| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Juan Alberto Schiaffino

di Federico Lo Cicero, 28 Luglio 2017

Nel 1947 Carl Barks diede vita ad un personaggio dei fumetti, un personaggio amato dal pubblico, e inviso a suo nipote, l’eterno sfigato per eccellenza: Paperino Paolino. Il personaggio in questione, è apparso anche nelle riviste Forbies, come “Personaggio di fantasia” più ricco del mondo, carattere simile ad Ebenizer Scrooge, avido protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens. Paperon de’ Paperoni, era questo, un imprenditore, finanziere, manager, magnate e banchiere, ma tirchio fino al limite del sopportabile, e portato alla ribalta dal genio di Walt Disney. Nel suo modo di dar peso ai soldi, a noi italici viene facile accostarne le origini alla Liguria, esattamente a Genova. Nessun italiano dà più peso ai soldi di un genovese, una parsimonia elevata all’ennesima potenza.

 

Proprio dalla costa est di Genova, esattamente Levante, nei primi anni del 1900, Alberto, un uomo, di professione macellaio, come tanti altri, si imbarca su una nave direzione Sud America, per cercare quella fortuna del sogno americano. A Montevideo, mise le radici e la famiglia Schiaffino iniziò a parlare un misto di italiano e spagnolo, capibile, perché ridotto al minimo indispensabile. Il figlio Raul Gilberto, impiegato dell’ippodromo di Montevideo, sposa Maria Eusebia, una donna casalinga, che diede alla luce prima Raul e poi in una fresca Montevideo il 13 luglio del 1925 Juan.

 

 

Juan Alberto Schiaffino.

 

 

Il piccolo Juan era chiuso, introverso, testardo ed incline alle bizze ed ai colpi di testa, ma non disdegnava le sue due passioni: il calcio e le marachelle. Proprio per le sue marachelle, la madre le diede il nomignolo di Pepe, che poi ne caratterizzerà la sua vita. Pepe nella vita privata ed in campo. Sin dall’età di 8 anni si mise in mostra a Pacitos, dove si era trasferita la famiglia, nei campetti improvvisati, tanto che qualcuno si accorge delle sue capacità già spiccate. Le entrate in famiglia non bastano, e Juan inizia a lavorare come fornaio, commesso in cartoleria, e operaio in una fabbrica di alluminio.

 

Il Palermo, squadra fondata da siciliani trapiantati, lo fa giocare con i pari età, ma dopo essere passato dal Olimpia nel 1937, dove gioca ala destra, arriva la prima grande squadra: il Nacional. Qui vi gioca fino all’estate del 1943, quando suo fratello Raul, già da due anni al Penarol, lo convince a partecipare al Torneo a Las Acacias, sempre a Montevideo. Qua il Penarol, testa nuovi potenziali giocatori, e Juan impressiona per la visione di gioco, la posizione in campo tatticamente da grandi , e doti atletiche fuori dalla norma. “ Oye chico, eres bueno. Podria hablar con sus padres?”

 

E fu così che il piccolo Juan entrò nelle giovanili del Penarol. E’ fantastico, vederlo giocare, apprezzato da compagni, avversari e pubblico. Destro sinistro, non ci sono differenze, esile di fisico, ma la sua posizione sempre azzeccata, gli faceva guadagnare dove non poteva con il fisico. Fu spostato a centrocampo, e dirigeva le operazioni di gioco con la maestria e la classe di un direttore d’orchestra. Questo gli valse il nomignolo di Pequeno Maestro, Piccolo Maestro, per differenziarlo dal Gran Maestro del Penarol: Josè Piendibene.

 

In men che non si dica già nel 1945 è nella squadra dei grandi.

 

Vi giocherà 227 gare, tutte da protagonista, e vince tutto il possibile: 5 campionati Uruguaiani, 5 Tornei Competencia (ossia un torneo organizzato nei primi mesi dell’anno solare in preparazione del vero e proprio campionato di prima divisione)e 8 volte il Torneo de Honor Cousenier , ossia un torneo giocato tra squadre Argentine e Uruguaiane.

 

La sua intelligenza in campo è proverbiale, tanto che sembra un veterano.

 

Anche la “Celeste” si innamora di Schiaffino, e il 29 dicembre 1945 allo Stadio del Centenario, gioca 13 minuti finali della partita contro l’Argentina, incanta e fornisce al fratello l’assist per il pareggio finale: 1-1.

 

Ma “Pepe” ci mette poco a conquistarsi il posto in squadra, ma è schiacciato dal peso del Capitan, il vecchio Obdulio Varela, che lo vede ancora come ragazzino, e da qui sono famose le liti in campo. Ma Juan è importante per il centrocampo Uruguajo, nessuno come lui sapeva disegnare geometrie di calcio, nessuno aveva il suo tempismo. E fu così che nel 1950 lo troviamo protagonista del mondiale di calcio in Brasile, quel mondiale che passerà alla storia come: Maracanazo’50.

 

Si raccontano varie storie su quel mondiale, fra cui la famosa cinquina segnata nell’8-0 alla Bolivia da uno scatenato Schiaffino. In realtà Juan smentì l’attribuzione, in realtà aveva segnato solo 2 gol.

 

Si arriva alla partita finale, il 16 luglio 1950: stadio Maracanà.

 

Record di spettatori ancora imbattuto: 200 mila sugli spalti. I giornali brasiliani il mattino avevano titolato: CAMPEONES, con la foto della squadra. Mancava solo il risultato che prevedeva sicuramente la vittoria dei brasiliani, ma non nel punteggio. Bastava anche un pareggio, in quanto quella era l’ultima partita di un girone finale dove i verdeoro avevano battuto Spagna e Svezia, mentre i Celesti avevano vinto contro gli iberici e pareggiato con gli svedesi.

 

Pareggio? Siamo il Brasile, abbiamo la Ginga,sappiamo solo vincere. Al gol di Friaca, sembrava fatta. Lo stadio si trasforma in una balera, la torcida prende corpo. Capitan Varela prende il pallone da dentro la porta, guarda i suoi e si avvia a centrocampo per battere, dicendo:” Vamos a ganar!”

 

L’Uruguay prima segna il pareggio con un gran gol di Schiaffino su assist di Ghiggia, lo stesso allenatore Brasiliano capì che era un segnale: ”Fu l’imprevisto che mise a tacere le nostre ambizioni” e poi i due si ripetono a parti inverse: Ghiggia stende il Brasile e consegna l’Uruguay alla storia del calcio. Sugli spalti il silenzio è surreale, lo stesso Juan dirà: “Al fischio finale, piangemmo dalla gioia e la tensione che accumulammo durante la partita. Fu una liberazione, pensammo alle nostre famiglie in Uruguay. I nostri avversari piangevano per l’amarezza della disfatta. Ad un certo punto provai tristezza per loro.”Quel giorno il Brasile cadde nel dramma: 34 suicidi e 56 attacchi cardiaci.

 

Ma il mondiale del 1954 in Svizzera lo mise in vetrina.

 

I maggiori club europei mandarono i propri osservatori. Schiaffino segnò subito all’esordio contro la Cecoslovacchia (2-0), e contro la Scozia nel 7-0 finale. Ai quarti l’Uruguay trova e batte con una magistrale partita, con gol, di Pepe l’Inghilterra per 3-1. In semifinale… bè la semifinale li contrappone alla grande Ungheria di Puskas. La partita passerà alla storia, fu definita dalla stampa la partita del secolo, prima che fosse scalzata nel 1970 dalla famosa Italia-Germania 4-3. La semifinale vide la vittoria per 4-2 dei magiari dopo i tempi supplementari. Lo stesso Gianni Brera, presente come giornalista, definì:”Uruguay-Ungheria la più bella partita che abbia mai visto giocare: ho imparato di più in quelle due ore che in vent’anni di calcio giocato e criticamente scritto”. Persero anche la finale 3/4 posto contro l’Austria, ma a Schiaffino si aprirono le porte per il paese delle sue origini.

 

Ci provò il Genoa, ma invano, Juan era curioso di scoprire le origini del nonno, ma ad un prezzo giusto, in pratica guadagnare più di quanto prendeva al Penarol. Il Genoa fece dietrofront, il dirigente di allora lo definì “Un Uruguaiano più geneovese di loro”. Altre sirene europee si fecero sentire, ma fu il Milan a prenderlo, per una cifra intorno ai 52 milioni di lire, ed un contratto migliore di quello del Penarol ossia 15 milioni di lire a stagione. In patria la notizia fu accolta come un lutto nazionale, il giornale di Montevideo titolò: ”SE NOS FUE’ EL DIOS DEL FUTBOL. IRREPARABILE PERDIDA” (“ IL DIO DEL PALLONE CI HA LASCIATO. UNA PERDITA IRREPARABILE.”)

Al Milan vedono arrivare questo giocatore, pensano ad uno scherzo: 70 kg appena di peso e magrolino, non è che sia un fisico alla maciste. “Ma siamo sicuri che è quello là? Il campione del mondo uruguajo?” Fece capire a tutti che forse non era da considerare uno scherzo, già alla prima di campionato, il 19 settembre del 1954. Era lui, il campione. Milan- Triestina. Finì 4-0 per i rossoneri, Juan segnò una doppietta e dispensò calcio come pochi avevano fatto in quello stadio.

 

Bela Guttmann , allenatore rossonero, impone disciplina e Pepe non è che vede di buon occhio questa storia. Il Milan viaggia a vele spiegate, con Schiaffino, Cesere Maldini, e il gigante svedese Gunnar Nordhal. Juan ha 29 anni e sembra un giovincello. Il Milan se la vede con il Bologna, che ne ostacola il cammino.

 

In un pomeriggio piovoso di gennaio, durante Milan Udinese, ha la brillante idea di inveire più volte contro l’arbitro Corallo, tanto da strafare. Strofinandogli dinanzi agli occhi il pollice e l’indice lo guardo e disse:” Voi arbitri Italiani siete tutti venduti.” Sacrosante le 5 giornate che gli furono inflitte dal giudice sportivo.

A Febbraio, nonostante la prima posizione, Hector Puricelli (guarda caso anche lui uruguajo), fu chiamato dal presidente Rizzoli a sostituire l’ungherese. Ne seguirono parecchie polemiche.

 

 

 

Per chi non ricordasse, Bela, fu il famoso allenatore che poi quando dovette lasciare il Benfica, disse “ D’Ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale per almeno 100 anni.” Sarà nel 1966… Tutt’oggi il Benfica non ha sfatato la maledizione.

Puricelli, alla sua prima esperienza su una panchina, era soprannominato “Testina d’oro” per i suoi gol di testa. Al Bologna si alternò l’Udinese. Ma il campionato andò ai rossoneri con un turno d’anticipo, proprio sui friulani, che poi furono retrocessi per illecito sportivo. 28 gare 15 gol, non male per un centrocampista.

 

Il Milan l’anno seguente, sotto la guida di Puricelli, non và oltre il secondo posto. Schiaffino nel suo contratto aveva richiesto di avere il Lunedì libero, lo utilizzava per andare a fare operazioni bancarie (comprava e rivendeva valuta) in Svizzera, si dice che in tal modo abbia aumentato il suo appannaggio del 20%. La sua oculatezza negli affari era nota, e gli permise di avere appartamenti a Milano e nella terra elvetica.

 

Si racconta un aneddoto curioso.

 

Il sabato precedente alla partita Genoa- Milan, si trovava nella città ligure con Nordhal ed un altro compagno di squadra. Il vento era freddo o gelido. Il norvegese vedendo un bar, propose ai due di entrare per un caffè. Risposero affermativamente e si avviarono. Schiaffino giunto alla porta del bar, chiese:” paga la società vero?” Nordhal lo guardò e gli diede una risposta deludente:”No Pepe, in questo caso ognuno sborsa di suo.” Juan li guardò e li sorprese con un dribbling dei suoi: “No a ripensarci bene, il caffè mi rende nervoso, andate voi, io vi aspetto fuori.”

 

La sua discendenza di terra ligure fece capolino. Il suo spirito risparmiatore ebbe il sopravvento, paragonarlo a Paperon de Paperoni è il minimo.

1956/57 arriva al Milan, come allenatore, Gipo Viani. Il rapporto con Schiaffino, non decolla, gioca perché è irrinunciabile, non rispetta appieno i compiti datigli e va sempre alla ricerca caparbia del gol. Nonostante ciò il Milan vinse il tricolore.

 

Lascia i rossoneri dopo 149 gare e 47 gol, ma anche dopo aver ricevuto applausi a scena aperta per le sue giocate, non solo dal proprio pubblico, ma anche da quello avversario, come accadde a Firenze dopo un cambio di campo millimetrico.

 

Gianni Brera scrisse in un commento: “Non insegue la palla, è la palla ad inseguire lui. Forse non è mai esistito un regista di tanto valore, Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto.”

 

E cosi nel 1960 passa alla Roma. In realtà, a causa di un errore del presidente della Roma, fu vittima di un equivoco già nel 1957. Il presidente giallorosso Renato Sacerdoti diede l’annuncio dell’ingaggio di Juan l’11 giugno di quell’anno per 100 milioni di lire, peccato che aveva dimenticato di trattare con il Milan. Ma nel 1960 si fa per 102 milioni. Ha 35 anni ed il fisico non è più quello di un tempo, quindi arretra la sua posizione a libero. Vista la sua posizione sempre impeccabile fu coniato il termine: LIBERO SCENTIFICO.

 

Durante la prima stagione vinse la Coppa delle Fiere, la stagione successiva lascia per sempre il calcio. Nella capitale giocò 39 partite e tre gol.

 

Ma un mistero lega Schiaffino all’Italia, e precisamente alla nazionale Italiana. Nel 1958, grazie alle sue origini liguri, ottiene il passaporto italiano e quindi i C.T. Ferrari, Biancone e Mocchetti lo convocarono per la qualificazione ai mondiali dello stesso anno. Cardiff fu l’ultima delle sue 4 apparizioni, l’Italia perse 2-1 e per la prima volta non si qualificò alla fase finale dei mondiali. E proprio con Schiaffino in campo, questo è il grande mistero. Si ritira nella sua Montevideo.

 

Prova con deludenti risultati ad allenare, ma capisce subito che il suo campo è un altro: gli affari. Ha un senso innato per fare i soldi e quindi da buon “genovese” fa fruttare il suo capitale.

 

Per tutta la vita dal 1942 ha avuto accanto a sé una sola donna, Angelica, conosciuta un pomeriggio sopra un autobus. Da quel giorno non si sono mai lasciati, tranne una parentesi di pochi mesi nel 2002. Quelli che videro la dipartita di lei fino al 13 novembre, quando la raggiunse per giocare in paradiso.

 

Questa volta il Dio del pallone non aveva lasciato solo l’Uruguay, ma il mondo intero.

 

 

“ CON I SUOI PASSAGGI MAGISTRALI ORGANIZZAVA IL GIOCO DELLA SQUADRA COME SE STESSE OSSERVANDO IL CAMPO DAL PUNTO PIU’ ALTO DELLA TORRE DELLO STADIO”

-EDUARDO GALEANO-

 

 

 

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

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