| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Riapprodiamo come promesso in Scandinavia dopo la faticosa visita della Groenlandia, ma restiamo oltre il Circolo Polare Artico, nella magica terra della Lapponia. Qui giocare a calcio è effettivamente più semplice di quanto non lo sia tra ghiacci perenni, ma la questione lappone è decisamente più complessa di quella groenlandese. I più informati, infatti, sapranno che questa regione è stata una vera e propria spina nel fianco per i paesi tra cui è divisa. Parlare del calcio lappone, un argomento praticamente sconosciuto, obbliga però a parlare innanzitutto del territorio a cui è legato e della sua difficile condizione politica, di cui diremo lo stretto necessario alla nostra conversazione calcistica.

 

Siamo all’estremo nord del nostro continente e oltre questo punto ci sono poche isole e poi il Polo Nord. Geograficamente parlando, il cuore della Lapponia è in Finlandia, dove essa costituisce una provincia. Tuttavia, i suoi territori vanno ben oltre i confini finnici, e si espandono nei tre paesi confinanti: Norvegia, Svezia e Russia. Subito, però, emerge una questione: in lingua originale la Lapponia non si chiama così, ma si chiama Sápmi. La lingua originale è la lingua sami, che in realtà è un insieme di lingue uraliche parlate dai Sami, il popolo originario di questa regione. Queste popolazioni hanno alle spalle una lunga storia di discriminazione da parte dei quattro Stati di cui fanno parte, che hanno cercato in tutti i modi di assimilarle alla loro cultura. I Sami hanno invece mantenuto intatta la loro identità culturale e linguistica, e si può dire che la politica discriminatoria oggi sia stata quasi definitivamente abbandonata, con la parziale eccezione della Russia. Mentre i tre stati scandinavi, infatti, hanno riconosciuto autonomie politiche con la costituzione di Parlamenti Sami a Karasjok (Norvegia), a Kiruna (Svezia) e a Inari (Finlandia), la Russia ha finora respinto qualsiasi tentativo simile, anche se esistono delle organizzazioni che li rappresentano.

 

In virtù di questa condizione di frammentarietà, risulta facile comprendere il motivo per cui non si può parlare di un movimento calcistico lappone: perché la Lapponia, come stato, non esiste. Il primo tentativo di espressione del calcio sami – almeno da un punto di vista istituzionale – risale al 2003, con la fondazione della Sámi Spábbáčiekčanlihttu (SSL), una sorta di federazione calcistica mai entrata realmente in attività a causa di problemi finanziari. Sotto la sua egida inizia però l’ascesa della “nazionale” della Lapponia (sarebbe più corretto chiamarla “rappresentativa”, ma per comodità e convenzione useremo anche più avanti il termine “nazionale”), prima relegata a giocare solo sporadiche amichevoli. Nel 2005 arrivano le prime partite in occasione della KTFF 50th Anniversary Cup, una coppa per celebrare il 50° anniversario della Repubblica Turca di Cipro del Nord, la cui esistenza è oggi riconosciuta soltanto dalla Turchia, perché il resto del mondo riconosce la sovranità cipriota sull’intera isola. La competizione dura dal 2 al 4 novembre e vede la nazionale sami sconfitta per 4-1 dal Kosovo a Kyrenia e per 6-2 dai padroni di casa a Nicosia Nord.

 

Nel 2006 l’inaspettata affermazione alla VIVA World Cup, svoltasi in Occitania tra mille problemi: inizialmente le squadre partecipanti dovevano essere sedici, ma per la contemporanea organizzazione della ELF World Cup da parte di Cipro del Nord e per alcune questioni logistiche il numero si abbassò a quattro e la concorrenza praticamente sparì. Si disputò quindi un girone all’italiana con Lapponia, Monaco, Occitania e Camerun meridionale. Per i nordici fu un trionfo: 7-0 ai padroni di casa, 3-0 agli africani e 14-0 alla squadra del Principato, per un totale di 9 punti, 24 gol fatti e 0 subiti in tre partite. La finale, sempre contro Monaco, andò ancora meglio: vittoria per 21-1, la più larga di sempre nella storia del calcio lappone. Quel titolo, dopo l’autoeliminazione di diverse pretendenti, divenne quasi scontato per i lapponi, dal momento che tutti i convocati giocavano nei campionati scandinavi, con una netta preponderanza di norvegesi. Di questi, ben tre furono i capocannonieri del torneo con sei reti: Eirik Lamøy (nato in Norvegia, ma in forza agli svedese del Degerfors), Steffen Nystrøm (norvegese in forza al Moss) e Tom Høgli.

 

Interessante la parabola di quest’ultimo, che all’epoca dei fatti faceva il centrocampista al Bodø/Glimt e nella nazionale lappone, mentre oggi è uno dei difensori di punta del Copenaghen e della nazionale norvegese. Dei tre, è l’unico che ha poi sfondato nel grande calcio internazionale. Il successo, comunque, inorgoglì i lapponi che ospitarono la VIVA World Cup del 2008, che vide la partecipazione (oltre che della stessa Lapponia) di Padania, Aramea, Provenza e Kurdistan per gli uomini e solo di Lapponia e Kurdistan iracheno per le donne. La formula della competizione maschile fu un po’ più complessa, con un girone a cinque. A vincere furono i padani, mentre i padroni di casa dovettero accontentarsi del terzo posto. Invece le donne disputarono direttamente una finale con formula di andata e ritorno, ma questa fu stravinta dalle donne sami per 15-1.

 

Nel 2009 la competizione si spostò in Nord Italia e vide trionfare di nuovo i padani, con i lapponi relegati al terzo posto. Quella fu l’ultima partecipazione dei nordici alla VIVA World Cup che, dopo altre due edizioni, sarebbe stata soppressa nel 2012.

 

 

Intanto, nel marzo 2014 la SSL viene sostituita dalla FA Sápmi, che elegge subito come presidente Håkan Kuorak di Jokkmokk - nel cuore della Lapponia svedese - il quale fa aderire la neonata federazione alla ConIFA, la confederazione a cui aderiscono molte nazionali non riconosciute dalla FIFA (ne fa parte la stessa Groenlandia). L’adesione è motivata dal fatto che la stessa ConIFA aveva assegnato alla Lapponia l’organizzazione del primo mondiale ConIFA nei mesi precedenti. Quindi, tra il 31 maggio e l’8 giugno 2014 si sfidano a Östersund (Svezia) ben dodici selezioni, ma la squadra dei Sami viene eliminata già al primo turno da Abcazia e Occitania. A sollevare il trofeo al cielo è invece la Contea di Nizza, che in finale batte 5-3 ai rigori l’Isola di Man. Nell’edizione di quest’anno, svoltasi in Abcazia e vinta dagli stessi organizzatori, le cose non sono andate molto meglio, con addirittura sedici partecipanti provenienti da ogni angolo del mondo. Superato infatti il girone eliminatorio vincendo per 5-0 sul Somaliland ma perdendo per 1-0 contro il Punjab, la nazionale sami si è arresa ai padroni di casa ai quarti di finale per 2-0.

 

 

In attesa di sapere se la Lapponia parteciperà anche ai mondiali del 2018, prima di chiudere urge però una precisazione. Molte squadre che partecipano a questa competizione lo fanno con chiare rivendicazioni politiche, ma per i Sami questo è vero soltanto in parte. Da un lato questi continuano ancora oggi a lottare per il riconoscimento e il mantenimento dei loro diritti – pressoché totale, tranne che in Russia –, ma dall’altro oggi come oggi non esiste un indipendentismo lappone, ragion per cui la finalità politica è solo parziale. Fino a quando la Lapponia non sarà indipendente, non si può sperare di vederla in competizioni ufficiali, e qui emerge tutta la differenza con la situazione della Groenlandia. Quest’ultima è uno stato a tutti gli effetti, gode di un’autonomia immensa dalla Danimarca e ha un campionato, anche se di brevissima durata: tre elementi che rendono pienamente legittima la sua richiesta di aderire alla FIFA (e quasi sicuramente più alla UEFA che alla CONMEBOL). La Lapponia è nella situazione esattamente opposta: è divisa tra più stati, ha un’autonomia variabile di paese in paese e di conseguenza non può avere un campionato tutto suo. Ma ai Sami sta bene così, purché la loro identità sia rispettata. E vedere che c’è un popolo che vuole giocare a calcio soltanto per difendere orgogliosamente la propria cultura, non può che essere un ottimo motivo per credere ancora in un mondo del pallone che oggi più che mai guarda solo ai soldi. Lapponia e Groenlandia sono quindi due facce della stessa medaglia: l’amore per il calcio non conosce alcun tipo di confine, e questo insegnamento nel Nord Europa è più vivo che mai.

 

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