| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Sul patrio suol, vinti i torvi imperi,

la pace non trovò NE’ OPPRESSI, NE’ STRANIERI.

 

Gli amanti degli alpini hanno riconosciuto le ultime parole de “La Leggenda del Piave”, una canzone cara agli alpini e soprattutto cara a tutti i nostri patriottici avi che hanno conosciuto le guerre mondiali e hanno dato del tu alle battaglie di inizio Novecento. Tra quegli italiani che hanno combattuto per la liberazione dell’Italia, che hanno creduto nella nostra unità e soprattutto che hanno onorato un sentimento Nazionale ritroviamo forse l’allenatore Italiano più influente di sempre: Vittorio Pozzo.

 

Il torinese Pozzo ha dedicato la sua vita al calcio, in un periodo in cui la dea Eupalla non aveva ancora ceduto alle attenzioni del Dio denaro lasciandosi avvizzire. In quel periodo Eupalla raccontava le gesta di veri uomini capaci di reggere sulle loro spalle le aspettative di un’intera nazione per il solo Onore di aver difeso la maglia azzurra. Pozzo è il simbolo della nascita del nostro calcio, il simbolo della nascita di una Nazionale dominante, il simbolo del tatticismo, il simbolo della fase difensiva, il simbolo dell’Italia di quel periodo.

 

La storia dei suoi anni ha di certo contribuito alla sua formazione, il giovane Vittorio ha visto nascere il calcio, ha avuto la fortuna di poter giocare in Francia ed in Svizzera conoscendo nuove culture e nuovi modi per intendere il calcio. Vittorio amava la vera essenza dello sport, amava l’odore dell’erba, amava tutti i vari aspetti che gravitano attorno ad una società di calcio. Tornato in Italia ha giocato e contribuito alla fondazione del grande Torino. Appese le scarpette al chiodo gli viene affidata l’Italia nel suo primo torneo ufficiale: le Olimpiadi del 1912 a Stoccolma. L’Italia viene eliminata al primo turno e Pozzo consegna le dimissioni. Non è il risultato il vero motivo delle dimissioni, non siamo ancora nell’era degli stipendi milionari, semplicemente il Piemontese doveva portare “il pane a casa” e dedicarsi ad un vero lavoro nelle fila della Pirelli. Ho dimenticato di dirvi che Vittorio Pozzo chiese come unica condizione per la spedizione svedese di non essere retribuito per il suo lavoro, la Nazionale rappresentava il coronamento di un sogno, rappresentava un onore da difendere, non poteva rappresentare una semplice opportunità di lavoro.

 

Pozzo aveva un amore morboso con le proprie origini, e aveva una impressionante cultura del lavoro. Valori che purtroppo stiamo via via perdendo. La storia lo mise anche di fronte alla prima guerra mondiale, guerra combattuta nel corpo degli alpini, come in tutte le sue esperienze Pozzo anche qui non si tira indietro e al fianco di troppi compagni caduti riesce ancora una volta a servire il suo paese grazie alla sua innata disciplina. Proprio in questi anni sembra accrescere il suo sentimento nazionale e la preparazione militare lo induce ad insistere sull’organizzazione anche sul rettangolo di gioco.

 

Il periodo tra le due grandi guerre è un periodo strano, fatto di tante contraddizioni, il buon Pozzo continua il suo lavoro nel mondo del calcio che cerca la propria dimensione, non esiste ancora una federazione forte e alcune tensioni rischiano di mettere in serio pericolo il nostro sistema calcio, ma le olimpiadi di Parigi del 1924 possono rappresentare una buona occasione per ricreare coesione. Pozzo porta i suoi fino ai quarti di finale, ma qualcosa sta cambiando.

 

A partire dal ’29 l’Italia viene investita da una marea Nera, i Fasci di Mussolini invadono ogni aspetto della nostra penisola e come mezzo di propaganda viene scelto lo sport. Le imprese degli uomini soli dello sport fanno presa sul popolo e la nazionale viene affidata ad un uomo tutto di un pezzo, che ama il suo paese, che ama il calcio e soprattutto che adotta un metodo militare. La grande Italia sta per nascere. Vittorio Pozzo forma per la terza volta nella sua vita la Nazionale. Il periodo di grande attenzione per lo sport e una generazione di fenomeni permettono l’apertura di un era dell’oro. Meazza e Piola trascinano gli azzurri alla conquista di due mondiali consecutivi, un oro alle olimpiadi del 1936 e due coppe Internazionali (una sorta di primordiale Europeo).

 

Il solo Palmares non rende giustizia al peso dell’allenatore Italiano. Pozzo a detta di tutti i calciatori dell’epoca era quello che di meglio si poteva avere: grande preparazione e soprattutto il grande carisma che permetteva la formazione di gruppi saldi e affiatati che riuscivano a raggiungere i propri obiettivi.

 

Il Piemontese fu un secondo padre per i propri calciatori, un vero punto di riferimento: leggeva per primo le lettere indirizzate ai suoi calciatori per alleviare spiacevoli notizie, non gli permetteva di leggere i giornali per non creare condizionamenti, fu il primo ad istituire i ritiri. La sua più grande vittoria è stata la mentalità data ai suoi soldati: tutti convinti che l’unica strada che poteva portarli alla vittoria fosse quella tracciata da Pozzo.

 

Dopo il periodo d’oro della nostra Nazionale arriva purtroppo la seconda guerra mondiale, molti italiani perdono la vita e il calcio non è più quello di prima. Pozzo lascia ancora una volta la Nazionale, era stato un uomo del regime e non poteva continuare la sua carriera nelle fila azzurre, il suo ultimo atto ufficiale fu il riconoscimento delle vittime di Superga. Ma chi conosceva il piemontese e le sue qualità ha capito che Vittorio amava l’Italia non un partito politico, soprattutto ha capito quanto poteva ancora dare al nostro movimento. Parecchi incarichi di consiglieri e soprattutto un ruolo fondamentale nella realizzazione del centro tecnico di Coverciano sono la dimostrazione dello spessore anche da dirigente dell’allenatore.

 

Pozzo ci ha lasciato Quarantasette anni fa lasciandoci in eredità la storia delle prime maglie azzurre e dei primi trofei vinti, lasciandoci in eredità l’Amore incondizionato verso i colori della nazione. Valore che ormai sembra dimenticato.

 

Quest’uomo tutto di un pezzo mi ha, a distanza di tanti anni, fatto capire cosa significa lottare e vincere per il proprio paese: in un intervista di Nando Martellini, dopo aver rivisto i goal della finale del mondiale vinto Pozzo, uomo che ha visto le grandi guerre, riesce ancora una volta a commuoversi davanti a milioni di Italiani.

 

Grazie Vittorio per averci insegnato ad Amare la Nazionale.

Forzatamente bigamo (ma non lo dite in giro!). Divido il mio cuore tra la passione per la Napoletanità e il calcio. In molti mi definiscono un sognatore dalla maglia azzurra, ma allo stesso tempo sono convinto che Maradona non può fare i miracoli. Il mio amore incondizionato per la cultura che mi avvolge mi ha regalato una seconda Mamma, la mia città che mi accompagna e mi incoraggia in ogni mio scritto. In fondo anche Troisi disse: Chi ha detto che non è serio amare due donne nello stesso momento, o perder tempo per fare la formazione della propria squadra?

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