| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Che cosa si intende per rivoluzionario?

 

Un rivoluzionario di solito,è colui che vuole dare un cambio alla continuità della quotidianità.

Nella storia umana ci sono stati moltissimi rivoluzionari, dai Francesi, agli Inglesi, dai cinesi, ai latino-americani, dai Russi, a noi italiani, con i moti carbonari , da cui iniziò l’idea di Unità d’Italia.

Spesso la parola stessa, la associamo a moti che han cambiato la politica o la conformazione degli stati. Ma non necessariamente si deve associare la parola rivoluzione a spargimento di sangue.

Talvolta lo è stata anche nelle arti, vedasi Picasso, Van Gogh, Mozart, Neruda, il nostro Alessandro Manzoni che per rendere leggibile a tutti il suo romanzo, I Promessi Sposi, lo rivoluzionò da lingua bergamasca a fiorentina (famoso risciacquo in Arno dei panni).

Anche la tecnologia ha conosciuto la sua età rivoluzionaria verso il termine del 1800 con quella Industriale, oggi si sorride a quel periodo, avendo a disposizione per tutti, quella cosa chiamata Internet.

 

Ma un rivoluzionario, deve anche lasciare una traccia poetica nelle sue imprese, come Che Guevara in sud America, un poeta prestato alla rivoluzione armata.

Sì, questi tipi di personaggi tracciano una scia che rimarrà scolpita nelle nostre menti e di quelle avvenire per sempre.

Sono artisti, poeti, musicisti, inventori, matematici, medici, e anche calciatori.

Se Van Gogh, il più illustre pittore olandese, disegnava opere così attraenti, lo si deve alla sua visione oltre la normale immaginazione.

E oltre l’immaginazione in Olanda è normalità, se pensate che la terra degli Orange è stata strappata al mare. Un tulipano è un fiore bellissimo, che cresce in questa terra, amato e quasi venerato in ogni casa, ma alcuni tulipani sono così belli che rimangono amati anche dopo che sono appassiti.

 

A ridosso della seconda guerra mondiale, Amsterdam, si stava riprendendo dalla disperazione del conflitto bellico, nonostante la neutralità Olandese, fu teatro di invasione tedesca e rastrellamenti di Ebrei deportati poi in campi di sterminio, come la celebre ragazzina Hanna Frank.

 

Siamo nel 1947, il signore Magnus e la signora Nel, avevano un negozio di frutta e verdura, in cui capeggiava il simbolo alimentare olandese del tempo: le patate.

Le patate Cruijff.

Il 25 Aprile di quell’anno venne al mondo Hendrik Johannes, ma per i familiari e gli amici, soltanto Johan.

In realtà la famiglia Cruijff risiedeva nel quartiere di cemento appena costruito, da qui il nome olandese Betondorp, in periferia. Famiglia non benestante, ma dignitosa dal punto di vista sociale, rispettata e solare. Chiunque si fermava al loro negozio.

Johan ed il fratello maggiore Heine, si dilettavano a giocare a calcio con i bambini del quartiere e già all’età di 5 anni Johan faceva intravedere il suo talento.

Lo studio... beh a scuola andava saltuariamente, appassionato di fumetti, era assiduo lettore del giornaletto Kick Wilstra, in cui ci sono storie di calcio disegnate. Un giorno la maestra gli chiese “Johan ci racconti una storia?”

E lui lo fece a modo suo: raccontò di una partita di calcio dal primo al 91mo minuti, si signori anche il recupero.

Il sabato però era dedicato anche al cinema e, con i suoi amici d’infanzia più vicini, si recava sempre a vedere un film.

Ma non erano i film ad interessarlo maggiormente, ma ciò che accadeva nell’intervallo. A quei tempi si poteva assistere al CINEGIORNALE, durante il quale c’erano immagini di notizie sportive, e spesso c’erano immagini del grande Real Madrid, e si innamorò del numero 9 con la camiseta merengue.

Chiese ad un signore accanto a lui chi fosse quel fuoriclasse: “Ma è la “Saeta Rubia” figliolo: Alfredo Di Stefano” rispose lo spettatore. Johan si girò dagli amici e disse loro: ”Interessante quel campione, ma io diventerò forte come lui, forse anche di più”.

 

Intanto l’Ajax, la società di calcio di Amsterdam, costruisce il suo stadio alle porte del “Betondorp”. I ragazzini giocavano in un campetto vicino, e quando un ingegnere che era li a sorvegliare i lavori, scorse quella palla che era rincorsa da una nuvola di grida gioiose, non potè fare a meno di notare la classe con cui Johan toccava quella palla. Subito corse a chiamare qualche tecnico della società.

Lo videro, rimasero entusiasti. E subito andarono dal Presidente: “Ci dia retta presidente, non facciamogli neppure il provino, uno cosi da queste parti è difficile trovarlo, anzi forse non passerà mai.”

 

Aveva 10 anni ed entrò nelle giovanili dell’Ajax. Gli promisero che quando avesse compiuto 14 anni gli avrebbero comprato il motorino, si sarebbero presi cura di lui, anche dopo che a 12 anni perse il padre per infarto. La società diede da lavorare alla madre, che fu costretta a vendere il negozio di famiglia. Johan promise allora alla madre che avrebbe pensato lui a lei, diventando un calciatore.

 

Brucia le tappe, viene scartato dal servizio militare per i piedi piatti e la sua caviglia destra deformata, una fortuna per gli amanti del calcio.

Arriva velocemente in prima squadra, coccolato da tutti i giocatori, tranne da quell’armadio a quattro ante di Rinus Michels... i due non vanno molto d’accordo. Anzi Johan lo detesta, ma ironia della sorte sarà l’uomo che, da allenatore, più di tutti lo valorizzerà.

 

 

Nel 1964 fa il suo esordio a Groningen nella sconfitta dell’Ajax per 3-1, ma quel gol è segnato da lui. Fu Vick Buckingam a lanciarlo nella mischia da titolare. I giornali ne parlano il giorno dopo, storpiando in vari modi il suo cognome, ma passa una settimana ed il nome Cruijff viene scritto, non solo correttamente, ma esaltato dopo la vittoria per 5-0 contro il PSV. Ormai era una celebrità nelle file dell’Ajax. Il “Bambino” che orchestra, era un centravanti di manovra, quasi un trequartista, impostava il gioco con delizia, aveva una facilità di pensiero non euguale a nessuno, aveva 1 o 2 pensieri avanti, nel gioco, rispetto agli altri.

 

Il suo primo titolo arriva con la vittoria nel campionato Olandese del 1965/66, a cui seguiranno altri 8 con l’Ajax. Il 1966/67 fu magico: segnò 33 gol in Eredivise che gli valsero il titolo di capocannoniere, vinse di nuovo il titolo con l’Ajax e vinse anche la coppa d’Olanda.

 

Palla al piede aveva una velocità impressionante, per chi lo marcava erano letali i primi metri, dotato anche di un dribbling fantastico e fantasioso, era proprio imprendibile. Non cadeva molto in campo, anzi, riusciva a evitare qualsiasi entrata degli avversari, come dirà lui stesso: “Questo lo devo al fatto, che ho giocato da bambino per strada. Il giocatore di strada è avvantaggiato, impara ad evitare di cadere perché sa quanto male gli farà”.

 

Rinus Michel lo lascia libero di muoversi in campo, lo vede allenatore in campo, sa che Johan ha la stoffa per trasportare oltre i propri limiti i compagni, ma serve un calcio che lo renda tale, un calcio di posizione, vista la sua ossessione nel cercare ed indicare gli spazi vuoti, dove attaccare ed essere pericolosi per gli avversari. Il calcio totale olandese pone le prime basi qua ad Amsterdam.

 

Data importante per capire cosa fosse l’Ajax: 7 dicembre 1966. Coppa dei Campioni, ad Amsterdam si gioca Ajax- Liverpool, la semifinale. Quella sera la città olandese è avvolta da una nebbia omerica, gli olandesi avevano ben poche speranze di passare il turno, oltretutto i giocatori, avendo il pullman della società rotto, dovettero raggiungere l’Olimpico con le proprie vetture.

Ma ahimè quella di Cruijff e Nanninga rimase a secco e i due si ritrovarono a spingere l’auto sino allo stadio.

L’arbitro chiese agli inglesi se se la sentivano di giocare, vista la nebbia. “Contro l’Ajax? Ma ci giochiamo ad occhi chiusi contro la squadra dei detersivi! Perché è una squadra quella? E’ una formalità!!”

 

Infatti quando gli inglesi fanno così finiscono per perderè e di brutto: 5-1. Al ritorno fu un 2-2 con la doppietta di Johan. In finale trovano il Milan, ma come sappiamo trionfarono gli italiani, vittoriosi per 4-1.

 

Rinus Michels lascia i lancieri di Amsterdam nel 1971, ma diede un’impronta indelebile alla squadra, il calcio totale, la consapevolezza che a correre doveva essere la palla e non gli uomini, gli uomini dovevano solo trovarsi nel posto giusto al momento giusto, il risultato poi era la conseguenza logica.

Ma prima lascia ai lancieri la prima vittoria in Coppa dei campioni a Wembley sul Panathinaikos per 2-0 e al termine di quell’ anno solare, Johan viene premiato con il Pallone d’oro.

 

 

In panchina arriva un allenatore rumeno Stevan Kovacs e con la sua metodologia la squadra va anche oltre, arriva il treble (il triplete, vittoria di: campionato Olandese, Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale) a cui va aggiunta la vittoria della Coppa d’Olanda.

Nella Finale di Rotterdam, in casa dei rivali del Feyenoord, Johan schianta l’Inter di Mazzola e Facchetti, con un 2-0 impressionante, e la sua firma in calce con due gol strepitosi.

 

Ormai vedi la maglia numero 14 e la associ a Cruijff, si perché la Eredevise decise dal 1970 che i giocatori potevano scendere in campo anche con numeri di maglia non convenzionali, ossia non necessariamente dalla 1 alla 11.

 

Un piccolo passetto indietro per spiegarne il motivo. Ci son 3 teorie... la prima: la madre gli regalò da piccolo una maglia da calcio, con sopra il numero 14, e quindi lui decise di omaggiare la madre indossando tale numero.

La seconda: indossava da sempre la numero 9, un giorno il suo compagno di squadra Muhren, non trovava la maglia da indossare, Johan gli cedette la 9 e prese la 14, era la prima gara di campionato, non solo l’Ajax vinse facilmente la partita, ma Johan incantò il pubblico. Non la smetterà più.

La terza: l’Ajax aderì alla nuova regola della numerazione, e lasciò liberi i giocatori di scegliersi il numero di maglia, Johan a causa di un infortunio, dovette prendere quella scartata da tutti : la 14.

Oggi il 14 è Cruijff. Ha il fascino della 10 di Pelè, la 10 di Maradona, la 7 di George Best, la 6 di Bobby Moore, la 10 di Zico, la 1 di Jasin e la 9 di Ronado .

 

La squadra oranje vince di nuovo la Coppa dei Campioni , per la terza volta consecutiva, a farne le spese in quel di Belgrado, la Juventus per 1-0. Siamo nel 1972/73. E qua il giocattolo ha una crepa insanabile.

Il capitano dell’Ajax, veniva scelto democraticamente all’interno dello spogliatoio tramite elezione, nell’ultima stagione lo era stato Johan, e pensava che i compagni lo eleggessero di nuovo. Perde per una manciata di voti, e chiede di essere ceduto.

 

Intanto la Spagna aveva riaperto le frontiere e solo due squadre potevano permettersi di acquistare Cruijff: il Real Madrid e il Barcellona.

Il presidente dell’Ajax cede in segreto il tulipano alle merengues, ma Johan non vuole andarci, non vuole giocare per la squadra del dittatore, il “Generalissimo” Francisco Franco.

Lui amante della libertà non avrebbe mai giocato per la propaganda franchista.

Dà il suo ultimatum : “O vado al Barcellona o smetto di giocare!“

Anche la federazione intervenne, troppo importante Johan per la nazionale, e raccomanda al presidente dei Lancieri, Jaap van Praag, di trovare la soluzione.

Il presidente incontra quello catalano ed esplicitamente chiede: “Me la fate un’offerta più alta del Real per Cruijff?”

E l’offerta arriva: 3 milioni di fiorini olandesi, circa poco più di un miliardo di lire. Il contratto? 1 miliardo e 300 milioni all’anno.

 

Ma cosa più importante: ritrova Rinus Michels e Vick Buckingam ,come assistente. Lascia l’Ajax dopo 239 gare e 190 gol.

Arriva subito la vittoria in Liga, l’ultima azulgrana era targata Luis Suarez (in campo) e Helenio Herrera (in panchina), ossia da 14 lunghi anni.

Ma anche l’ideologico schiaffo dato al regime franchista, con il 5-0 al Real Madrid al Bernabeu.

 

Nel 1974, anno dei mondiali tedeschi, fa parte della nazionale olandese. L’”Arancia meccanica” che giunse in finale contro la Germania Ovest.

I famosi 100 secondi di quella squadra con cui raggiunsero il vantaggio (Berti Vogts stende in area di rigore il 14 olandese ), sono scolpiti nella memoria di chi ha assistito a quella partita.

 

 

Il calcio totale in primo piano. Ok poi persero la finale, ma quell’Olanda fu il calcio del futuro, il calcio degli spazi e della palla che corre, il “TotaalVoetbal”.

L’unica squadra che riuscì ad impattare e non subire gol fu la Svezia, prima e dopo 2-0 all’Uruguay e 4-1 alla Bulgaria.

Ma Johan si mette in luce, in maniera impressionante, contro l’Argentina nella seconda fase.

Provano a fermarlo in tutti i modi, con entrate anche al limite del lecito, ma lui cade molto raramente, e si abbatte come un tornado fiammingo sulla debole difesa albiceleste. Una doppietta e due assist per il 4-0 finale.

L’Olanda spazza via la Germania Est con il classico 2-0 e con una sontuosa prova del capitano Orange si sbarazza anche dei campioni del mondo brasiliani, suo il secondo gol in spaccata. Al termine di quell’anno vince il suo secondo pallone d’oro.

 

Nei 5 anni di Barcellona segna qualcosa come 48 gol il 143 gare. La moglie Diana Margaret Costner, fotomodella e figlia di un magnate olandese, ha una sbandata per un consulente finanziario a cui i Cruijff affidarono i loro beni finanziari. Gli investimenti non furono buoni, anzi fallimentari. Il padre di Diana prese le redini in mano dell’ “Azienda Cruijff”.

 

 

Al Barça nel 1974/75 c’è il cambio alla guida tecnica, Rinus Michels viene esonerato a favore di Hennes Weisweiler.

Il pubblico “Blaugrana” si riconosceva in Johan, e Johan lo deliziava in ogni gara, era un amore che purtroppo si interruppe con l’arrivo del nuovo allenatore. L’approccio allo spogliatoio fu traumatico: ”Siete tutti uguali, e tu (indicando Johan) idem!”

Beh, per l’ego di Johan fu troppo, in più si aggiunsero incomprensioni ed il braccio di ferro con l’allenatore proseguì, tant’è che decise di volare via dal Barca. Non tornò sulle sue idee neppure con il ritorno di Michels, anzi dichiarò che si sarebbe ritirato dal calcio.

 

Come detto la situazione economica non era delle migliori, anzi. Il suocero quindi ebbe l’idea geniale di portarlo a giocare negli Stati Uniti, nella nascitura lega americana la NASL. Arrivano i Los Angeles Atzecs che se ne assicurano le prestazioni riempiendolo di dollari (3 miliardi e mezzo di lire e anche una percentuale sull’incasso), poi passa ai Washington Diplomats (una breve parentesi al levante).

 

Nel 1981 indossa in un torneo la maglia del Milan. Gioca un tempo, ma è in scarsa condizione, reduce anche da un’operazione agli adduttori della gamba sinistra. Si vociferava un passaggio al Milan, neopromosso in serie A, ma non si concretizzò.

 

Torna a giocare nel dicembre dello stesso anno, per l’Ajax, dove trova due giovani talenti: Frank Rijkaard e Marco Van Basten. Ma è Cruijff a decidere il suo ingaggio, oltre al suo stipendio, chiede ed ottiene il 20% per ogni fiorino incassato dall’Ajax da ogni spettatore oltre i 15.000 presenti. In quelle due stagioni l’Ajax sembra rivivere l’epopea precedente, arrivano i successi in campionato ed uno in Coppa d’Olanda.

 

Qualche scricchiolio lo si ha nella seconda stagione a causa dei dissapori con il presidente, che portano Johan a lasciare di nuovo i Lancieri per accasarsi dai nemici di Amsterdam, a Rotterdam nel Feyenoord.

 

Qui vince subito il titolo e la sua sesta coppa nazionale, ma è qui che trova un giovane e possente giocatore che poi sarà un grande attaccante “alla Cruijff”.

Il problema però che oggi non crederemmo mai che quel giovane, allora era il libero del Feyenoord: Ruud Gullit. Al termine della stagione 1983/84 si ritira definitivamente dal calcio giocato.

 

In Nazionale esordi a 19 anni con un gol nel 2-2 contro l’Ungheria. Ma già alla seconda partita fa parlare di sé: durante l’amichevole con la Cecoslovacchia (6 Novembre 1966) venne espulso, ma non per un fallo, ma per aver dato un pugno all’arbitro. Un anno di squalifica, e il suo record: primo giocatore olandese ad essere espulso.

In Nazionale Cruijff divenne indispensabile, tanto che nel 1971 viene promosso capitano degli Orange.

Liti in spogliatoio con i compagni non lo rendono amato e questo porta al fallimentare europeo in terra jugoslava, l’Arancia Meccanica ottenne un terzo posto, ma stava implodendo.

Ai mondiali del 1978 in Argentina non partecipò, decisione dettata dal rapimento della propria famiglia.

 

 

Terminata la carriera di calciatore Johan intraprese subito quella di allenatore, e qua riuscì a mettere in campo il suo mantra: lo spazio.

Aveva un desiderio, allenare le tre squadre più importanti della sua vita di calciatore: l’Ajax, il Barcellona e la nazionale olandese.

A dire il vero, il contratto gli fu proposto a 75mila fiorini, ma fu la richiesta della federazione a farlo recedere dall’incarico.

Gli veniva richiesto di indossare alla presentazione una giacca con lo stemma dello sponsor.

Lui si presentò indossando una maglietta e salutò la compagnia.

Con L’Ajax vinse 2 coppe d’Olanda e 1 coppa delle coppe.

Con il Barcellona 4 titoli spagnoli, 3 supercoppe di Spagna, 1 coppa delle coppe, e la prima coppa dei Campioni per il Barca nel 1991/92 ( 1-0 alla Sampdoria con un missile di Ronald Koeman al 112mo) ed una supercoppa Uefa.

Ma nel 1994 fu la debacle con il Milan in cui subì un umiliante 4-0 a fargli capire che forse non era poi così onnisciente.

 

Iniziano a fare capolino i problemi cardiaci che lo allontanano nel 1996 dalle scene del calcio, almeno sotto la forma di allenatore, ricoprirà poi ruoli dirigenziali nel Barca e nell’ Ajax.

 

Di Cruijff hanno parlato molti, hanno scritto fiumi di parole, ma che cosa è stato il ragazzo del “Betondrop” nel calcio e nella società di allora ben poco sappiamo.

Un giocatore fantastico,ma anche una continua ricerca della perfezione, una continua lotta contro il sistema, sia in campo che fuori, pensate al figlio Jordi (chiamato cosi in onore di San Giorgio) avuto durante la sua avventura spagnola di calciatore. Lo registrò all’anagrafe di Amsterdam, ma il governo franchista voleva impedirgli di usare quel nome in terra spagnola.

La sua risposta fu semplice ed efficace: “Non potete impedirmelo. E’ cittadino olandese, ed è mio figlio. “

Questo molto probabilmente fu uno degli aspetti di Johan che lo avvicinarono all’idea che la gente della catalogna si era fatta di lui: un ribelle. Durante un’ intervista, diede spunti interessanti su se stesso: “Mi chiedete se sono un ribelle ….. beh se per ribelle nel calcio va inteso qualcuno che vuole cambiare le cose, allora si sono e sarò un ribelle.”

Sulla sua velocità in campo, dà una versione che ci fa comprendere cosa sia la funzionalità: “Voi scambiate la velocità per intuizione. Io arrivo per primo sulla palla perché intuisco prima dove andrà la palla e quindi parto con mezzo secondo di anticipo. Sono intuitivo, non veloce. Se siete un calciatore allora siete intuitivo, ma se siete un allenatore allora siete un visionario.”

 

La sua idea di calcio si racchiude in queste parole semplici: “Giocare al calcio è molto semplice, ma giocare un calcio semplice è una delle cose più difficili dello sport.” “Se non giochi con il pallone a calcio datti all’atletica.”

Un uomo sicuro delle sue capacità e delle sue idee.

 

Da ricordare: “Per come ho vissuto e giocato sono probabilmente immortale”. E quel PROBABILMENTE lo ha messo controvoglia.

Aveva solo il suo modo di pensare ed agire, che vada bene o male, lui e solo lui sapeva cosa era giusto o sbagliato.

“Johan, ma c’è almeno una volta nella tua vita in cui hai pensato di aver sbagliato a non seguire il consiglio di un’altra persona?” La risposta stile Cruijff in piena regola: ”E chi avrei dovuto ascoltare?”

 

Il 24 marzo del 2016, quando la primavera catalana inizia a soleggiare su Barcellona, si spegne la stella di Johan, a circa un mese dal suo 69mo compleanno.

Ce lo immaginiamo in cielo, a dare consigli all’onnipotente per rendere un mondo veramente rivoluzionario e di pace.

Anzi forse ne vuole prendere il posto…….

 

- “SE DEVO CADERE CADO CON IL MIO SISTEMA, NON CON QUELLO DI ALTRI”-

HENDRIK JOHANNES “JOHAN” CRUIJFF

 

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

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