| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

El Trinche

di Federico Lo Cicero, 28 Settembre 2017

Rosario, Argentina. Citta’ e capoluogo della provincia di Santa Fe, a circa 300 km dalla capitale Buones Aires. E’ la “Cuna de la Banderas” come la chiamano orgogliosamente i Rosarini, la culla della Bandiera, qua si è sviluppata un’intensa attività culturale, in tutte le discipline artistiche, i cui valori si affermano a livello nazionale ed internazionale, Rosario, ha dato alla storia culturale argentina grandi uomini, sia nella musica, che nella pittura, nel pensiero filosofico e politico,nella poesia e nella narrativa, ma anche nel campo della medicina e della legge. Insomma, una culla culturale che ancora oggi è al centro, più della capitale stessa. Dal 1876 a inizio 900, la popolazione, da 203mila abitanti raddoppiò, questo dovuto alla massiccia immigrazione proveniente dall’ Europa, e più specificatamente dalla Spagna e dalla nostra Italia. A Rosario, ci sono moltissime statue monumentali che ricordano la nostra Europa, come quelli a Ludwing Van Beethoven e all’eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi.

 

Gli autori portano i nomi italici di Erminio Blotta e Alessandro Biggi.

 

Ma tra i nativi scorgiamo un nome altisonante, un uomo che ha rivoluzionato l’America del Sud, ha partecipato a guerriglie in nome della libertà, il poeta guerrigliero, uomo indomito fino alla sua morte: Ernesto” Che” Guevara.

 

E proprio la libertà è il life motive del personaggio che trattiamo in questo scritto. Personaggio famoso da queste parti, ma che è sempre voluto essere normale. Pensate, che se girate per Rosario, e chiedete di chi è il più grande calciatore argentino, chiunque vi guarderà come se capisse che siete poco informati.

 

“ Mah, pero sin duda “EL TRINCE”. La major. De hecho el màs grande.” Di sicuro il più grande.

 

“El Trinche”, al secolo Tomas Felipe Carlovich.

 

Negli anni trenta, seguendo il flusso dell’immigrazione europea, dalla Jugoslavia, salpa Mario Karlovich, con la sua valigia piena di speranza e di sogni, uomo dalle mani capace, e dalla condotta di vita esemplare. Faceva l’idraulico, quindi la sua famiglia di 7 figli non è che vivesse agiata, la moglie aveva da far quadrare il bilancio familiare, nei pochi minuti che le lasciavano liberi i 7 piccoli. Insomma impiego a tempo pieno. Specialmente l’ultimo, nato il 20 aprile del 1949, Tomas Felipe. Nasce” El Trinche”.

 

Da piccolo,non è che fosse attratto di libri, subiva la scuola, come un monito a non poter scendere a giocare con i compagni, al campetto vicino casa, o nelle strade vicine. Al contrario, con la palla l’amore fu a prima vista, non passava un secondo dei suoi pomeriggi, che quella palla non fosse tra i suoi piedi. Naturalmente quando giocano i bambini qualche schiamazzo è normale, ma su tutti, si sentiva la voce di comando del piccolo Tomas. Ore ed ore a giocare, ed un pomeriggio estivo, un uomo si affacciò dalla finestra di casa, e stanco di sentire le urla, prese una tinozza d’acqua e la rovesciò sui bambini che si davano battaglia. In quella zona del campetto improvvisato per strada, si trovava Tomas, il quale, bagnato come un pulcino, rivolge un sorriso al signore della doccia, e con il pollice alzato lo ringrazia: “Muchas gracias senor…..hace calor!”. Questi rimane di stucco e li, si dice, che partì dalla sua bocca l’ appellativo di Tinche, il cui significato sfugge a molti ancora oggi, ma che i compagni di gioco usarono per Tomas come soprannome.

 

Forse da Trinchar, ossia una forchetta, forse vista la sua simpatica sfrontatezza.

 

Nelle sue partite da ragazzino, aveva un solo obiettivo, il tunnel. E a dire il vero riusciva sempre, questo grazie alla sua tecnica innata, e quindi una dote genetica importante. Era nato per fare il calciatore. Lo fece, ma a modo suo. Fu così che giocando per strada, un giorno passò “Vasco” Artola, e così prende quota la nostra leggenda, un mito che si incrocia con fatti e personaggi reali e romanticismo popolare. “Vasco” è un amico e anche il suo primo allenatore ai tempi delle giovanili dello Sporting de Bigand, gli insegnerà a colpire la palla, e a mettere in luce le sue qualità. Si parla tanto di Tomas, sin dalle categorie giovanili, quindi il salto tra i grandi nel 1966 è una tappa semplice da compiere. Dotato di visione di gioco, lanci anche oltre i 40 metri, e millimetrici, caparbio, amante del dribbling, e abile palleggiatore,un giocoliere nelle cui vene scorre il sangue slavo e quindi dedito allo spettacolo, lo portano ad essere quel “5” che ammalia sia i propri tifosi, che quelli avversari.

 

El Trinche gioca per il pubblico, gioca per divertirsi, a lui poco importa il risultato, esprime in campo quella poesia che lo porta a diventare leggenda stessa. Nel 1966 passa al Rosario Central per una stagione, ma poche occasioni, poi al Flandria, idem, troppo annoiante il calcio professionistico, per uno che ama la semplicità della vita della sua Rosario, quella semplice, lontano dai riflettori. Nel 1972 va all’ Independiente Rivadia, vive una grande esperienza professionale, ma anche lontano 100 km da casa, troppi per uno che ama la sua famiglia, ed il bar degli amici vicino casa.

 

Badate bene, che per Tomas il bar non era la stessa cosa di George Best o Robin Friday. Per lui era ridere, scherzare e vivere, al massimo con una Coca Cola.

 

Non chiedetegli di allenarsi ad orari imposti, lui addirittura agli allenamenti del mattino, frequentemente se ne rimaneva a letto, il sonno aveva il sopravvento. Oppure ”la sveglia si era addormentata”, come diceva lui. Si dice che durante una partita si fece espellere volontariamente. Aveva il treno per tornare nella sua Rosario e non voleva perderlo.

 

La sua carriera si sviluppa prevalentemente nel Central Cordoba e Rosario Central, con una puntata a Deportivo Maipù. Addirittura ne Central Cordoba è considerato dai tifosi un vero Dio. La domenica non era importante andare a messa, ma al “Gabino Sosa”, la cattedrale dove si esibiva “El Dios de la pelota”. Il “Gabino Sosa” era lo stadio dove giocava il Centra Cordobal. E quando in campo c’era lui, “El Trinche” allora era poesia, il pubblico assaliva il botteghino dello stadio per assicurarsi il biglietto, perché…” Con Carlovich es un pecio. Sin Carlovich es otro”.

 

E questo sarà per sempre, El Trince gioca sempre per il suo pubblico, ed anche per se stesso, se non si diverte lui, come fa a divertire i suoi tifosi? Come ad esempio lui stesso dirà, che è stata una grande fortuna o regalo aver giocato li,addirittura accanto a casa, vicino agli amici.

 

La sua specialità? Due a dire il vero, una inserita addirittura nel contratto.

 

La prima, quella che valeva “dinero”, era il doppio tunnel. Per ogni volta che effettuava un tunnel, c’era un premio in denaro, ma un ulteriore bonus nel caso del tunnel “ANDATA E RITORNO”. Non era difficile avere stimoli per farlo, addirittura era il pubblico a richiederlo, e come un mago, Tomas ripeteva la magia. Non era altro che fare tunnel, e rifarlo al contrario al malcapitato di turno, semplice no? Ma lui lo faceva sempre a giocatori che avevano caratteristiche elevate, non ai mediocri. Troppo umile per pensare di trarre gloria nella semplicità.

 

L’altro era il gesto tecnico per eccellenza: il Sombrero. Ma non uno qualsiasi: stop della palla con la coscia e con il tacco a farla passare pochi centimetri sopra la testa dell’avversario e riprenderla subito dietro le sue spalle.

 

Ancora oggi chi lo ha visto ricorda queste gesta.

 

Non solo, durante una partita in cui la sua squadra, non solo vinceva, ma aveva relegato la squadra avversaria nella propria area di rigore, El Trinche, ad un certo punto, ferma la palla, e si siede sopra. Come dire. Ok, venitela a prendere. Il pubblico gli riservò un ovazione, ma in realtà, Tomas lo fece solo per riposarsi un po', non per denigrare l’avversario.

 

Durante una partita combattuta,Tomas entra in malo modo su un avversario, e l’arbitro non può far altro che espellerlo. Sacrosanto dirà poi lo stesso giocatore. Ma accade che… il pubblico inizi a protestare vivacemente, anzi si arriva all’invasione di campo, tanto che l’arbitro si spaventa e per riportare la calma, richiama il Trinche , che era diretto verso gli spogliatoi, e decide di trasformare il Rosso in giallo, riammettendolo alla partita.

 

Il Trinche Carlovic, da queste parti è una leggenda, documentata poco se cercate immagini di sue giocate, o gol, poche foto, qualche pagina di giornale, ma la leggenda diviene realtà nel 1974. Si perché se cercate su qualsiasi motore di ricerca su internet, nelle voci presenze in campionato e gol, non troverete niente. Sembra che al Rosario Central abbia giocato 2 partite, cioè in massima serie. Poi tutte in serie minori, ma anche qua niente legenda.

 

Ma allora è esistito veramente? Bè se avete dubbi, ve li toglie proprio il 1974.

 

La Seleccion era in preparazione per la partecipazione al mondiale di calcio in Germania Ovest, la federazione, decise di non correre rischi con amichevoli pericolose in Sud America e quindi optò per un’amichevole a Rosario. Contro chi? Bè una mista selezione dei giocatori più forti di Rosario. Al polacco Vladislao Cap, C.T. dell’Argentina, non è che vada a genio questa soluzione, ma in mancanza di altro, perché no? Una buona vittoria con goleada non poteva che far bene alla Seleccion.

 

Ma a Rosario, esiste un 5. Il più forte di tutti dirà Josè Pickerman, C.T. della Nazionale albiceleste nel 2004. Il più forte centrocampista che abbia mai visto, anche perché non si perdeva una partita del Central Cordoba, e neppure una giocata del Trinche. Quindi si fa presto, si prendono cinque giocatori dal Newell’s Old Boys , cinque del Rosario Central , ed uno dal Cordoba, l’unico proveniente dalla seconda divisione. Non uno qualsiasi, uno che possa dare un po' di spettacolo, in vista della sonora sconfitta che arriverà. Lui il signore del “Gabino Sosa”, Carlovich.

 

Ma quel che non ti aspetti accade.

 

Il “5” davanti alla difesa è una delizia su cui sbatte la Selecion, e da uomo davanti alla difesa, arpiona palloni e con il suo sinistro millimetrico disegna traiettorie per i compagni che vanno a nozze contro la povera retroguardia albiceleste. In campo comanda lui, “El Trinche”, nessun avversario si avvicina quando ha la sfera tra i piedi, si rischia di essere messi in ridicolo, vedi il famoso tunnel “andata e ritorno”.

 

Il primo tempo finisce con la gente di Rosario in festa, la “Combinada” stava conducendo le danze con un secco 3-0, e Carlovich aveva demolito da solo l’Argentina. Vladislao Cap, preso dalla disperazione, alla fine del primo tempo, si reca negli spogliatoi avversari, e chiede al selezionatore rosarino, di togliere quell’ Ira di Dio. Anzi lo supplica, “ Obtega 5! Te lo ruego! Nos està destruyendo!” Ma altri 15 minuti della ripresa Carlovich li giocò per poi lasciare il campo con l’ovazione del suo pubblico.

 

A dire il vero.

 

La partita finì con il risultato di 3-1 per la Combinada. Ed il pubblico a fine partita, asserragliò la sede della biglietteria dello stadio. Semplicemente voleva la parziale restituzione del biglietto perché senza Carlovich, la partita non era più stata uno spettacolo.

Il giorno dopo le prime pagine dei giornali titolarono: "Carlovic: El que “ROMPIO” contra la seleccion”. Quello che ha rotto la nazionale argentina. Ma Cap poche settimane dopo dirama la convocazione per il mondiale di Rosario ne convoca due e proprio prendendoli dalla Combinada: Mario Kempes e Aldo Poy. Non “El Trinche”, bravo, forte, ma non giocava nel massimo campionato. Oppure come diranno i maligni, semplicemente lo aveva umiliato con quella partita a dir poco spettacolare.

 

Inutile aggiungere della disfatta argentina al mondiale in questione.

 

Questa partita è quella che porta la leggenda del “TRINCHE” fuori da Rosario, quello che diviene, il SI DICE CHE. Perché quando la storia diviene mito, la leggenda vince 2-0, un gol per tempo.

 

Carlovich gioca e si diverte solo a Rosario, lontano dal calcio che conta,infatti non gli interessavano i soldi, infatti preferisce stare a casa, allenamenti meno stressanti, a patto che alcune volte al mattino partecipi, e poi gli amici e la famiglia, e la sua grande passione: la pesca delle trote.

 

Cose irrinunciabili per lui.

 

Addirittura dagli Stati uniti e dal Francia arrivarono offerte faraoniche, lo avrebbero ricoperto veramente d’oro pur di esibirlo nelle partite, ma Tomas ha sempre declinato con un: “ Grazie, ma sarei troppo lontano da casa e la mia vita.” Gli bastava quello che guadagnava, e a suo dire era: “Guadagno facendo ciò che mi piace e mi diverte, sono un fortunato”.

 

Nel 1978, un altro nativo di Rosario, si ricorda di lui, Luis Cesar Menotti. Deve diramare le convocazioni per il mondiale di casa, e pensa che con lui in campo, la sua Argentina sarebbe stata imbattibile. Lo comunica alla Federcalcio, e lo prendono per “LOCO”, pazzo. Lui li guarda seri e dice:” Signori, Carlovich ci farà vincere il mondiale, nessuno al mondo interpreta il ruolo del l’uomo davanti alla difesa come lui, nessuno ha il suo carisma di contagiare i compagni e renderli più sicuri di se stessi. Mi chiedete perché non giochi in prima divisione?, bè, vedetela così, el TRINCHE è una primadonna anche se spala merda nelle cantine di seconda e terza divisione.”

 

Ed ebbe l’avvallo.

 

Se da solo nel 1974 aveva demolito la Seleccion, pensa cosa avrebbe potuto fare giocando con i migliori d’argentina, lui e Ardiles in campo insieme. La scelta era facilitata anche dalla rinuncia di Jorge Carrascosa, dovuta al fatto che era stanco e stressato. In realtà la pensava come Menotti e Kempes, ossia era contro la dittatura sanguinaria del Generale Videla. Menotti lo chiama al telefono, e durante la conversazione, gli dice, in maniera secca, “ Tomas, perché non vieni a Buenos Aires, facciamo quattro chiacchiere e un provino e magari giochi i Mondiali con noi?”.

 

Il Trinche è lusingato, non crede alle sue orecchie, senza pensarci su più di tanto, prende la sua auto e si dirige verso la capitale. Parte in anticipo, ad uno come Luis non si può farlo aspettare, si deve arrivare in orario, è uno di Rosario come lui.

 

Ma il diavolo ci mette la zampa, anzi le trote per l’esattezza.

 

Visto che era in anticipo di molto sulla sua tabella di marcia, vede un fiume, il Paranà, e si ferma per fare un po' di pesca, per allentare la tensione e l’emozione. Le trote abboccano che è una meraviglia, ed a suo dire “ Era un peccato andare via”. E decise di rimanere li. Pensa che la nazionale non sia cosa da lui, e che anche se c’è un mondiale da vincere, non sarebbe la sua vita. O non lo poteva esser e semplicemente.

 

 

Menotti non lo vide arrivare. Capì.

 

In un’intervista un giornalista gli chiese cosa pensasse del gran rifiuto del Trinche alla chiamata del ’78. Luis, fece un sorriso e rispose:” Vede, Carlovich era un giocatore formidabile, nessuno ha mai capito perché non avesse mai giocato a livelli più alti. Eppure le doti non gli mancavano, guardate il 1974, ma forse il calcio professionistico lo annoiava, e quel giorno capì e semplicemente preferì pescare le trote sul Paranà”.

 

Si era uno a cui piaceva divertirsi e divertire, uno slavo per fisico e doti da giocoliere dimostrate nei vari campi, uno che non si sentiva a suo agio con nessun compromesso e forse quel mondiale giocato in patria per dare lustro a qualcosa che lui odiava, sarebbe stato un compromesso inaccettabile. Un compromesso contro la libertà di pensiero, un compromesso a favore dell’oppressione di Videla

 

In carriera Carlovich vinse due Primera C (terza divisione) nel 1973 e 1982 con il Cordoba Central e 1 competizione regionale, la Copa Mendocina nel 1972 con il Rivadavia. Smise con il calcio giocato nel 1986 con il suo Cordoba, e segnò la sua ultima rete dal dischetto, con un sinistro tagliente.

 

Oggi Carlovich vive nella sua Rosario, ed ama giocare a carte, pescare le trote ed allenare la squadra del suo “barrio”. Insegna ai ragazzi, insegna calcio a modo suo, nel segno del “Trinche”. Dovette subire un’operazione all’anca e, vivendo di una piccola pensione sociale, non avrebbe potuto permettersela. Ma nessuno si è mai scordato di chi e cosa fosse il Trinche e l’affetto per l’eroe di Rosario, si trasformò in una colletta popolare che gli permise di operarsi.

Oggi se gli chiedete se ha un sogno. Lui vi risponderà alla sua maniera: “Certo che ce l’ho. Tornare in campo almeno 45 minuti, penso che impazzirei a giocare il mio calcio per il mio pubblico. Badate bene, io ho avuto doti normali, per me giocare a calcio era importante solo se giocavo vicino casa e se mi permetteva di stare al bar con gli amici di una vita, nei momenti liberi. Lontano da qui, ci ho provato, ma non è la stessa cosa per me.”

 

Che ci crediate o meno, questo giocatore è stato il migliore del mondo.

 

Diego Armando Maradona, quando si presentò a Rosario a fine carriera, alla domanda:”Finalmente il più grande giocatore di calcio gioca nel Rosario, cosa ci dice?”, Diego lo guarda e sorride, “Vede, a Rosario ha già giocato il più grande di tutti: “EL TRINCHE” CARLOVICH.”

 

“A CHI MI DOMANDA PERCHE’ NON SONO ARRIVATO CHIEDO: COSA SIGNIFICA ARRIVARE?

IO VOLEVO SOLO GIOCARE A PALLONE E STARE CON LE PERSONE CHE AMO.

E LORO VIVONO TUTTE QUI, A ROSARIO.”

-TOMAS FELIPE CARLOVICH, semplicemente EL TRINCHE-

 

 

 

 

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

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