| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Gianni Rivera

di Federico Lo Cicero, 18 Agosto 2016

In un'Italia devastata dalla guerra, un giorno d'Agosto un ferroviere, nativo di Alessandria, percorre la strada per andare al rifugio anti bombardamento.

Corre in bicicletta, anche se il suo lavoro, è il ferroviere.

Corre, corre, per sfuggire alla morte, ma anche per raggiungere la sua amata, che aspetta un bambino.

 

Quel giorno é il 18 agosto 1943.

 

La donna, Edera, è in pieno travaglio ed è accudita da infermieri ed infermiere improvvisati nel rifugio. Il Signor Teresio, il ferroviere, arriva trafelato, posa la bicicletta ed entra nel rifugio. Il sibilo delle bombe ricopre i pensieri dei rifugiati, ma alla vista della donna e del suo sorriso, si accinge ad abbracciarla e a sostenerla nel parto del nascituro.

Nella città dei lupi grigi, nasce il piccolo Gianni, cosi vuole chiamarlo la madre.

 

Nasce Gianni Rivera.

 

Il piccolo Gianni cresce con la passione per quella palla di cuoio che lo fa divertire, che lo fa misurare con i ragazzini del quartiere, nell' oratorio, perché i campi erano dediti solo ai raccolti agricoli. Negli studi, conseguirà il diploma di ragioniere con profitto, ma è il calcio che scorre nelle sue vene, quel calcio fatto di sudore e gioia.

 

A 12 anni partecipa al campionato C.S.I. con la squadra dell'oratorio, e subito viene notato dagli osservatori dell'Alessandria che l'anno dopo lo portano nelle giovanili dei grigi.

Gioca di punta, dotato di piedi sopraffini e visione di gioco, il suo primo allenatore, Cornara se ne innamora subito.

 

Gianni colpisce tutti, per la facilitá con cui gioca e tocca la palla, un arcobaleno in mezzo al campo. Tanto che a neppure 16 anni esordisce in serie A nella penultima giornata di campionato contro l'Inter. Pedroni, allenatore dei grigi, lo chiama e gli dice: "Oggi giochi te, da attaccante, speriamo vada bene, sei l'unico che puó giocarci."

Ma c'è una cosa da dire: per farlo esordire, fu chiesta un'autorizzazione alla Federazione dato che non aveva ancora compiuto 16 anni.

 

In merito alla sua prestazione, su Tuttosport di allora si lesse: "... nei confronti del coriaceo Invernizzi ha fatto parecchio, ed è riuscito a farsi ammirare per la finezza della sua tecnica, la precisione dei passaggi in profondità e la prontezza di tiro."

 

Nel frattempo, aveva sostenuto un provino con il Milan di Viani. Il provino il giovane Rivera lo tenne con un certo Schiaffino, per chi non lo sapesse, il campione del mondo uruguagio, quello del Maracazo 1950.

 

Tutti vedono la classe cristallina di Gianni, ma sarà il Milan ad assicurarselo per il futuro, battendo la concorrenza dei nerazzurri che avevano avuto la segnalazione da Benito Lorenzi. Il Milan lo prese nell' estate del 1959 ma lo lasció ancora un anno tra le fila dei grigi.

 

L'acquisto di Rivera fu pagato molti soldi, e come dirà il presidente Rizzoli: "Ho speso un sacco di soldi, mi dicono per un ragazzino... ma non chiedetemi chi è perché non conosco neppure il nome, ma mi dicono sia forte."

 

L'Alessandria, nonostante le 6 reti di Rivera, retrocede mestamente in serie B. Rivera venne eletto come miglior giovane del campionato, e venne convocato per le olimpiadi del 1960. Nell' estate del 1960 passa ai rossoneri per 65 milioni piú Migliavacca ed il prestito di Sergio Bertini.

Ironia della sorte, il suo debutto in maglia rossonera avviene il 18 settembre dello stesso anno, contro la sua ex squadra. Il Milan vince per 5-3, e Rivera lascia negli spogliatoi l'emozione di giocare dinanzi al proprio pubblico.

La settimana successiva fa il suo esordio in campionato contro il Catania, ma Viani lo schiera sulla fascia destra, non sfruttando il suo potenziale.

 

Quel primo periodo, Rivera, risente del salto nel grande Club e stenta a giocare come sà, anche a causa delle incomprensioni tattiche con Viani. I giornali, lo bollano come un bluff.

Rivera ne risente, ma la cosa strana, è che proprio a Viani dobbiamo la conferma del giovane Gianni al Milan. Sì perché quando Viani fu promosso Direttore Tecnico nel 1961, arrivò Nereo Rocco.

 

Siamo nella stagione 1961/62. Rocco non era molto incline a lavorare con i giovani, e chiese che Rivera fosse scambiato con il mediano del Padova Rosa.

Voleva che si facesse le ossa altrove, ma Viani si impose e non accontentò Rocco. Da quel momento Rocco iniziò a trattarlo da adulto.

Nereo Rocco studiò per Rivera un ruolo che lo esaltasse per la sua classe, lo collocò dietro le punte. Ne benefició principalmente José Altafini.

 

Risultato finale? Scudetto al Milan e primo trofeo per Rivera.

 

L'anno successivo il Milan conquista la Coppa dei Campioni contro il Benfica della Pantera del Mozambico Eusebio, grazie a due suoi lanci millimetrici per Altafini, inoltre viene convocato in nazionale maggiore. Rivera per poco non vince il pallone d'oro 1963, andato al ragno nero Lev Jašin.

 

Rocco lascia e va al Torino, Sani lascia il Milan, e a centrocampo viene spostato Rivera, che dimostra di non trovarsi bene, torna Viani, e lo rispedisce all' ala destra, Gianni non gradisce.

 

Il Milan passa anni in cui perde lo scudetto, facendosi rimontare ben 7 punti dall'Inter (1964/65) e tra il 1965 e il 67 termina le stagioni a metà classifica.

Ma Rivera, sforna ugualmente prestazioni d'alto livello, anzi nei momenti piú duri diventa il simbolo del Milan. Tanto che nella stagione successiva ereditò la fascia di capitano.

 

Siamo nel 1967, e Franco Carraro diviene nuovo Presidente del Milan. Torna il Paròn Nereo Rocco.

 

Tutti chiedono di toglieire dal cuore della manovra rossonera il lusso Rivera, perché ritenuto di poca sostanza. Ma il Paròn, anziché prestare attenzione a queste voci insistenti, decide di puntare forte su di lui, responsabilizzandolo ancor di più. Gli mise come punte da lanciare gente come Hamrin, Sormani e Pierino Prati. Proprio con Prati l'intesa fu eccellente, tanto che questi ne beneficiò vincendo la classifica cannonieri.

Arrivó anche lo scudetto, e tutti i detrattori dovettero riconoscere la maturazione sotto il profilo tattico esaltandone, oltre alle doti offensive, anche lo spiccato senso difensivo. In quella stagione (1967/68) segnó anche 11 gol.

 

La stagione successiva regala al Milan e a Rivera il successo nella Coppa Campioni. Allo Stadio Bernabeu di Madrid il Milan condotto dal suo fantasista, demolisce l' Ajax di Johan Crujiff per 4-1. Nel secondo e quarto gol dei rossoneri, c'è tutta la genialità del fantasista.

Ad ottobre la squadra rossonera, vince nel doppio confronto contro l'Estudiantes, la Coppa Intercontinentale. Gianni segna nella gara di ritorno, a Buenos Aires.

 

Questo doppio successo, legato alle prestazioni nel club, gli valgono la vittoria del Pallone d'oro il 22 dicembre 1969. Il presidente della giuria Max Urbini (di France Football) disse: "Rivera è un grande artista che onora il calcio, il riconoscimento premia il talento calcistico allo stato puro."

 

Seguirà un quinquennio in cui alti e bassi della squadra influirono sulla considerazione del genio rossonero. Non era sereno, e nel 1972 rimediò tre mesi e mezzo di squalifica per aver fatto insinuazioni sul selezionatore arbitrale di allora.

Nell' aprile del 1973, la Fatal Verona che costò lo scudetto al Milan.

Ma i rossoneri si consolano conquistando la Coppa delle Coppe, contro il Leeds Utd (1-0 Chiarugi) e la Coppa Italia ai calci di rigore contro la Juventus.

Rivera a livello personale, con 17 reti, vince la classifica cannonieri a fianco di Pulici e Savoldi.

 

Intanto era cambiato il presidente, era arrivato Albino Buticchi, viene allontanato Rocco nel girone di ritorno del campionato 1973/74.

Non c'era più sintonia tra la dirigenza e Gianni Rivera, tanto che l'anno seguente ne fu decisa la cessione al Torino, in cambio di Claudio Sala.

Rivera si ribellò e contestualmente entrò in conflitto con l'allenatore Giagnoni. Nel maggio 1975 decide di ritirarsi, ma a Novembre dello stesso anno con il ritorno di Rocco in panchina, ritornó a calcare i campi di calcio.

 

Nel 1976/77 si rischia la retrocessione in B con allenatore Pippo Marchioro. Rivera e Capello formavano una coppia di centrocampisti ormai su con l'età e poco rapidi.

Comunque arrivó la vittoria in Coppa Italia sui cugini nerazzurri. Ma guarda caso con il ritorno del Paròn in panchina.

 

Arriva il "Barone" Nils Liedholm sulla panchina rossonera, e nel 1978/79 arriva il decimo titolo per i rossoneri. Quello della stella.

Gli acciacchi iniziavano però a tormentarlo e il 20 Giugno dello stesso anno annuncia il definitivo ritiro dal calcio dopo 501 presenze in Serie A.

 

Ma il talento del piemontese non fu solo esclusiva del Milan. Nel Marzo del 1960 esordisce, in amichevole contro la Svizzera, in nazionale giovanile. Nel 4-1 finale pesano i due gol segnati. Partecipa alle olimpiadi di Roma, ma senza successo. Nel maggio del 1962 debutta in nazionale maggiore. Gioca contro il Belgio. Da allora 60 presenze.

 

Il suo rapporto con l'azzurro fu tutt'altro che idilliaco. Ai mondiali del 1962 solo l'esordio contro la Germania Ovest. Arriva come C.T. Edmundo Fabbri e gioca con piú regolaritá e nel ruolo di mezz'ala. Ma il dualismo con Mariolino Corso genera polemiche a non finire, tanto da rilasciare vibranti dichiarazioni al modulo e a Fabbri.

 

Non disputa per infortunio la Finale del campionato Europeo del 1968. Ai mondiali messicani del 1970 subisce di nuovo la staffetta con un altro interista: Sandro Mazzola.

Protagonista nella semifinale contro la Germania Ovest (la partita del secolo) ma pochissimo impiegato nella finale contro il Brasile di Pelé.

 

Non fu mai amato senza se e senza ma, ed i giornalisti italiani si divisero a favore o a sfavore. Ogni partita un esame e se giocava bene c'era sempre chi era pronto a cercare il capello nell'uovo.

 

Lo stesso Gianni Brera gli mise il soprannome di "Abatino", descrivendolo come un grandissimo esteta del gioco, molto intelligente ed in grado di intuire la situazione migliore per se. Ma non sá correre, non ha qualità atletiche agonistiche. Quindi per Brera è un grande mezzo giocatore.

 

Ma se la stampa era divisa, non lo era il suo pubblico, che più di una volta riuscì a farlo sentire amato. Il Golden Boy non si tocca. Il Golden Boy è il Milan.

 

Ritiratosi venne nominato vice presidente dal Presidente rossonero Felice Colombo. Carica che tenne fino al 1986, quando il Milan fu comprato da Silvio Berlusconi. Per lui non c'era piú spazio nel Milan. Con l' avvento del cavaliere il Golden Boy fu toccato, e dimenticato...

 

 

-"Si, non corre tanto,ma se io voglio avere il gioco, la fantasia, dal primo all'ultimo minuto l'arte di capovolgere una situazione, tutto questo me lo può dare solo Rivera con i suoi lampi. Per me Rivera in tutto questo è un genio"-

- NEREO ROCCO-

 

© 2016 Una Questione di Centimetri. Tutti i diritti riservati. Il sito è interamente ideato e realizzato da Ciro Ruotolo e Mario Bocchetti.

L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.