| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Edgar Davids, tra riscatto sociale e peripezie varie

di Antonio Sorrentino, 11 Luglio 2017

Quando si raccontano storie di calciatori, il tema del riscatto sociale è abbastanza ricorrente; soprattutto in riferimento a tanti calciatori cresciuti nel Sud America. Normalmente, tali calciatori iniziavano a rincorrere un pallone in tenera età per strada, giocando con ragazzini più o meno coetanei e con alle spalle una famiglia spesso bisognosa, per la quale molte volte erano richiesti sacrifici. Tuttavia, come vedremo nel corso dei paragrafi successivi, non è soltanto in Sud America che il riscatto sociale trova la sua genesi.

 

In questo paragrafo, la storia del riscatto è ambientata in Nieuwendam, quartiere non proprio raccomandabile di Amsterdam. Qui, tra vicoli bui e bulletti di quartiere, muove i primi passi verso la fama calcistica il giovane Edgar Davids, nato a Paramaribo il 13 Marzo 1973, figlio di uno scaricatore di porto e di una donna delle pulizie, trasferitisi in Olanda quando Edgar era ancora in tenera età. Da bambino tirava calci ad un pallone sull’asfalto olandese, dando sfoggio di classe nelle sfide 3 vs 3, in cui era un assoluto dominatore tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Sindaco di Strada”.

 

 

Di carattere tutt’altro che affabile e disponibile, Davids viene subito notato dagli osservatori dell’Ajax, una delle Academy calcistiche più prestigiose della Terra dei Tulipani. Davids tiene subito fede al suo carattere, mostrando un’aggressività inaudita che gli portava a recuperare molti palloni; a questo però riusciva abbinare una discreta eleganza che ne aumentava la versatilità nello scacchiere tattico delle giovanili dell’Ajax, dalle quali fu promosso direttamente in prima. Tra una randellata alle caviglia e l’altra, impreziosito da tanto lavoro utile alla causa della prima squadra dell’Ajax, il palmares di Davids si arricchisse in modo veloce: durante i 5 anni ad Amsterdam, Davids contribuirà alla vittoria di 3 Campionati Olandesi, 3 Supercoppe Olandesi, 1 Coppa dei Campioni e sarà anche lo sfortunato protagonista della finale di Coppa Campioni della stagione 1995/96, nella quale Ajax e Juventus arrivarono ai calci di rigore con Davids che fallì il primo tiro della serie dal dischetto. Vedendo le sue prestazioni aggressive, Louis Van Gaal coniò il suo soprannome “Pitbull”, e mai come questa volta il nomignolo rispecchia pienamente il carattere del personaggio a cui è stato affibbiato.

 

Il carattere rissoso di Davids viene fuori durante gli Europei del 1996, quando dichiarò che Hiddink “should stop sticking his head up other players’ arses”, che in un italiano non troppo volgare indicherebbe che Hiddink dovrebbe evitare di manifestare simpatie spudorate per certi giocatori. Alle parole di Davids seguì la pronta reazione di Hiddink, con la conseguenza inevitabile che costringerà Davids a seguire le partite dell’Europeo dell’Olanda lontano dal prato verde.

 

Nel frattempo, nel 1995 venne varata la Legge Bosman, secondo la quale un calciatore, scaduto il proprio contratto con una società, può accasarsi a parametro zero in un club purchè faccia parte di uno stato dell’UE. Adriano Galliani fiuta l’affare e firma il colpaccio Davids nell’estate del 1996, innamoratosi di quel giocatore che, in Olanda, simboleggiava il prototipo del mediano completo, capace di abbinare in modo devastante quantità e qualità. L’esperienza di Davids al Milan è lontana dall’essere indimenticabile: Davids resterà un anno e mezzo al Milan, e nella prima stagione rossonera non va oltre le 15 presenze, suggellate da una serie di incomprensioni tattiche e da un rapporto mai sbocciato con i senatori di quel Milan. A riprova di ciò, a gettare benzina sul fuoco ci pensò Costacurta, che con un’uscita avventata e poco elegante definì Davids come “una mela marcia”, forse in riferimento alle notti brave dell’olandese nei locali milanesi ed alle accuse di maltrattamenti subiti dalla compagna di Davids. Come se non bastasse questo, Davids si trovò coinvolto in un pestaggio di un anziano automobilista, che aveva osato suonare il clacson ed inveire contro l’olandese, lento a ripartire ad un semaforo.

 

 

Questo evento si trascinerà in tribunale, dove i legali di Davids pattuiranno un’ammenda di 40 milioni di lire da versare allo sfortunato automobilista. La naturale conseguenza di tutti questi fattori uniti in un’unica circostanza genera uno degli errori più gravi della carriera dirigenziale di Galliani: Davids viene ceduto alla Juventus per 9 miliardi di lire negli ultimi giorni del 1997. Edgar Davids fu il primo olandese a vestire la maglia della Juventus. Lo stile – Juve mal si conciliava con il carattere rissoso di Davids, ma lui stesso operò una sorta di cambiamento interiore, onorato dal vestire la casacca bianconera in quanto “la Juventus è una delle società che ha vinto più di tutti in quegli anni, e rappresenta il sogno di ogni giocatore, il paradiso calcistico. Ora non bisogna gettare alle ortiche questa opportunità”.

 

Emerge quindi un’inaspettata empatia con il club, testimoniata anche da un aneddoto secondo il quale Davids provava piacere non solo nel vestire la casacca bianconera, ma anche nello giocare a calcio con tifosi comuni, perlopiù immigrati nei parcheggi di Torino. Tuttavia, però, talvolta emergono i vizietti del Davids visto al Milan: più volte sorpreso a guidare in modo esuberante a bordo delle sue auto, con una serie di notti brave in discoteca e serate di gala con gli amici Montero e Zidane. Proprio Montero racconterà uno strano aneddoto, secondo il quale Davids, entrato in campo per la sfida al Delle Alpi contro il Piacenza, chiese al difensore uruguagio chi fosse l’avversario di turno. Il tutto con tono di voce non troppo basso, e chissà cosa avranno pensato avversari e addetti ai lavori.

 

Il carattere impulsivo di Davids, nel frattempo operatosi agli occhi per un glaucoma, viene fuori anche nella stagione 2003/04, in seguito all’esplosione di Appiah: Davids pretende un aumento dell’ingaggio, Moggi risponde picche e l’esperienza di Davids a Torino termina ad inizio 2004, e nonostante un amaro addio Davids è rimasto nel cuore dei tifosi bianconeri, come testimonia una delle stelle dello Juventus Stadium a lui dedicata.

 

 

Dopo una breve esperienza in terra catalana al Barcellona, Davids viene ingaggiato dall’Inter nella stagione 2004/05, ma l’aria milanese sarà ancora insalubre per lui. Infatti, saranno poche le partite giocate ma molte le sue disavventure, la più grottesca delle quali riguarda il corteggiamento dell’ignaro Pitbull nei confronti di Afef Jnifen, compagna di Marco Tronchetti Provera, che rifilerà all’aggressivo centrocampista olandese il due di picche meno inaspettato della storia. Davids troverà poi il tempo per un’ulteriore rissa, infatti nell’Ottobre 2004 aggredirà il fotografo Mario Romano in Via Montenapoleone a Milano, mandandolo direttamente all’ospedale con una prognosi riservata di 7 giorni.

 

I successivi anni della sua carriera vedranno Davids vestire le maglie di Tottenham, Ajax, Crystal Palace ed infine Barnet, del quale poi diventerà l’allenatore. Furono anni senza gloria per Davids, il cui impiego fu progressivamente ridotto nel corso del tempo a causa di infortuni e condizione fisica quasi mai ottimale. In particolare, in un’intervista per una TV inglese, spese parole poco dolci per il Tottenham in quanto lui era “abituato a giocare in top team, dalla mentalità vincente, e pertanto era molto difficile infondere la cattiveria del vincitore a club (allora) lontani dalla lotta per obiettivi importanti”.

 

 

L’articolo si conclude con due aneddoti su Davids: nella stessa intervista in cui si pronuncerà in modo poco gentile sul Tottenham, Davids afferma che “non ha paura di nulla e di nessuno, tranne nel caso in cui si dovesse trovare all’ultimo piano senza un paracadute”. Il secondo aneddoto ce lo racconta Almeyda, secondo il quale “era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla, io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre.” Il tutto a testimoniare la mentalità di un campione che, nonostante tante peripezie, è sempre rimasto fedele al proprio personaggio, in nome di un’aggressività e capacità di mettersi sempre in discussione che ne hanno fatto uno dei massimi interpreti del delicato ruolo del mediano.

 

 

 

 

 

 

 

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