| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

11.

L'Ennesima Sconfitta?

di Ciro Ruotolo

Prima o poi capita a tutti. Ci ritroviamo a essere semplici spettatori di noi stessi, spettatori delle nostre azioni, testimoni passivi delle nostre scelte più intime. Una sensazione che può durare anche pochi attimi, ma che con prepotente nitidezza ci avviluppa in essa.

Siamo lì, totalmente immersi nella nostra vita, padroni assoluti del momento, ci stiamo dentro, così dentro che è come se una parte della nostra essenza non riuscisse a sopportarne il peso e allora decidesse di godersi lo spettacolo dell’esistenza dall’esterno, in modo quasi oggettivo, più leggero.

Mentre l’attaccante della squadra ospite sistema la palla sul dischetto e l’arbitro si preoccupa di gestire e calmare le ultime ingiustificate proteste dei ragazzi della Virtus et Spes, Alessandro, Severin e Carmine si guardano, confusi e sorpresi.

“Ma non è possibile, sono appena rientrati in campo… ”

“Da qualche minuto …”

“S’ sta priparann’ n’ata mazziat’ e io devo tornare un attimo al bar, non lo posso lasciare così. Devo chiudere e preparare tutto per riaprire a fine partita”. Così dicendo Carmine si allontana dalla rete che separa il campo dalla tribuna. Alessandro fa per seguirlo, ma Severin lo trattiene per un braccio.

“Lascialo andare da solo, non hai motivo di andare con lui. Resta qui.

Da che parte lo tirerà, il rigore?”

“Ma che ne so Sevè, sta ancora sistemando il pallone e non ho guardato il primo tempo, non l’ho visto giocare, non so nemmeno se è destro o sinistro! E poi perché devo restare qua?”

“Sei venuto qui per guardare il resto della partita con me, no? E allora guardiamola …e dimmi da che lato tirerà il calcio di rigore”.

“Lato? Lo può tirare pure centrale, eh”.

“Comunque è un mancino, il piede destro lo usa poco o niente, al massimo per stoppare la palla. Gioca sulla fascia destra e fa sempre la stessa finta di andare sul fondo per poi accentrarsi e provare la conclusione a giro sul secondo palo”.

Il numero 7 degli ospiti conta i passi della breve rincorsa e si posiziona a meno di due metri dalla sfera, in attesa del fischio dell’arbitro.

“Secondo me lo tira alla destra del portiere, diritto per diritto, a mezza altezza.”

“Vediamo se ci riesci ancora”.

Fischio.

 

Per Gennarino accadde tutto in quel momento.

Era tra i pali, teso e concentrato, con il peso di un’intera squadra sulle spalle. Era sulla linea di porta pronto a scegliere un lato nella speranza che fosse quello giusto. Era lì, totalmente immerso nel momento, nei suoi guanti, nella sua maglia, nei suoi pantaloncini, nei suoi scarpini, ma era anche un privilegiato spettatore. E aveva scelto il posto più bello, per godersi la scena, quello dietro la porta.

Gennaro ammirava quel Numero 1 riempirgli la schiena e quasi non riconosceva il suo corpo.

Si guardava fremere d’impazienza su quella sottile striscia bianca e, mentre l’avversario sistemava la palla sul dischetto, non capiva perché Carmine, la persona che più credeva nelle sue qualità, avesse deciso di non guardare quel dannato calcio di rigore.

Potrebbe essere il mio momento di gloria, pensava. Perché non vuole guardarlo?, si domandava. Non si fida, sa che non lo parerò mai!, continuava a pensare.

Il viso dell’invisibile ragazzino sistemato dietro la porta, appariva sereno, tranquillo. Lui era solo uno spettatore. A lui interessava solo guardare. Era avido di immagini, smanioso di scoprire come sarebbe andata a finire tutta quella maledetta storia. Certo, simpatizzava per se stesso, sperava che quel Numero 1 riuscisse ad evitare che il pallone entrasse in porta, ma i suoi sentimenti, in questo caso, erano poco convinti, sfumati.

Lo sguardo del ragazzino posizionato tra i pali, invece, era tutt’altro che calmo. Quell’inaspettata fuga di Carmine era stata la goccia capace di far traboccare un vaso colmo di tensione. Durante tutta la prima frazione di gioco, Gennaro aveva toccato il pallone solo in un paio di occasioni, un cross bloccato in presa alta con precisa puntualità e un tiro centrale neutralizzato senza particolare difficoltà.

Nessuno immaginava lo stato di profonda agitazione che dominava il Numero 1 fin dal fischio d’inizio.

La sua paura più grossa era quella di sbagliare, di commettere un errore grossolano e ridicolo. La sua inesperienza non gli permetteva di godere a pieno della semplice e pura emozione di giocare a Calcio. Temeva il giudizio dei tifosi per quella primissima partita giocata, temeva i commenti che avrebbero seguito il suo esordio con la Virtus.

Gli tremavano le gambe all’idea di peggiorare ulteriormente la situazione, già disastrosa, della sua squadra.

Con la maglia delle diverse formazioni giovanili che aveva indossato era diverso, si sentiva padrone della situazione, lì non aveva addosso lo sguardo di centinaia e centinaia di persone pronte a giudicarlo e condannarlo alla prima cazzata commessa.

Il ragazzino invisibile si muove di un passo e allunga il braccio fino a sfiorare la rete. Meno di due metri dividono Gennaro da quella parte della sua essenza che aveva preferito guardare tutto da dietro la porta, spogliandosi di qualsiasi tipo di responsabilità.

“Puoi farcela. Resta calmo e concentrato e vedrai che ce la farai. Ce la farò”.

Ma nessuno poteva ascoltare il suo incoraggiamento. Nessun suono, nessuna delle lettere pronunciate dal ragazzino invisibile lasciò le sue labbra. Le fredde e silenziose parole d’incitamento restarono attaccate alla sua lingua come un infido e attraente pezzo di ghiaccio in una calda giornata estiva.

Il numero 7 ospite conta i passi delle sua breve rincorsa. Meno di due metri lo separano dal pallone posizionato sul dischetto.

L’arbitro si porta il fischietto alle labbra.

Venti anime danzano e si accalcano sul limite dell’area di rigore. Assistono al duello che sta per consumarsi sotto i loro occhi impotenti. Gennaro si trova a dover affrontare una sfida che non è partita dal suo guanto.

Tutto è pronto.

Fischio.

Il numero 7 parte a piccoli passi. Il ragazzino invisibile si aggrappa alla rete della porta.

Ogni muscolo di Gennarino è in tensione, ma non si muove di un millimetro.

Allo stadio regna il silenzio. Alessandro e Severin fissano il portierino.

Carmine è all’ingresso principale del campo, dietro la porta di Gennarino e con controllata determinazione si aggrappa alla rete esterna , quella che divide il campo dalla curva chiusa per i lavori di ristrutturazione.

“Gennari’, tu stu rigor’ o par’!” La voce del magazziniere, calma e profonda riempie l’aria dietro la porta difesa dal Numero 1.

Il ragazzino invisibile corre, rapidissimo si lancia oltre la sua rete, un unico balzo convinto ed è di nuovo al suo posto.

Tutto riacquista velocità. L’ala destra ospite impatta la palla. Interno sinistro.

Destra del portiere, mezz’altezza. Il tiro è ben piazzato, forte, angolato. Sembra destinato ad entrare in porta.

Gennarino si è mosso con un attimo di ritardo che pare condannarlo.

Passo laterale e stacco.

Severin e Alessandro sono immobili. Trattengono il fiato.

Carmine stritola la rete esterna e con lo sguardo segue palla e portiere.

Le braccia di Gennaro si allungano, ancora. Le mani unite sembrano distendersi, ancora.

Il pallone tocca le sue dita, sfiora l’incrocio dei pali e finisce in calcio d’angolo!

 

I tifosi applaudono contenti, per l’insperato miracolo del portierino. Chi gli urla “Bravo”, chi “Sei un fenomeno”, i più sentimentali: “T’vogl’ ben’ Gennari’!!”

Alessandro sorride soddisfatto.

Severin leva il pugno al cielo e lancia un unico e feroce “SEEEEE!”

Carmine è totalmente fuori di sé dalla gioia. Saltella sul posto e grida “Sììì, Gennarì!! Je o sapev’ ca tu o parav’ stu rigor’! Je o sapev’!!”

Con lo sguardo individua Alessandro e Severin e comincia a correre verso di loro, passando nei pressi della bandierina del calcio d’angolo alla sinistra di Gennarino.

Corre sorridendo, corre ridendo, sicuro che avrebbero vinto la partita!

Si sbagliava.

Peppe, il veterano Capitano, è il primo a lanciarsi su Gennaro, seguito dal resto della squadra.

C’è chi l’abbraccia, chi lo bacia, chi, con raggianti pacche sulla spalla, gli dimostra tutta la sua gratitudine.

La squadra avversaria è ammutolita. Il numero 7 con uno scatto recupera il pallone finito sulla pista d’atletica che racchiude il grande rettangolo di gioco e lo posiziona sulla lunetta del calcio d’angolo alla sinistra della porta difesa da Gennaro e suona la carica, con spavalda convinzione.

Tutti, padroni di casa e ospiti, riprendono posizione in mezzo al campo, pronti a ricominciar la battaglia.

Carmine raggiunge i due amici. “Mamma mi’ …C’ rigor’ ha parat’ …Gennarin’” affanna “sta partit’ …nuje a vincimm’!”

“Carmine in panchina hanno un terzino sinistro?” Ora Severin sembrava preoccupato. Alessandro, guardando l’amico, non riusciva a comprenderne il repentino cambio d’espressione.

“Perché?”

“Dovrebbero passare a quattro dietro, il centrocampista destro si può abbassare a fare il quarto di difesa, i centrali scalano verso sinistra, dovrebbe uscire il numero 2 per far entrare un terzino sinistro di ruolo.

Si abbassa il capitano sulla linea dei centrocampisti e si sposta sull’esterno destro il numero 4, che ha un buon passo e può giocare anche laterale.

Ora si deve passare a un 4-4-2, non si può restare con una difesa a tre, non ora, sugli esterni ti massacrerebbero.

Da adesso l’inerzia della partita cambierà, il calcio di rigore sbagliato sarà una bella sveglia per loro.”

Carmine guardava Severin con un pizzico di ammirazione, la sicurezza e l’abilità delle sue affermazioni l’aveva piacevolmente stupito.

“Un terzino sinistro in panchina …?” non riusciva a pensare con lucidità, solo una cosa gli appariva chiara: Severin non doveva restare un semplice spettatore.

“Sì, ci sta, è giovane e anche un buon giocatore, ma Mautone non cambierà mai a partita in corso, a meno che non cambia il punteggio o non viene buttato fuori qualcuno”.

 

La partita restò sullo 0-0 fino al sessantacinquesimo.

Al triplice fischio il tabellino condannava la Virtus all’ottava sconfitta consecutiva: il risultato finale recitava un pesante 0-3.

Severin e Alessandro lasciarono lo stadio delusi e sconfortati. La grande gioia del Russo per il rigore parato da Gennaro appariva così lontana che Severin stentava a ricordare le gradevoli sensazioni provate.

Alessandro camminava di fianco all’amico in rispettoso silenzio. Non ci furono battute o goliardici sfottò per l’ennesima sconfitta incassata dalla squadra che Severin seguiva da inizio campionato e il silenzio venne rotto da un’unica frase che scivolò con grazia dalle labbra di Alessandro per posarsi delicatamente nella mente di Severin.

“Se fossero passati al 4-4-2, come avevi suggerito tu, probabilmente non avrebbero perso un’altra partita”.

 

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