Intervista a Roberto Nencini e Fabio Ciuffini

Intervista a Roberto Nencini e Fabio Ciuffini

di Mario Bocchetti, 19 Dicembre 2014

Il calcio è sport, divertimento, aggregazione, capace di unire popoli diversi e rinsaldare vecchi rapporti. Il Calcio è vita!

Il nostro progetto ci porta ad esplorare l’intero universo calcistico in cerca di storie, emozioni e molto spesso anche di idee che potrebbero rifondare l’industria più amata dagli italiani. Questa volta abbiamo conosciuto due amici, Roberto Nencini e Fabio Ciuffini che si sono posti un unico obbiettivo: Valorizzare i giovani e i talenti nel Calcio. Roberto è un istruttore Coni-Figc, lavora da una vita con i giovani campioni, Fabio è uno Psicologo dello sport. Per realizzare il loro sogno hanno aperto un sito internet che, grazie alle tematiche trattate, è in continua crescita mediatica. Noi gli abbiamo posto alcune domande e abbiamo capito il perché dei loro successi.

 

- Come nasce la Sua passione per il Calcio, e come ne ha fatto una vera e propria professione? (Risponde Nencini Roberto)

La passione per il calcio nasce e cresce nel cortile del mio condominio. Tutto era motivo per prendere a calci qualsiasi oggetto che potesse in seguito avere un moto di rotolamento. Insieme ai miei “piccoli amici” di quartiere davamo vita a partite di calcio “interminabili e avvincenti”, ciò avveniva in ogni stagione e con ogni tempo, su campi improvvisati, con i giubbotti o i grembiuli di scuola usati come pali. Il caldo o il freddo non esistevano e il tempo passava alla velocità della luce, tanto era l’aspetto ludico. Il “calcio di strada” è stato dunque il mio “vero campo di allenamento” dove il motto era: giocare, divertirsi e, in modo incosciente, apprendere. E tutto in completa autogestione, regole comprese! Questo è stato il mio “imprinting” che mi ha fatto “appassionare” a questo sport meraviglioso che con l’adolescenza e la giovinezza ha trovato espressione nell’attività agonistica. In tempi recenti, da adulto e da padre di due “giovanissimi calciatori”, ho dato seguito alla passione per il calcio acquisendo nuove competenze che mi hanno portato a dare forma a un progetto che ora sto condividendo con persone serie e motivate. Una precisazione. Allo stato attuale è prematuro parlare di professione visto che svolgo un’altra attività professionale, ma nella vita non si sa mai…, e poi la passione è un grande propellente per raggiungere obiettivi importanti. Vedremo…

 

- Quali sono le qualità che vengono richieste ad un allenatore e quali ad un osservatore di giovanissimi talenti? (Risponde Nencini Roberto)

Bella domanda. Mi limito ad alcune riflessioni. Prima di tutto penso che la parola “allenatore” sia più indicata per riferirsi al calcio dei grandi. Parlando in ambito giovanile è più corretto parlare di “educatore/formatore”. Capacità tecniche, tattiche, educative, organizzative, psicologiche e comunicative sono il bagaglio del “buon educatore/formatore”, inoltre tale figura deve tener in grande considerazione la fascia di età alla quale si rivolge. Da questa breve considerazione si capisce subito che “educare/formare” i giovani non è cosa per tutti! Alle competenze, inoltre, va associata una sana predisposizione ai contatti umani (empatia), vista la delicatezza del compito.

 

L’osservatore ha come caratteristica comune con l’allenatore, una grande passione per il calcio. L’abilità principale di uno “scopritore di talenti” è quella di osservare “oltre l’ovvio”, ossia scorgere quei particolari, quelle qualità nascoste, le attitudini non manifeste di “quel calciatore” che altri non riescono a vedere. Questo mi fa credere che per osservare i giovanissimi calciatori ai fini dell’individuazione del talento è necessario “più di una semplice osservazione”. Altra caratteristica importante è l’esperienza; andare sui campi e seguire molte partite “affina l’occhio di chi osserva”; così come “acquisire dei riferimenti” sulla base di giovani calciatori già selezionati da squadre professionistiche. Un piccolo

segreto che condivido in questo spazio è legato al fatto che un buon talent scout di settore giovanile non dovrebbe seguire più di due fasce d’età contemporaneamente, il motivo è riconducibile alle tante variabili che entrano in gioco in un’età delicata come quella dell’adolescenza. In ultimo, ma non in ordine d’importanza, è avere la capacità di ricredersi e di riconoscere di aver sbagliato a osservare. Del resto i “più bravi” sono coloro che “sbagliano di meno”.

 

- Nella sua carriera ne avrà viste tante, ci racconta l’aneddoto che l’ha maggiormente colpita? (Risponde Nencini Roberto)

In una delle mie prime esperienze da allenatore (all’epoca mi ritenevo tale!) mi fu assegnata una squadra di “piccoli amici”. Durante le iniziali sedute d’allenamento iniziai inconsapevolmente a dare dei giudizi negativi sui bambini, considerandoli “scarsi”; alcuni di loro se ne stavano in disparte coltivando “altri interessi”, altri preferivano accovacciarsi e costruire castelli di sabbia, i più interessati usavano il pallone…, ma non i piedi per passarlo al compagno! Pensai: - di questi bambini nessuno diventerà un calciatore promettente -. Mi sbagliavo clamorosamente, eccome se mi sbagliavo! Oggi alcuni di quei bambini che io definivo “scarsi” stanno calcando i campi di squadre professionistiche! Forse il ruolo di noi adulti non è quello di giudicare frettolosamente, ma di “riconoscere il talento” in modo da “attivarlo” affinché possa trovare espressione in contesti di gioco adeguati all’età! In questo dobbiamo assolutamente migliorare. Tutti, nessuno escluso!

 

- Quanto è importante, secondo lei, la componente psicologica di un giovane calciatore, ritiene che venga spesso trascurata dalle varie società e come ritiene possibile migliorare questo aspetto? (Risponde Nencini Roberto)

La componente psicologica riveste nello sport in generale e nel calcio in particolare un’importanza fondamentale e determinante in termini di crescita equilibrata e performance sportiva. Se ciò è vero per gli adulti, figuriamoci per i giovani calciatori, il cui “mondo emozionale” è in continuo “rimescolamento”. Quante società di ogni livello annoverano nel proprio staff figure e competenze dedicate a comprendere e a capire i meccanismi della mente? Il salto culturale da compiere è grande. Ciò che è scritto sulla “Guida Tecnica” per le scuole calcio in relazione alla psicologia applicata al calcio, va tradotto in “pratica quotidiana”. Chi lavora mettendo al “centro del progetto i giovani” deve necessariamente considerare prioritario l’aspetto mentale del calciatore! E’ un elemento che fa la differenza!

 

- Spesso parliamo di “Modello Tedesco” o “Modello Inglese” da importare e copiare per migliorare le sorti del nostro campionato. Visto che lei è in questo mondo da parecchi anni, prima da giocatore poi da allenatore e osservatore, pensa sia un’utopia la creazione di un “Modello Italiano” e in che modo si potrebbe realizzare? (Risponde Nencini Roberto)

Se penso alla “tradizione calcistica italiana” viene da sorridere al pensiero di importare modelli da altri paesi. Diciamo piuttosto che negli ultimi decenni paesi come la Germania ma anche la Francia), si sono “evoluti” enormemente, dando “valore ai vivai dei settori giovanili” a tutti i livelli, impostando una linea d’intervento di primissimo livello basata su:

 

  • infrastrutture moderne e accoglienti con la creazione di centri di reclutamento;
  • formazione, aggiornamento e competenze a 360°;
  • organizzazione minuziosa;
  • progettualità condivisa;
  • valorizzazione del talento sul territorio di appartenenza.

 

Ciò che comunque fa la differenza è l’atteggiamento paziente che il lavoro dia i suoi frutti.

 

In Italia abbiamo vissuto una situazione di stallo e di “involuzione”, forti della nostra presunta onnipotenza, della nostra inviolabile conoscenza sul calcio, sulla difesa di posizioni di “lustro”; una sorta di arrocco, per usare un termine del gioco degli scacchi. E’ giunto il momento di invertire la rotta. A mio parere siamo tutti d’accordo nell’affermare che l’attenzione andrebbe posta sull’atteggiamento propositivo e paziente verso i settori giovanili. Ciò però va in completa contrapposizione rispetto a quello che è il palcoscenico attuale tant’è, che alle nostre “giovani promesse”, sono richiesti risultati immediati (cultura del risultato più che crescita sana ed equilibrata) che, inevitabilmente, portano a “accorciare i tempi di crescita”, esasperando “corpo e mente”, creando, al contempo, aspettative pressanti e di difficile gestione (fenomeno del campionismo). L’intento auspicato sarebbe quello di lavorare davvero “per i giovani” dando loro fiducia, rispettando i tempi di crescita e inserendoli in contesti dove possono esprimere in il loro talento; forse così non ci sarebbe bisogno di importare tanti calciatori provenienti da altri paesi, Bayer Monaco e Ajax insegnano! Non sarebbe fantastico avere nelle nostre squadre di club tanti campioni fatti in casa? Fortuna vuole che in Italia ci sono società che lavorano “pazientemente con i giovani”; a testimonianza, proprio in questi giorni, il selezionatore della nazionale italiana Antonio Conte ha espresso apprezzamento verso una delle realtà italiane più evolute nella valorizzazione dei giovani. Queste le sue parole: “Ho voluto visitare una bellissima realtà e una società che sta lavorando bene con i giovani, che sono il presente ma soprattutto il futuro. E’ stato un piacere per me venire a Empoli: ho trovato un ambiente dove c’è serenità e la giusta voglia di lavorare: qui c’è la giusta filosofia e la società ha da sempre preso questa direzione. Per fare ciò è necessario curare con particolare attenzione il settore giovanile, far crescere i giovani e avere la forza di portarli in prima squadra. Sarri sta facendo un gran lavoro, valorizzando molti italiani: penso a Valdifiori, Tonelli o Verdi che è uno di quei talenti che può ancora crescere molto. Ma in generale faccio i complimenti a tutti: al mister, alla società e al presidente che stanno dimostrando che se si lavora bene i risultati arrivano”. Se dunque vogliamo dare una “spinta” al calcio italiano e riportarlo in auge, è necessario guardare, sì ai “modelli di esempio”, ma soprattutto considerare precursori del rilancio i “valori della pazienza e della fiducia”…,visto che si parla di giovani! Ci aspetta una bella sfida…

 

- In una sua breve presentazione parla di un progetto innovativo nell’ambito dello Scouting giovanile, che si avvale del modello TT-CM. Ci spiega in cosa consiste e in che modo potrebbe rivoluzionare il lavoro di Scouting? (Risponde Fabio Ciuffini)

Più che di rivoluzione direi un nuovo modo di osservare il giovane calciatore. Mi viene in mente il film “L’attimo fuggente”, in cui John Keating (Robin Williams), l'indimenticabile professore di lettere di un college americano, sale sulla cattedra e da lì, in piedi, in giacca e cravatta e le mani in tasca, dice ai ragazzi che non bisogna fermarsi alle poche e solite certezze, ma saper vedere il mondo da più angolazioni. Bene, con il nostro modello cerchiamo di vedere il calciatore da prospettive diverse. Per far questo integriamo le competenze del tecnico (allenatore di base e istruttore CONI-Figc), dell’osservatore (talent scout) e dello psicologo (consulente in psicologia dello sport e Mental Trainer). In definitiva si tratta di un attento e scrupoloso lavoro di strutturazione e analisi dei vari indici di osservazione necessari alla valutazione del Giovane Talento che vanno ad analizzare nel calciatore l’aspetto:

 

  1. Antropometrico
  2. Tecnico coordinativo
  3. Condizionale
  4. Tattico (con riferimento ai Tempi di Gioco)
  5. Psicologico (Comportamento Manifesto): aspetto relazionale, reattività situazionale, indicatori attentivi e di concentrazione.

 

L’unicità del nostro lavoro è data dalla perfetta complementarietà che rendono la relazione completa, dettagliata e di alto livello professionale.

La nostra attività di Scouting si esplica attraverso la ricerca di informazioni complete ed il più possibile esaustive che completano le informazioni raccolte fornendo un feedback a 360° in grado di aumentare il livello di predittività ed efficacia dell’osservazione.

 

- Un’ultima domanda. Passiamo al calcio dei grandi, in che misura i vari settori giovanili sono colpevoli degli atteggiamenti da bambinoni viziati di calciatori che spesso rischiano di gettare via la propria carriera, o quantomeno ridimensionarla sensibilmente? (Risponde Fabio Ciuffini)

Dobbiamo tener presente che i settori giovanili e le società nello specifico, costituiscono solo uno dei tanti sistemi in cui sono inseriti i ragazzi, ovvero quello sportivo.

Ciascun sistema (compreso quindi quello familiare, scolastico, amicale) ha un proprio peso nel determinare lo sviluppo della personalità individuale.

Spesso quello che manca è un reale collegamento tra tali sistemi, un dialogo vero e concreto tra famiglia, scuola e società sportiva che possa consentire a un ragazzo di muoversi bene in ciascuno di essi secondo un principio di coerenza.

 

I settori giovanili possono aiutare un ragazzo nella misura in cui sono disposti a valutare il talento non solo come una caratteristica che “sta nei piedi” bensì come un elemento che può e deve crescere in perfetta sinergia e armonia con la crescita personale e professionale, rendendo il ragazzo più maturo e più consapevole del reale valore di ciò che lo circonda.

 

In primis, non facendosi condizionare eccessivamente da rinforzi esterni (denaro e notorietà) che svuotano un ragazzo dei reali valori che lo hanno condotto a fare sport: motivazione personale, desiderio di acquisire competenze e di far parte di un gruppo. Elementi che, spesso vediamo dimenticati troppo in fretta.

 

 

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Le immagini di sfondo e testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.