riconoscere la sua “garra” (combattività in spagnolo). Del Cholo bambino è rimasta celebre una foto in cui il piccolo Diego Pablo dirigeva l’orchestra del collegio San Francisco Javier, con la stessa naturalezza con la quale studiava lo schieramento dei suoi soldatini. La carriera di Simeone nelle giovanili continua in modo autoritario; a 15 anni il Cholo viene notato da Victorio Spinetto, secondo il quale “in tre anni sarebbe avvenuto il passaggio in prima squadra”: inoltre a lui si deve il soprannome “Cholo”, in memoria di Carmelo Simeone, indimenticato giocatore della Nazionale argentina e del Velez. Debutta in prima squadra con il Velez nel 1987; nella seconda partita giocata l’allenatore gli ordina di scaldarsi per entrare ad inizio secondo tempo: il Cholo è già in campo alcuni minuti prima della ripresa delle ostilità e vaga per il campo nell’attesa di compagni ed avversari. Seguono insulti del feroce pubblico argentino: il Cholo risponde con personalità, segnando. Nelle tre stagioni con la casacca del Velez attirò le simpatie di molti club, ma fu il Pisa a portare il Cholo Simeone in Europa, destinazione Italia.

 

Simeone resta a Pisa per due stagioni: nella prima stagione mette a segno 4 reti, ma il Pisa retrocede; nonostante tutto resta un altro anno all’ombra della Torre per poi trasferirsi in Spagna al Siviglia. Tuttavia, sarà nell’Atletico Madrid che il Cholo troverà la sua consacrazione come giocatore, immedesimandosi nella mentalità dei “colchoneros” in quanto “l’Atletico è la squadra del popolo, ed il popolo ha bisogno di credere in persone che lottano e fanno di tutto per ottenere dei risultati. Noi siamo la squadra del popolo che, per questo, ci segue e ci rispetta”. Come un autentico trascinatore si guadagna la stima dei compagni e del pubblico del Vicente Calderon, portando i colchoneros ad un inaspettato titolo nella stagione 1995/96 con prestazioni sontuose, che trascendevano la sua indole di guerriero e lavoratore instancabile: infatti, oltre al lavoro sporco proprio del mediano di rottura, Simeone si distinse per un innato senso del gol, capace di garantire all’Atletico Madrid la bellezza di 12 gol in quella magica stagione. A questo si aggiunge anche la Copa del Rey in Bacheca per un fantastico “doble”. Dopo una stagione di transizioni non all’altezza della precedente, per il Cholo si riaprono le porte dell’Italia: Diego Pablo Simeone è un nuovo giocatore dell’Inter.

 

 

Qualora ce ne fosse stato bisogno, Diego Simeone all’Inter fornisce continue prove del suo temperamento, con prestazioni gagliarde al servizio della maglia nerazzurra. Gli aspetti che colpiscono del Cholo – nerazzurro sono l’abnegazione e la consapevolezza dell’importanza degli equilibri di spogliatoio: sul primo punto è significativa la testimonianza di Gianluca Pagliuca, che ci racconta della “full immersion” di Simeone nel ruolo di calciatore sottolineando che “a volte parlava così tanto di calcio e tattica che per farlo smettere gli dovevamo chiedere di parlare di donne”. L’impegno di Simeone è testimoniato anche da Gigi Simoni (allora allenatore dell’Inter), il quale afferma che Simeone gli mostrò il “proprio libro dei ricordi, dove annotava tutte le esperienze con i vari allenatori ed i segreti che egli aveva carpito nel corso degli anni”. Simoni racconterà che, vedendo il Cholo in campo, non sarebbe stato difficile pronosticarlo come un allenatore di livello internazionale. Inoltre, Simeone darà prova di essere un eccellente team player, pronto ad anteporre l’interesse della squadra alle proprie ambizioni personali: lo testimonia un episodio avvenuto nell’annata del trionfo nerazzurro in Coppa Uefa (1998). In quella settimana, l’Inter era attesa da una trasferta in Francia prima del derby e, come consuetudine, Simoni spiega a Simeone i motivi del turn-over, ma il Cholo interrompe il discorso spiegando che “un allenatore non è tenuto a spiegare niente, ma ad agire in base alle sue idee, senza farsi scrupoli nel lasciare in panchina un giocatore per il bene della squadra”. Questo episodio, apparentemente banale, è però da considerarsi significativo in quanto è un antesignano di uno dei concetti chiave del Cholismo, termine coniato per indicare la filosofia del Simeone allenatore, secondo il quale un allenatore non deve fare sconti a nessuno ma decidere la migliore formazione possibile decidendo “partido por partido”. Simeone resterà due stagioni in maglia nerazzurra, arricchendo il suo palmares con la vittoria della Coppa Uefa nella stagione 1997/98.

 

 

Nell’estate del 1999 il Cholo approda alla Lazio. Curioso il siparietto creatosi con Beppe Bergomi, il quale ricordava a Simeone che la Lazio stava diventando uno squadrone; la risposta dell’attuale allenatore dell’Atletico Madrid fu che la Lazio (all’epoca) non era conosciuta da nessuno in Sud America. L’impatto di Simeone nella Capitale fu devastante: al primo anno la Lazio centrò la vittoria in campionato e si assicurò la vittoria della Coppa delle Coppe. Nella Lazio militava un certo Fernando Couto, giocatore noto per essere poco tenero: Simeone e Couto vennero alle mani durante un allenamento nella settimana che precedeva la trasferta di Cagliari, a fatica furono separati dai compagni. Ebbe il merito di realizzare il gol decisivo nello scontro diretto in casa della Juventus, lanciando il forte messaggio secondo il quale chi non avesse creduto alla rimonta – scudetto avrebbe fatto meglio a lasciare spazio a gente più motivata; segnò 3 reti nelle ultime 4 giornate, decisive per assegnare lo scudetto alla Lazio, complice una Juventus “impantanata” al Renato Curi di Perugia nell’ultima giornata.

 

 

Nel Settembre 2001 è vittima di un gravissimo infortunio al ginocchio, e per accelerare la guarigione seguì il consiglio della madre, secondo la quale una leggenda degli indios narrava che mangiando cartilagine di zampe di maiale si poteva guarire in fretta da qualsiasi malessere fisico. Sembrerebbe una storia ridicola, ma i fatti furono sorprendenti: Simeone ritorna il guerriero del centrocampo biancoazzurro dopo appena 6 mesi dal crack al ginocchio. Nei 4 anni alla Lazio, Simeone riconosce i meriti di Ericsson ed esprime gratitudine per i suoi insegnamenti, in quanto “era un allenatore che utilizzava i giocatori più funzionali per ogni partita, senza badare a preziosismi tattici”. Lo stesso Ericsson parla di Simeone come “un perfezionista, molto autocritico; che aveva addirittura inventato un metodo di allenamento personalizzato per migliorarsi”. Terminata l’esperienza laziale, Simeone giocherà per altri 3 anni, equamente ripartiti tra Atletico Madrid e Racing Club de Avallaneda, nella quale terminerà la carriera da giocatore ed inizierà quella da allenatore.

 

Simeone è sempre rimasto legato alla sua Argentina, ma in un’intervista ha spiegato di preferire l’Europa per la sua crescita come allenatore in quanto “in Argentina, il calcio è vissuto come un’ossessione più che come una passione, e se il rendimento di una squadra è deficitario i tifosi non hanno paura a manifestare il proprio dissenso in modo violento”. L’ultima frase è riferita ad un episodio capitatogli ad Avallaneda, in cui dopo una serie di sconfitte i tifosi lanciarono pietre verso il pullman della squadra di Simeone. La mentalità del Cholo allenatore rispecchia le caratteristiche mostrate nella carriera da calciatore infatti, come racconta Adrian Ricchiuti, Simeone è “uno che non guarda in faccia a nessuno, non avendo alcuna paura ad escluderti dai titolari se non sei al top della forma e non dai il 110% ad ogni allenamento”. Il resto è storia recente: dall’estate 2011 Simeone è allenatore dell’Atletico Madrid, nel quale ha saputo creare nel corso degli anni un gruppo unito che segue il proprio condottiero e lotta su ogni pallone, riuscendo ad avere la meglio su avversari più quotati. Infatti, il palmares di Simeone all’Atletico Madrid recita: 1 Liga, 1 Europa League, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa di Spagna, 1 Supercoppa di Spagna. Manca un ultimo tassello: quella Champions League sfiorata due volte negli ultimi 3 anni e finita della bacheca dei rivali cittadini in maglia bianca. Ma, statene certi, fino a quando il Cholo siederà sulla panchina dell’Atletico Madrid, i colchoneros lotteranno per vincere il trofeo europeo più importante, perché:

 

“Si se cree y se trabaja, se puede” (se si crede e si lavora, si può)

DIEGO SIMEONE

 

 

 

© 2016 Una Questione di Centimetri. Tutti i diritti riservati. Il sito è interamente ideato e realizzato da Ciro Ruotolo e Mario Bocchetti.

L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.