| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

17.

Il Primo Giorno!

di Ciro Ruotolo

“Eccoli, Peppì.

Torna dentro con i ragazzi.”

Salvatore e il capitano erano all’ingresso principale dello stadio. Da qualche minuto attendevano, impazienti, l’arrivo di Carmine.

Il magazziniere era uscito senza avvisare il direttore. Non sapevano cosa aspettarsi, non avevano ricevuto notizie. Carmine aveva un pessimo rapporto con il suo cellulare.

“Secondo voi direttò? Com’è andata?”

“Non lo so, Peppì. Ma Carmine non è solo. Quindi penso sia andata… come doveva andare.

Penso abbia accettato.”

“Quindi è andata bene… no?”

“E chi lo sa Peppì.

È andata.

Se è un bene, questo ce lo dirà il campo.

E io spero che l’intuito di Carmine abbia ragione, anche stavolta.”

“Ma verament’ ven’ ra Russij, direttò?”

“Non lo so, Peppì. Così dice Carmine.”

“Forse ci voleva solo sfottere un poco. Ma chi ha allenato fin'a mmò?”

“Peppì, NON LO SO. Non lo so.

So quello che sai tu! Niente!

Carmine ha fatto tutto da solo. Ora vuoi andare negli spogliatoi!?”

“E mmò vac’ direttò, nun v’innervosit’!”

Salvatore guardò Peppino, con affetto.

Non era nervoso. Era curioso.

Voleva sapere.

Gli diede una pacca sulla spalla.

“Vai.

E di’ ai ragazzi che stiamo arrivando con il nuovo allenatore.”

“Corro, direttò!”

E, in effetti, il suo passo svelto si trasformò presto in corsetta.

 

“Uè Salvatò! Eccoci qua.”

Carmine appariva raggiante. Dipinto sul suo viso, un enorme sorriso.

I suoi occhi erano luminosi, accecanti.

Lo sconosciuto, russo, stando a quel che diceva Carmine, era al suo fianco.

Sguardo attento, intelligente, serio. Una bellezza poco convenzionale. Lineamenti affilati, quasi spigolosi, incorniciati da una barba nera.

“Lui è Severin, Salvatò.

Severin…”

Il Russo intervenne in aiuto del magazziniere, allungando, prontamente, una mano verso il direttore.

“Severin Degofelicév.”

Salvatore gliela strinse.

“Salvatore Esposito. Sono il Direttore Sportivo dell’A.C. Virtus et Spes.”

“Te l’avevo detto che era russo Salvatò, che pensavi? Che stavo scherzando?”

Le mani di Salvatore e Severin erano ancora strette l’una nell’altra, si sorrisero.

Le mani si separarono.

“In verità lo sono per metà. Mia madre era italiana, mio padre russo. Sono nato in Toscana e ho vissuto lì buona parte della mia infanzia e della mia adolescenza.”

“Bene, allora per metà sai cosa rappresenta il calcio qui in Italia, e per l’altra metà darai all’ambiente quel tocco di internazionalità che non guasta mai.”

“Ho giocato solo qui in Italia e non sono mai stato in Russia.”

“Eh Sevè, era una battuta, quella del direttore.

Non devi prendere seriamente tutto quello che la gente ti dice. A volte capita che non si sa quello che si deve dire e allora si improvvisa. E si dicono sul’ strunzat’!”

Carmine cominciò a ridere, contagiando anche gli altri due.

“Adesso vi lascio soli. Vado dai ragazzi, vedo se hanno bisogno di qualcosa e gli dico che tra poco gli presenteremo il nostro nuovo allenatore.”

“Tra qualche minuto ti raggiungiamo, Carmine…”

Il direttore seguì il magazziniere con lo sguardo. Poi posò i suoi occhi su Severin.

“… Sono contento tu abbia deciso di accettare la nostra proposta. Immagino Carmine ti abbia spiegato come stanno le cose. Purtroppo si è reso necessario un cambio in panchina.

Voglio precisare che la scelta di proporre a te il posto da allenatore non è stata un’ultima spiaggia.

O una scelta obbligata.

Il fatto è che non abbiamo preso neanche in considerazione l’idea di cercare altrove.

Qui le cose sono un po’ diverse che in altre squadre.

Non so come e quando hai conosciuto Carmine, ma lui per la Virtus è un’istituzione, o almeno lo è per me.

Conosce il calcio come pochi, in quest’ambiente. E il suo intuito è qualcosa di infallibile, o quasi.

Lui ha subito consigliato di prendere te come allenatore, appena abbiamo capito che con Mautone non si poteva continuare, sostenendo che non avremmo potuto fare scelta migliore.

Se lo dice lui, non dico sia vero, ma quasi.

Questa squadra l’abbiamo costruita insieme e ti assicuro che questi ragazzi meritano di meglio.

Probabilmente ti avrà già detto della situazione in cui ci troviamo. Non è disperata, non ancora, e di certo non meritiamo di stare in fondo alla classifica, con un solo punto, dopo dieci giornate.”

“So più o meno tutto quello che c’è da sapere.

So delle nove sconfitte consecutive, so dell’unico goal realizzato.

So che abbiamo una buona squadra.

E so che sta a me decidere cosa fare con i tre ragazzi, il capitano, il portiere e il difensore centrale, che hanno, fin dall’inizio, lavorato con l’ex allenatore per distruggere le ambizioni della società. E che sta a me decidere se parlarne anche al resto della squadra o meno.

Forse ho già fatto la mia scelta, ma vorrei comunque chiederle un consiglio, direttore.”

E prima che Salvatore potesse rispondere, Severin aggiunse: “Lei cosa farebbe al posto mio?”

Per qualche secondo il direttore restò in silenzio, pensando bene alle parole da utilizzare per quest’importante biglietto da visita che sarebbe stata la sua risposta.

“Allora, prima di tutto, devi darmi del tu e chiamarmi per nome, se ti fa piacere.

Per quanto riguarda la strada da percorrere, la decisione è e deve essere solo tua…”

Salvatore fissò i suoi occhi in quelli di Severin.

“Ma, se fossi al tuo posto, cercherei prima di capire cosa fare con Giuseppe Galli, il capitano, Federico e Stefano, e poi mi comporterei di conseguenza.”

“Quindi se dovessi decidere di tenerli in squadra, tutti e tre, mi consiglierebbe… consiglieresti… di non parlarne con il resto dei ragazzi?

“Se fossi al posto tuo, forse, farei così. Oppure sceglierei bene cosa dire e come dirlo.”

Severin considerò per qualche secondo l’ipotesi di parlare della sua idea con il direttore, ma poi decise di tenerla per sé. Almeno per il momento.

“Anche se credo, che per quanto riguarda Alessandro e Federico, non ci sia alcuna scelta da fare.”

“Non sono dentro? Non si sono presentati?”

“No, almeno non ancora.”

Meglio. Pensò convinto Severin.

Aveva ragione Carmine, il capitano era fatto di una pasta diversa. Certo anche lui aveva sbagliato, aveva le sue colpe. Per qualcuno era indifendibile. Ma prima che tutta la merda in cui avevano navigato in quei due mesi li sommergesse completamente, lui, aveva fatto la sua scelta.

Aveva voltato le spalle a Mautone e agli altri due. Aveva voltato le spalle a tutto ciò che di più disgustoso c’è nel mondo del calcio.

Aveva scelto di ricominciare. E Severin voleva aiutarlo, essere al suo fianco in questa rinascita. Ma alle sue condizioni.

“Vieni, andiamo. I ragazzi ti aspettano.”

I due s’incamminarono verso gli spogliatoi.

“Anzi, aspetta, prima dovremmo passare un attimo dal mio ufficio. Il presidente mi ha detto di farti una prima offerta. Per poi avviare un’eventuale contrattazione. Ci vorranno solo un paio di minut…”

“L’hai detto tu, i ragazzi aspettano.

Qualsiasi tipo di discorso non legato al calcio giocato, alla squadra, può tranquillamente essere rimandato…”

Salvatore rallentò il passo, appena appena.

Non riusciva a capire quale fosse il gioco del Russo.

Cosa sperava di ottenere in questo modo? Perché voleva ritardare quel primo contatto dal punto di vista economico? Voleva incontrare e parlare prima con la squadra, in modo da rilanciare con la sua di offerta, senza doversi preoccupare…

“… anche perché di qualsiasi somma si tratti, per me va bene. Accetto.

Ora andiamo.”

Gli occhi di Salvatore vibrarono. La sua pelle cominciò quasi a bruciare.

La sua testa era leggera. Come un palloncino, volava alta ne cielo, mentre il suo corpo, in silenzio, troppo pesante, era costretto a terra.

La sua lingua era secca. In gola ruggiva tutta la sua emozione.

A volte, quelli che consideriamo piccoli gesti fanno la differenza.

A volte, incontrare persone come Severin ti fa venir la pelle d’oca, rinnovando la sbiadita fiducia che si nutre nei confronti dell’altro. Gli altri.

Quel tipo di persona che vorresti sempre al tuo fianco. Senza inutili se o fastidiosi ma.

“Vieni, Severin. Di qua.”

 

Carmine era con la squadra.

I ragazzi erano in silenzio. Ognuno seduto al suo posto.

Peppino, ora, appariva inquieto. Aveva un pallone sulle ginocchia e con le dita vi tamburellava un frenetico motivetto. I suoi piedi assecondavano la forzata melodia.

Gennarino, il portierino, come sempre, era al suo fianco. Come ipnotizzato, fissava il movimento veloce della mani del suo capitano.

La porta degli spogliatoi si aprì lentamente, quasi a voler torturare chi aspettava con ansia un incontro considerato decisivo, fondamentale.

Salvatore e Severin entrano.

Gli occhi sono tutti per il Russo.

Jeans, maglietta e felpa. Capelli e barba nera. Giovane. Forse troppo, per gestire al meglio la situazione in cui si trovava la Virtus.

Tante sono le domande che affollano la mente di ogni calciatore quando si trova al cospetto di un nuovo allenatore. Soprattutto quando il cambio arriva a stagione in corso.

La prima. Inequivocabile, diretta, inevitabile. Assoluta.

Giocherò?

Poi ne seguono altre, tante. Troppe.

“Ragazzi, è con grande piacere che vi presento Severin Degofelicév, il nostro nuovo allenatore.”

Tutti zitti.

Pronti?

Si parte.

 

“Salve ragazzi.

In questi casi, ho sempre apprezzato gli allenatori che esordiscono con una battuta, o una gran frase che poi farà la storia della squadra. Ma non sono mai stato bravo a far ridere e non sono un oratore brillante.

Voi non mi conoscete e per la verità, fino a qualche minuto fa, non mi conosceva neanche il direttore Esposito.

Se sono qui lo devo a Carmine Vorzillo…”

Severin indicò il magazziniere con un gesto plateale, sorridendogli.

“… quando questa mattina mi ha chiamato, dicendo che doveva parlarmi e di venire al campo dopo pranzo, immaginavo si trattasse di una roba del genere.

Allenare.

Non ci avevo mai pensato, in effetti.

Esatto, non ho alcun tipo di esperienza in questo senso.

Fino a qualche anno fa giocavo. La mia è stata una carriera che potrei definire breve e insoddisfacente sotto alcuni punti di vista, esaltante sotto altri.

Prima di tutto voglio chiedervi un grosso favore.

So che oggi tocca parlare un po’. Per conoscersi, è vero, per capire quanto prima i reciproci punti di vista e per gettare le basi di quella che deve essere, e sarà, una grande rimonta.

Ma questa interessante conversazione di presentazione non voglio farla qui, tra quattro mura.

Noi non lavoriamo in un ufficio. Noi giochiamo a calcio. E quindi, è ora di andare in campo.

Ed ecco il favore: io e il capitano abbiamo bisogno ancora di qualche minuto, qui, nello spogliatoio, da soli, prima di cominciare questa nuova avventura.

Vi sarei grato se voleste uscire, tutti, e cominciaste a giocare un po’.

Quanti siete?

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci. Undici.

Dodici. Tredici. Quattordici. Quindici. Sedici. Diciassette. Diciotto. Diciannove. Venti. Ventuno, con il capitano.”

Severin li guardò, uno alla volta.

Poi allargò le braccia.

“Ragazzi, ragazzi! Perché non mi avete interrotto?

Non so com’eravate abituati prima, ma se sto facendo una cazzata voi dovete essere i primi a farmelo notare!”

Tutti sorrisero.

Tutti, compresi Carmine e Salvatore, si aspettavano una simpatica risposta dal capitano, che non arrivò.

Allora fu Carmine a parlare.

“Allora ragazzi, avete sentito mister Severin, dobbiamo cominciare ad uscire fuori.”

“No, Carmine, tu no.

La squadra e il direttore.

Voi ragazzi, andate in campo, dividetevi in cinque gruppi da quattro e giocate. Se vi riesce fate tutto al volo, fino a che non arrivo io. Andate.

Direttore…”

“Salvatore”, l’interruppe, correggendolo, il direttore.

“…Salvatore, tu, sei puoi, darai un’occhiata ai ragazzi, e mi dirai se c’è qualcuno che riesce a non far cadere sta palla.”

“Benissimo mister.”

Tutti uscirono.

Severin, Peppino e Carmine rimasero soli, nello spogliatoio.

Il capitano era seduto lì, con la sfera sulle ginocchia. Un bambino di trentasei anni, con il suo pallone a infondergli coraggio.

Cosa doveva aspettarsi?

Volevano mandarlo via?

Certo, Carmine gli aveva fatto capire che tutto si sarebbe sistemato, ma l’ultima parola stava a lui.

Il nuovo allenatore.

Ma chi si crede si essere? Io mi sono pentito. Devo essere perdonato. Lo merito. Non può trattarmi come un traditore qualsiasi. E poi lui neanche c’era quando, quando…

Severin andò verso la porta, per poi chiuderla.

“Allora Peppì,” cominciò Severin con un discutibile accento napoletano “gran goal domenica scorsa eh!?”

Il capitano guardò Carmine che sorrideva.

Il capitano poggiò il pallone sulla panca.

Non gli andava più di restare seduto e guardare gli atri due dal basso. Si alzò avvicinandosi al nuovo allenatore.

Allungò una mano.

“Piacere mister, sono Giuseppe Galli. Ma se vi fa piacere potete chiamarmi Peppino, come fanno tutti.

E come già sapete, sono il capitano.”

“Ex.”

Peppino guardò Carmine.

Si aspettava di tutto.

Una bella lavata di capo vecchio stile, con occhiatacce e parolacce.

Un bel discorsetto paterno, magari da parte di entrambi.

Di essere cacciato, addirittura. Ma non di perdere la fascia di capitano.

Questo no.

Non poteva accettarlo

Tornò con lo sguardo a Severin.

I suoi occhi erano una fornace.

“Che significa?”

La sua voce risultò secca, ben modulata, a nascondere una mal celata rabbia.

Severin ricambiò lo sguardo.

“È semplice.

Al momento non sei più il capitano di questa squadra.

Se lo vorrai sarai ancora un nostro giocatore, ma la fascia non la meriti.”

Carmine non sapeva cosa pensare, ascoltava in modo passivo la voce di Severin. Per la prima volta non sapeva a cosa mirasse un allenatore.

Cosa sperava di ottenere?

Non aveva discusso con Severin delle scelte che riguardavano Peppino, Federico e Stefano.

Togliere la fascia al capitano, dopo pochi minuti dall’essere diventato il nuovo allenatore della squadra era una mossa azzardata. Anche in una situazione come quella in cui si trovava la Virtus.

Il silenzio che avvolgeva i tre, nello spogliatoio, era pesante e carico di tensione.

Peppino abbassò lo sguardo. Severin continuava a fissarlo. Carmine muoveva i suoi occhi dal Russo al suo pupillo come se assistesse a un emozionante incontro di tennis.

Lui odiava il tennis.

“So quello che hai fatto, in accordo con altri due compagni di squadra e l’ex allenatore.

Inutile star qui a parlare di quello che penso, riguardo alla scelta che hai fatto. Sono cose che capirai conoscendomi, se deciderai di continuare la tua avventura in questa squadra.

Alle mie condizioni.

In caso contrario, le nostre strade si dividono qui, senza drammi o rancori.

In quel caso, direi al direttore di preparare la tua lista di svincolo, saresti libero di andare dove più desideri.”

Peppino aveva ancora gli occhi bassi. Sembrava respirasse a stento.

“Hai tradito la fiducia della società che a inizio anno aveva costruito la squadra partendo dalle tue grandi qualità. Hai tradito la fiducia di Carmine. Ma cosa più grave, hai pugnalato alle spalle i tuoi compagni.”

Silenzio.

Carmine si allontanò, e prese posto sulla grossa panca, di fianco al pallone. Prese ad accarezzarlo.

“Restare e rimediare a ciò che hai fatto. Scappare via, lasciando dietro di te una scia di delusione e rabbia.

La scelta è solo tua. Nessuno ti dirà cosa fare.

È una decisione importante. Se vuoi qualche giorno di tempo per pensarci, ti aspetteremo, senza problemi.

Scappare via è la scelta più facile. La più comoda, probabilmente.

E il tempo, in questo caso, non è dalla tua parte.

Come ti ho detto, puoi pensarci, puoi riflettere su ciò che hai fatto e su come recuperare, se vuoi farlo.

Ma approfittare della nostra disponibilità e di quella porta lasciata aperta per te, sarebbe, come dire?, un po’ come continuare a prenderci per il culo.

Fino a che non avrai deciso, al resto della squadra non diremo nulla. Dopo, si vedrà.

Ma sarai tu a spiegargli come stanno le cose.”

La voce di Severin era calma, decisa.

Peppino alzò lo sguardo sul nuovo allenatore.

“Ma chi ti credi di essere?

Tu non sai niente.

Ti vuoi solo fare grande sulle mie spalle.

Li conosco quelli come te. Alla fine, se andiamo a vedere, tu e Mautone siete uguali.

Gente piccola che si crede più furba di tutti.”

“Peppì, ma che stai dicendo? Calmati…”

Severin alzò una mano per zittire il magazziniere.

Peppino continuava a fissare il Russo, dava la sensazione di non avere occhi che per lui.

Le parole di Carmine a stento lo sfiorarono.

“Se pensi di venire qua a dettare legge e fare il fenomeno con me, non hai capito niente.”

Gli occhi umidi di Peppino, colmi di una rabbia impotente, tornarono a fissare il pavimento.

Pugni stretti, labbra serrate.

“Hai finito?”

La domanda di Severin arrivò come uno schiaffo.

Inaspettata, perentoria, severa.

“Avevo sentito grandi cose sul tuo conto. Una piccola parte di queste le ho viste domenica scorsa, in campo.

Con il tuo goal, con la tua sfrenata esultanza liberatoria.

Ma forse Carmine si sbaglia. Forse io mi sbaglio.

Tutti si sbagliano.”

Severin, per la prima volta da quando aveva cominciato a parlare, spostò lo sguardo su Carmine.

Il magazziniere aveva una mano sul pallone, gli occhi distanti, cupi.

In quell’espressione sembrava esserci un rimprovero.

Un rimprovero rivolto con sfrontata determinazione proprio a lui che cercava solo di dare una mano, che cercava di risolvere la situazione nel migliore dei modi.

Sei appena arrivato e già stai facendo un casino.

Sparisci.

Guardati, guardali. Cos’avevi intenzione di fare?

Ti ho detto sparisci.

Severin tornò su Peppino.

“Non posso togliere altro tempo alla squadra.

Abbiamo parlato abbastanza.

Ora sta a te.

Io vado in campo, Carmine verrà con me, tu resti qui.

Esci dallo spogliatoio quando vuoi. Puoi anche andare a casa e tornare quando avrai deciso cosa fare.”

Severin guardò Carmine. “Andiamo. Devi essere con me in questo primo giorno.”

Il magazziniere si alzò, portando con sé il pallone. Severin s’incamminò verso la porta degli spogliatoi.

Peppino rimase al suo posto, in piedi, immobile.

L’allenatore, dita sulla maniglia, senza voltarsi pose fine alla discussione.

“La scelta è tua, ma spero deciderai di restare, restare e combattere.

I ragazzi, anche se ancora non lo sanno, hanno un disperato bisogno di te.”

Il viso di Carmine s’illuminò. Ora comprendeva ogni cosa.

Come aveva fatto a non capirlo subito.

S’avvio verso l’uscita, raggiungendo Severin.

Quasi sfiorò Peppino mentre attraversava lo spogliatoio. Passando a pochi centimetri da lui, con le mani, gli passò il pallone, senza dire una parola.

 

Nel lungo corridoio che portava al rettangolo di gioco, Severin e Carmine camminavano l’uno di fianco all’altro. Fieri. Concentrati.

Fu il magazziniere a rompere il silenzio. La voce incerta.

“Sevè, non so nemmeno io cosa deciderà, ma sono contento che hai deciso di dargli un’altra possibilità. La merita. Lo so che lo sai anche tu. Ora possiamo solo aspettare.”

“Aspetteremo.”

“Non dare peso a quello che ti ha detto, non lo pensa veramente, io lo conosco. Sta passando un momento difficile.”

“Lo so Carmine. E sono sicuro che farà la scelta giusta. Spero solo che non ci metta troppo tempo a decidere.

La squadra non la prenderebbe bene. E neanche io.”

 

Salvatore Esposito era seduto in panchina, guardava i suoi ragazzi palleggiare.

Si divertivano, giocavano.

Come aveva detto Severin si erano divisi in cinque gruppi da quattro.

Quello formato da Gennarino, il portierino, Ciruzzo, il giovane e promettente difensore centrale, Ciccio e Umberto, dava spettacolo. Per qualche minuto, tra tocchi fortunati e giocate di fino erano riusciti a tenere sempre il pallone in aria, senza mai fargli toccare terra.

Severin e Carmine arrivarono in campo senza disturbare. Avvicinandosi proprio al magico quartetto.

“Te l’avevo detto, Sevè. Guarda lì che giocatorini!”

Severin gli sorrise.

Il primo ad accorgersi della presenza del magazziniere e dell’allenatore fu Simone, il terzino destro della squadra. Lasciando cadere la palla alzò una mano per salutarli.

Severin ricambiò il saluto.

“Forza ragazzi, venite qui.”

Il Russo s’avviò verso la panchina dov’era seduto il direttore.

“Salvatore avrei bisogno di un favore.”

“Dimmi mister.

Ma dov’è Peppino?”

“Arriverà.

Ora ho bisogno che tu mi porti la nostra classifica.

Puoi andare in ufficio e stamparne ventiquattro copie?”

Salvatore guardò Carmine che si strinse nelle spalle.

“A cosa servono ventiquattro copie, mister?”

“Vedrai.”

“Ok,” confuso “vado e torno.”

La squadra raggiunse il suo allenatore. Tutti in piedi davanti la panchina.

“Sedetevi ragazzi.

E partiamo con le presentazioni.

Uno alla volta, alzerete la mano, mi direte il vostro nome e il ruolo che ricoprite in campo.

Allora, chi comincia?”

Il primo braccio rivolto al cielo: “Gennaro Scognamiglio, portiere!”

Carmine guardava i suoi ragazzi, con le labbra a disegnar un sorriso stanco.

“Simone Rizzo, terzino destro!”

“Armando Marino, terzino destro!”

Severin annuiva, pronto a rivolgere lo sguardo verso ogni braccio teso.

“Francesco Navarra, centrocampista centrale!”

“Umberto Grieco, attaccante!”

“Vittorio Imbriaco, centrocampista!”

“Ciro Pezzella, difensore centrale!”

“Riccardo Alberino, centrocampista centrale!”

“Carmine Capuozzo, difensore centrale!”

“Alessandro Amato, difensore centrale, o esterno se serve!”

“Spiegati meglio.” Severin gli sorrise.

“Il ruolo che preferisco è quello di centrale, ma mi posso adattare anche sulla fascia, sia destra che sinistra.”

“Ti puoi adattare se siamo in emergenza o solo per aver una doppia possibilità di giocare?” gli sorrise ancora.

“Tutt’e due mistér!”

Tutti scoppiarono a ridere, compreso Carmine. Severin continuò a sorridere, guardando i suoi ragazzi.

“Andiamo avanti. Tu? Come ti chiami e in che ruolo giochi?”

“Io sono Carlo Suarino, mistér. Centrocampista destro!”

Altro braccio alzato. Occhi di Severin solo per lui.

“Vincenzo Izzo, centrocampista centrale!”

“Ciro Landolfi, centrocampista esterno. Posso giocare sia a destra che sinistra mistér!”

“Come Alessandro? Per lo stesso motivo?” Severin gli sorrise.

“Nono, mistér per me non fa differenza, veramente.”

“Gioca male sia a destra che a sinistra mistér!” intervenne ridendo Armando.

E tutti cominciarono a ridere.

“Su, forza, andiamo avanti.” disse, divertito, Severin, mentre Ciro lanciava goliardiche minacce ad Armando.

“Salvatore Imperatrice, attaccante!”

“Cosimo Dettori, centrocampista sinistro!”

“Umberto Carrino, attazzante!”

“Raffaele Bocchetti, attaccante!”

“Quanti ne mancano?”

“Siamo tre mistér. Io sono Gianluca Pellecchia, terzino sinistro!”

“Tu, invece?”

“Roberto Sebastiani, terzino destro!”

“E io sono l’ultimo mistéer, sono Emanuele Spartera, attaccante!”

“Bene”, Severin spostava lo sguardo da un viso all’altro, forse cercando di memorizzare la maggior parte dei nomi, nel minor tempo possibile, anche se per ricordarli tutti avrebbe avuto bisogno di qualche giorno.

“Io… sono l’ultimo.”

Tutti, compreso Carmine, si girarono verso quella voce così familiare.

“Guseppe Galli, centrocampista centrale e trequartista. Scusate il ritardo, mistér.”

Severin guardò Peppino, sorridendo appena. Carmine rideva, contento.

“Se per voi va bene, mister vorrei parlare ai miei compagni. Ci metto due minuti.”

“Vuoi restare solo con loro?”

“No, mistér, grazie.”

“Io e Carmine ci sediamo in panchina.”

“Ragazzi, non so da dove cominciare.

E forse devo farlo dall’inizio.

Io vi ho tradito. Ho tradito la società. E Carmine.

Mautone non è stato mandato via perché abbiamo fatto solo un punto in dieci partite.

È stato mandato via perché vendeva le partite. E se ci è riuscito, per tutto questo tempo, è perché io, Stefano e Federico gli abbiamo dato una grossa mano.

Tutte quelle uscite a vuoto di Merola, i miei passaggi sbagliati, le mancate coperture di Moretti... era un piano ben organizzato.”

Pausa.

Respira.

“So che forse molti di voi adesso cominceranno a guardarmi con occhi diversi.

So di aver perso la fiducia di tutti e che forse non merito di continuare a giocare in questa squadra.”

Mormorii, parole pesanti pronunciate sottovoce. Qualcuno tenta di alzarsi. Occhi delusi.

“Restate seduti, ragazzi. Ascoltate.” Intervenne Severin.

Peppino continuò.

“Ma ho deciso di restare qui, per rimediare. Recuperare e riconquistare il vostro affetto.

E per questa scelta devo ringraziare il nostro nuovo allenatore.

È stato lui a farmi capire che cazzata enorme avevo fatto.

Sono deluso come voi.

Fino a domenica scorsa non mi rendevo conto del gran casino che avevo fatto.

E forse l’ho capito veramente solo ora.

Non sono qui per chiedere il vostro perdono, ma per meritarlo, se voi me ne date l’occasione.

Nello spogliatoio, io e mister Severin abbiamo parlato. E…”

Severin con decisione lasciò il suo posto in panchina. Velocemente raggiunse Peppino, in piedi davanti alla squadra. Fu lui a continuare.

“… e ragazzi, il vostro capitano mi ha comunicato anche un’altra decisione.

Decisione che ho apprezzato più di ogni parola vuota.

Peppino, per adesso, rinuncia alla sua fascia. Mi ha proposto, almeno per le prossime partite di farla girare. Tutti la indosseranno a turno.

Per lui, forse, è stata la cosa più difficile da fare. Ma proprio questo suo atteggiamento, la sua personalità umile, la sua serietà e la sua voglia di rinascita, mi hanno fatto capire una cosa, molto importante.

Peppino merita una seconda occasione. Tutti la meritiamo.

Vedete, a volte, nel calcio, come nella vita, ci si trova in situazioni tremende. Facciamo le scelte sbagliate, in una frazione di secondo, e alcune di queste scelte finiscono poi per perseguitarci.

Ma non sta a noi giudicare un amico. Quello che possiamo fare è concedere al nostro capitano senza fascia un’altra possibilità.

Qui non siamo in tribunale. Questa è una squadra di calcio. La mia squadra, la vostra squadra.

Per quanto mi riguarda Peppino è uno di noi.

Ma la decisione finale non spetta solo a me. Siete voi che dovete dirmi, dovete dirci, cosa fare.”

Silenzio.

Ognuno riflette, per conto suo.

Peppino, occhi umidi, guardava la sua squadra. Spostò solo per un secondo gli occhi sul Russo. In quello sguardo, breve, c’era una gratitudine immensa. Una sconfinata sincerità atterrita.

La notizia, ovviamente, ha sconvolto gli animi.

L’atmosfera serena che si respirava solo qualche minuto prima sembrava aver abbandonato il rettangolo di gioco.

Raffaele Bocchetti, l’attaccante, fu il primo ad alzarsi e il primo a parlare.

“Non so come la pensano i miei compagni di squadra, mistéer, ma non ho mai visto Peppino così.

Ci conosciamo da anni. Più volte mi ha aiutato e se oggi sto qua forse lo devo anche lui.

Io non gli giro le spalle.

C’ha ‘nguaiat’, lo so. È una cosa che non si può negare.

Stiamo ultimi con un punto solo. Questo campionato si poteva vincere.

Ma se lavoriamo come si deve sta classifica la possiamo scalare. E alla fine ci salveremo senza difficoltà.

Nuje simm’ na bella squadr’!

E poi voglio dire un’altra cosa.

‘O Capitan’ sta ccà.

Dove stanno Federico e Stefano?

‘O Capitan’ sta ccà a s’ piglià a merd’ nfacc’ e quei due sono scappati comm’ e pegg’ pentit’.”

Raffaele si avvicinò a Peppino, dopo aver parlato più alla squadra che all’allenatore. In piedi, al suo fianco.

Tutti li guardavano.

Peppino, Severin e Raffaele.

Pochi secondi di attesa. Solo pochi secondi.

Uno alla volta i ragazzi si alzarono, Gennarino, Armando, Ciccio, Vittorio, Simone, tutti in piedi.

Carmine li guardava, non sapeva cosa aspettarsi.

 

Salvatore Esposito camminava lungo la linea del fallo laterale, in direzione della panchina, con in mano un fascio di fogli arrotolati.

Severin tornò a sedersi, di fianco al magazziniere.

“Mistér e che dobbiamo dire.

Come ha detto anche Lello, il capitano sta qua. Ci sta mettendo la faccia e sembra che veramente sia pentito di quello che ha combinato. Però nun è facil’, misteèr. Forse ci state chiedendo troppo.”

Ancora Raffaele.

“Guaglù, ma c’ sentit’? ‘O mistér ha ritt’ ca simm’ nuje c’amma scegliere chell’ ca s’addà fa. Non ci sta chiedendo niente.

Lui ci ha detto come la pensa. Mo sta a noi.

Ma vi voglio dire anche un’altra cosa.

Ricordate il goal di domenica e l’esultanza del capitano. Mautone l’ha sostituito, pecchè Peppin’ l’ha girat’ a facc’.”

Salvatore, raggiunti i ragazzi, in piedi, li ascoltava discutere.

“Eh, amm’ capit’ Lellù, ma pur iss c’ha nguaiat’!”

“È over’ Lellù, c’ha affunnat’. È na chiavicì pegg’ e Mauton’!”

Un gruppetto di voci, all’unisono: “E’, è na chiavic’!”

Severin, di nuovo, si alzò. Stavolta con calma. Raggiunse con due passi Peppino e Lello.

“Ragazzi, lo ripeto, la decisione dev’essere presa insieme.

Ma voglio che riflettiate solo per un attimo sull’intera faccenda.

Come ha detto anche Raffaele, il vostro capitano è qui. Ha voluto un confronto con voi.

Ha rinunciato alla sua fascia, per voi, per lanciarvi un segnale chiaro. È qui ed è pronto a ricominciare, insieme a noi.

Ha voluto spiegarvi in prima persona come stanno le cose, perché è deciso a rimediare agli errori che ha fatto.

I santi non esistono.

Non raccontiamoci cazzate.”

“Mistér,” la voce di Peppino “forse è meglio che vi lasci cominciare l’allenamento. Domenica abbiamo una partita importante. A Secondigliano. Una piazza difficile e sono una buona squadra.

Forse i miei compagni hanno bisogno di tempo per capire cosa vogliono fare.”

Rivolto alla squadra: “Guagliù, mi dispiace, non so cos’altro dire. È meglio che vi lascio da soli.

Sarò a casa, ad aspettare la vostra decisione.

Se pensate che non devo tornare più, allora quella di domenica scorsa è stata la mia ultima partita.

Non firmerò con nessuno.”

Gennarino, rimasto in silenzio fino a quel momento, passando tra i suoi compagni di squadra, si avvicinò al capitano.

“Capità, io sono l’ultimo arrivato, il più giovane qua in mezzo. Ma se te ne vai tu, me ne vado pure io.”

“Anche io.” Incalzò Raffaele.

Carmine lasciò il suo posto in panchina.

“Mo bast’. M’ stat’ proprij rumpenn’ o cazz’, o sapit’?!”

Severin guardò il magazziniere, imitato da Peppino, Gennarino e Raffaele.

“Parit’ e criatur’!

Parl’ proprij tu Cirù? Sì tu, Lando’. Ca si nun er’ po capitan’ stiv’ in terza categoria.

E tu Spartè! Tu, nun fai nu gol manc’ si t’acciren!

Ja, ma p’ piacer’ ‘e c’ stamm’ parlann.

‘O capitan’ e omm’ e vuje o sapit’!”

Salvatore Esposito guardò Severin, scuotendo la testa.

Ancora quel rimprovero.

Ancora quel sentimento di inadeguatezza.

“Ok. Basta.

Questa nuova avventura è cominciata nel peggiore dei modi e di tempo non ne abbiamo.

Peppino è parte di questa squadra.

Io sono il vostro allenatore, da poco meno di un’ora è vero, ma questo non cambia le cose.

In una situazione del genere non c’è motivo di continuare quest’inutile confronto.

SEMBRATE UN MUCCHIO DI IDIOTI!

Vi voglio ricordare che siamo ultimi in classifica.

Sì, ho capito la squadra è buona

siamo tutti bravi

meritiamo il primo posto

la Serie A, la Champions League. LA COPPA DEL MONDO!

Ma cazzo, guardatevi.

Un portiere, un difensore e un centrocampista, con l’aiuto di un allenatore vi hanno ridicolizzati.

Gli altri in campo dov’erano?

VOI?

Voi, dov’eravate?

Peppino resta qui.

Fine della discussione.”

Severin, si avvicinò al direttore, con decisione gli prese i fogli dov’era stampata la classifica, lasciandogliene uno.

Il secondo per Carmine. Il terzo al capitano. Il quarto a Raffaele.

Quasi con rabbia li distribuì tutti. Una copia della classifica a testa.

“E vi dico anche un’altra cosa.

La sua scelta di rinunciare alla fascia non l’accetto.

Lui continuerà a portarla al braccio come ha sempre fatto.”

I suoi occhi ardenti fissarono uno ad uno i suoi giocatori.

“Guardate la classifica. GUARDATELA!

Mancano ancora venti partite alla fine del campionato.

Chi ha intenzione di mollare vada via adesso.

Nessuno è obbligato a restare.”

Salvatore e Carmine si guardarono, quasi spaventati.

Ognuno rimase al suo posto.

“Nessuno?”

Severin fissava i suoi ragazzi.

Non una parola, non un movimento. Non un fiato.

“Bene.

Carmine, prendi le casacche.

Voglio vedere cosa sapete fare. Partitella, dopo un buon riscaldamento.

Siete ventuno.

Undici contro undici.

Gioco anche io.”

 

© 2016 Una Questione di Centimetri. Tutti i diritti riservati. Il sito è interamente ideato e realizzato da Ciro Ruotolo e Mario Bocchetti.

L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.