| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Freddy Adu, un fiore mai sbocciato

di Daniele Pagani, 11 Maggio 2017

Nella storia del calcio ci sono sempre state storie avvincenti, particolari, meravigliose, capaci di lasciarti con il fiato sospeso. Chi ha giocato almeno una volta a Football Manager sa (e come non potrebbe?) sicuramente chi è Freddy Adu: quel ragazzino americano che nel videogioco manageriale, dopo pochissimi anni, diventa un campione assoluto. Probabilmente il più forte di tutti, il giocatore che ogni allenatore sogna di avere a sua disposizione.

 

La realtà però, non ha rispecchiato la fantasia. Lo statunitense è passato, in pochi anni, dalle stelle alle stalle, da promessa del calcio mondiale a giocatore normalissimo ed in sostanza dimenticato, forse a causa delle pressioni troppo pesanti che gravavano sulle sue spalle, per esempio l’etichetta di ‘Nuovo Pelè’.

 

Fredua Koranteng Adu nasce nel Giugno dell’89’ a Tema, in Ghana.

 

Grazie ad un’insperata vittoria alla lotteria, la famiglia del ragazzo decide di trasferirsi negli Stati Uniti d’America alla ricerca di maggiori fortune, per essere più precisi nel Maryland. Freddy, fin da piccolo, ha la passione per il gioco del calcio, o soccer, come viene chiamato da quella parte di mondo.

 

Entra immediatamente nella squadra della sua scuola e pur giocando contro ragazzini più grandi di lui, sembra vincere da solo le partite ed è proprio così che il suo nome inizia ad acquisire fama. Durante un torneo Under-14, Adu gioca contro i coetanei della Juventus e della Lazio, stupendo ogni singolo spettatore presente in tribuna, anche se la prima squadra tra le italiane a fiondarsi sul giocatore è l’Inter di Massimo Moratti che secondo alcune fonti giornalistiche arrivò addirittura a offrire un milione di dollari alla madre del ragazzo, per accaparrarsi le sue prestazioni.

 

 

Malauguratamente, la madre, su consiglio dei suoi agenti, rispedisce al mittente l’offerta del patron interista. All’età di dodici anni, Freddy ottiene la cittadinanza americana e due anni dopo sottoscrive un accordo con la Nike, firma un contratto con la squadra più titolata della storia della Major League Soccer, il DC United, diventando così lo sportivo americano più giovane della storia a firmare un contratto professionistico.

 

 

Addirittura, a 17 anni, finisce sulla copertina americana di Fifa 06 con una leggenda come Ronaldinho.

 

La sua prima stagione è grandiosa : 5 gol, innumerevoli assist e grandi giocate, degne del futuro campione. Improvvisamente si palesa un problema di non poco conto: alcuni compagni di squadra più anziani vedono come un’offesa il fatto che un 17enne guadagni più di tutti loro e per il giovane Freddy la convivenza nello spogliatoio inizia a farsi difficile. Il 2006 potrebbe essere l’anno della svolta: Adu viene chiamato per un periodo di prova da sir Alex Ferguson, storico allenatore del Manchester United e la sua carriera sembra poter subire un impennata verso la consacrazione e il successo.

 

Tornato negli USA dopo il provino, viene contattato anche dal Real Madrid, ma purtroppo alla sua porta bussa un ‘Real’ meno prestigioso, quello di Salt Lake City. Il giocatore accetta l’offerta, sa di essere un potenziale campione, ma vuole migliorarsi e preferisce aspettare prima di approdare in un campionato europeo, intanto aveva esordito con la nazionale maggiore statunitense all’età di 16 anni (record tutt’oggi imbattuto).

 

La svolta arriva dopo i mondiali Under-20 del 2007, Adu sceglie di approdare al Benfica commettendo, però, un errore molto grave. Il Benfica è in crisi, i risultati scarseggiano e sono stati cambiati ben tre allenatori, Adu arriva sotto la gestione di Quique Sanchèz Flores che, dopo averlo fatto esordire in Champions League, lo estromette dalla rosa e lo manda al Monaco per farsi le ossa. Al Monaco fatica a trovare posto e quindi comincia a girovagare per l’Europa, in prestito e senza una precisa meta : Belenenses, Aris Salonicco e infine, il Kaykur Rizespor.

 

Scaduto il suo contratto col Benfica, a 22 anni Freddy è una comparsa del calcio, non c’è più il ‘nuovo Pelè’, c’è solo un giocatore incompleto, in balia della fama che lo precede, un talento incapace di esprimere tutto il suo estro. Colleziona circa 50 presenze in 5 anni.

 

Ecco però che si presenta, per lui, un’altra occasione, i Philadelphia Union: Freddy crede che tornare alle origini possa essere una buona occasione di rilancio e accetta l’offerta, segna qualche gol decisivo e sforna buone prestazioni, ma ad un tratto l’allenatore, John Hackworth, non sembra volerlo più, definendolo egocentrico, egoista e capace di spezzare gli equilibri dello spogliatoio.

 

Adu viene ceduto al Bahia in uno scambio con Kleberson, tuttavia, il club brasiliano si sbarazza dello statunitense dopo un solo anno di contratto. Freddy si ritrova senza una squadra.Nel 2014 fallisce tre provini: Blackpool, Statbaek e Feyenoord non vogliono puntare su di lui. Viene chiamato in Serbia, dallo Jagodina, dove colleziona solo 14 miseri minuti , il suo contratto viene rescisso dopo 6 mesi, attestando l’ennesimo fallimento della sua carriera. Nel Marzo 2015 firma per il KuPS, ufficialmente Kuopion Palloseura, squadra di calcio finlandese, svincolandosi dopo soli 3 mesi.

 

Torna in America dove si guadagna da vivere grazie alle presenze da ‘special guest’ nelle discoteche di Washington, dove sicuramente non viene pagato poco. Torna al calcio giocato circa 2 mesi dopo l’ultimo fallimento e firma un contratto con i Tampa Bay Rowdies, squadra della seconda divisione americana, la NASL. 12 squadre in 11 anni, non proprio poche. Una carriera davvero mediocre e sprecata, se messa in paragone con i traguardi che questo ragazzo avrebbe potuto raggiungere.

 

 

La storia di Freddy Adu è la storia di un fiore mai sbocciato, schiacciato dalle pressioni di un mondo egoista, quello del calcio, che non ha la pazienza di aspettare il tempo della fioritura.

© 2016 Una Questione di Centimetri. Tutti i diritti riservati. Il sito è interamente ideato e realizzato da Ciro Ruotolo e Mario Bocchetti.

L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.