| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

15.

La Svolta!

di Ciro Ruotolo

Sorpresa e Curiosità gli riempivano la testa, giocando con la sua mente, come un gatto farebbe con un topo ormai in trappola.

Aveva terminato quella surreale conversazione telefonica da svariati minuti ma ancora non aveva intenzione di muoversi, imbambolato continuava a fissare il vuoto sforzandosi di capire se fosse stato tutto uno scherzo o semplicemente il frutto della sua troppo attiva immaginazione.

 

“Allora Sevé, che voleva, che ti ha detto?”

Nessuna risposta.

“S…eevé?”

Alessandro fissava l’amico, con cauta impazienza, ma Severin guardava dritto d’avanti a sé, assente.

Erano trascorsi ormai tre giorni dall’ultima sconfitta della Virtus e i due coinquilini a malapena si erano rivolti la parola, a stento avevano scambiato due chiacchiere.

Severin era una nube carica di malumore e Alessandro, conoscendolo, si fingeva invisibile. Temeva, potesse scatenarsi, da un momento all’altro, una temporalesca scarica d’irascibilità e non aveva alcun’intenzione di subirne gli effetti più spiacevoli.

Severin era fatto così. Se c’era qualcosa che non andava, che lo riguardasse da vicino o meno, si chiudeva a riccio.

Non ne parlava. Mai.

Leggeva, beveva, mangiava, dormiva.

Non usciva di casa e non ne parlava.

Mai.

 

Non era la lunga serie di sconfitte a turbare l’equilibrio di Severin, ma la costante e deprimente sensazione che queste dipendessero, direttamente, dalla corruzione dell’allenatore e di alcuni membri della squadra.

Corruzione.

Una parola che molti potrebbero trovare eccessiva, troppo forte, considerato il contesto, ma di questo si trattava.

Severin era sempre più convinto che Mautone, con la gentilissima collaborazione di almeno tre dei suoi calciatori, aveva messo su uno squallido teatrino fatto di mazzette, intascate in cambio di facili vittorie.

Vendevano la dignità del resto della formazione, vendevano la passione dei tifosi, vendevano la faccia pulita dello sport più seguito al mondo. E per pochi spiccioli. Qui non si parla certo delle cifre che girano nel calcio professionistico.

La piccola riunione nel pre-partita. L’allenatore, il capitano, il portiere e il difensore centrale.

La strana sostituzione di Peppino dopo il gran goal messo a segno. La sua esultanza sfrenata e la lunga corsa verso Carmine. Quell’abbraccio di Mautone al suo attore protagonista, quasi fosse la stretta di un boa.

Troppe erano le cose che non tornavano. Troppe erano le indicazioni che confermavano i suoi sospetti.

Le tante scelte tecniche assurde, quasi sempre controproducenti. Le nove sconfitte consecutive. Una sola rete segnata. I tanti e grossolani errori individuali, commessi dal portiere e dal difensore centrale, il vice-capitano.

Carmine lo sapeva, ormai. Severin lo sentiva.

 

Alessandro non sapeva come comportarsi. Ma voleva sapere.

Sapere cosa si fossero detti, al telefono, il suo coinquilino e il magazziniere più scaltro e intelligente che avesse mai conosciuto.

O meglio, visto che Severin aveva semplicemente ascoltato, annuendo immobile qua e là, Alessandro voleva sapere cosa gli avesse detto Carmine.

“Come faceva ad avere il tuo numero di casa?”

La domanda arrivò inaspettata.

Severin continuava a fissare il vuoto, parlando più a sé stesso che all’amico.

“Come faceva ad avere questo numero?”

Alessandro aspettò qualche secondo prima di rispondere.

“Domenica scorsa, Sevè, a fine partita, quando tu sei andato in macchina dicendo di non aver voglia di restare lì, sugli spalti, ad aspettare Carmine per salutarlo, io ci ho parlato due minuti. Anzi, ormai un po’ lo conosci, è lui che ha parlato a me.

Mi ha detto che non si poteva andare avanti così e che aveva intenzione di fare qualcosa e che forse poteva aver bisogno di una mano. Mi ha detto che le cose sarebbero cambiate presto e mi ha chiesto di lasciargli il numero di casa nostra, perché forse avrebbe avuto bisogno di parlare con te”.

Voleva sapere.

“Che ti ha detto?”

Severin finalmente spostò lo sguardo su Alessandro.

“Tante cose. Sulla squadra. Sui ragazzi. Sul direttore e sul presidente. Sull’ex allenatore e sul capitano.

E poi ha parlato di una svolta. Di qualcosa che aveva in mente.

Oggi vuole vedermi. Mi ha dato appuntamento al campo.

Per le 14:00 dovrei essere lì”.

“E non ti ha accennato nulla? Non sai perché ti vuole vedere?”

“No”.

“Nulla, nulla?”

“No”.

“E tu ci vai? Ci vuoi andare? Ti posso accompagnare io!”

“No”.

“No, a cosa Sevè?” Alessandro stava lentamente perdendo la calma.

Vivere con Severin era, sì, stimolante e divertente, ma di certo non era facile.

Vivere con il Russo era come vivere in un enigma, un indovinello.

La sua volubilità, il suo essere così lunatico, il suo carattere complicato e quel suo comportarsi da ragazzino, a volte, rendevano la convivenza una vera e proprio sfida.

“SEVÈ! NO A COSA? E CHE CAZZ’! Vuò risponner’?”

Possiamo parlare di esasperazione? Non proprio.

Le dinamiche del loro rapporto erano, spesso, simili a quelle di una coppia. Un’affiatata e ben collaudata coppia che battibeccava senza mai esagerare.

Ognuno conosceva, alla perfezione, il gioco dell’altro. Entrambi sapevano come e quando alzare la voce e se forzare la discussione per ottenere la reazione desiderata.

“Sì, ci vado, ma non voglio che mi accompagni. Ci vado da solo.

Ho bisogno di una doccia”.

E ancor prima di terminare la frase, Severin aveva già lasciato la cucina.

Ma Alessandro non era soddisfatto.

Voleva di più!

“Gli dirai di sì?”

 

* * *

 

“Ecco quello che faremo Salvatò!”

 

Lunedì, quando si gioca di domenica, è il giorno di riposo.

Qualcuno scelse la domenica per riposarsi perché non aveva capito bene quanto potesse essere deprimente il lunedì.

Quel qualcuno forse ne aveva vissuto solo uno, di lunedì, appena creato.

Dicevamo?

Ah, sì.

Il lunedì, se si gioca la domenica, è il giorno di riposo.

Niente allenamento, niente analisi della partita appena giocata, niente cazzate.

Siamo nel lungo corridoio che porta all’ufficio di Salvatore Esposito, direttore della Virtus.

Non c’è anima viva.

A parte Carmine, ovviamente.

Carmine che cammina a passo sicuro, lento ma sicuro, verso la porta che dovrà aprire solo tra qualche secondo.

Gli serve una frase magica.

Fin dall’inizio dovrà tenere in mano la situazione. Deve condurre il gioco.

Deve guidare Salvatore.

Il direttore? È una brava persona. Quello che potremmo definire un buono. Ma ha paura.

Non di qualcuno o qualcosa in particolare. La sua è una paura generale. Nei confronti della vita e dei cambiamenti che questa può scatenare. Ha paura delle sfide. Ha paura di affrontare chi considera più forte di lui.

Ha paura.

E questa situazione lo spaventa.

È una brava persona, dotata di un’acuta intelligenza, ma è spaventato.

Spaventato dalla merda in cui naviga la sua squadra. Spaventato dal presidente. Spaventato dall’allenatore. Spaventato da tutta l’ipocrisia che lo circonda.

Spaventato da fatto che, ormai da anni, pensa di voler lasciare il Calcio, perché ne è disgustato.

Troppe sono le cose che l’hanno deluso. Troppe le situazioni che per giorni gli hanno fatto masticare l’amaro di una realtà sempre più deprimente.

Ha paura di ammettere che Carmine, molto probabilmente, ha ragione.

Ha paura di dover combattere, stavolta.

E Carmine lo sa. E continua a camminare.

Gli serve un’entrata che non lasci spazio alle domande. Gli servono parole decisive. Poche parole magiche, che parlino direttamente alla paura dell’amico. Lui dev’essere guidato.

 

Salvatore è nel suo ufficio, seduto alla sua scrivania. Con la testa china, legge l’articolo sulla partita giocata dalla Virtus il giorno prima.

Solo il tempo di sentire dei passi in corridoio e senza che qualcuno bussi alla sua porta, questa si spalanca con decisione.

“Carmine? Che ci fai qui così presto? E perché …” la sua frase venne interrotta dalle parole del magazziniere.

“Ecco quello che faremo Salvatò!”

 

* * *

 

Peppino non aveva chiuso occhio. Era rimasto sveglio tutta la notte, disteso accanto a sua moglie, Matilde.

Erano sposati da quasi dieci anni. Si erano conosciuti quando lui, appena vent’enne, aveva firmato il suo primo contratto.

Aveva da pochissimo compiuto vent’anni e, dopo una lunga e affascinante carriera con il settore giovanile del Napoli e quattro presenze in prima squadra, seguendo il consiglio del suo procuratore aveva deciso di accettare l’offerta del Pro Calcio Venezia, squadra veneziana militante in Serie C1, che puntava a vincere il campionato di categoria e approdare tra i professionisti.

A proporgli quella soluzione era stato il suo vecchio allenatore. Lo stesso allenatore che gli aveva consegnato la fascia da capitano degli Allievi Nazionali del Napoli e la maglia numero 10. Lo stesso allenatore che, prima di ogni altro, aveva visto in quel gracile ragazzino un potenziale enorme.

Quell’allenatore che l’aveva messo in contatto, solo due anni prima, con il suo procuratore.

Aveva accettato la proposta del Pro Calcio Venezia su consiglio del suo agente, ma spinto dalla voglia di giocare agli ordini della persona che l’aveva reso il calciatore che era.

Da tempo non pensava a lui. Da tanto, tanto tempo. E ora, la sua mente non poteva fa a meno di riproporgli le tante immagini che avevano reso quel rapporto speciale.

Le tante vittorie costruite e raccolte insieme. Le esultanze sfrenate, la promozione sfiorata il primo anno e centrata il secondo.

L’immeritato esonero e la scelta di lasciare la squadra che l’aveva lanciato nel mondo del Calcio perché gestita da persone incompetenti e prive di quella sana riconoscenza nei confronti dell’allenatore che aveva coronato il sogno di migliaia di tifosi.

E la sua prematura morte.

Ora, più che mai, gli mancavano i suoi consigli e i suoi insegnamenti.

Cos’avrebbe pensato mister Catello Torrese della persona che era diventato?

Cos’avrebbe pensato degli ultimi mesi della sua carriera e dello squallido teatrino di cui faceva parte.

Era ritornato in sé troppo tardi. Forse, il suo pentimento era arrivato troppo tardi.

Forse, tutto era perduto. E nessuna possibilità di riscatto sarebbe stata concessa all’uomo che era diventato.

La vera redenzione è roba che vedi solo nei film o leggi solo nei libri.

Inutile pensarci, comunque.

Qualche minuto e la sveglia gli avrebbe ricordato che un nuovo giorno era ormai cominciato.

Doveva alzarsi, andare a fare una doccia, svegliare sua moglie, fare colazione e andare a lavoro.

Lunedì, giornata piena.

A trentasei anni, dopo aver più o meno dilapidato i soldi guadagnati tra calcio professionistico e semi-professionistico, si era ritrovato a combattere nell’universo dilettantistico, costretto a fare i conti con quella che era la realtà.

Lunedì, giornata piena.

Martedì, mercoledì, giovedì e venerdì solo mattina, fino a pranzo.

Sabato, quando serviva, solo pomeriggio.

Ormai non si sentiva più un calciatore, forse era questo il problema principale.

Lui era un agente immobiliare.

Grazie alle amicizie del direttore, Salvatore Esposito, era riuscito a trovare lavoro presso l’agenzia immobiliare locale.

Altra usanza del calcio dilettantistico meridionale: per convincere una vecchia gloria decaduta da tempo ad accettare l’offerta di giocare in categorie ben lontane dai campi che hanno caratterizzato la maggior parte della sua carriera gli si promette (con cognizione di causa e a ragion veduta) un buon lavoro.

Giusto per arrotondare uno stipendio (quello calcistico) non più paragonabile alle cifre percepite in passato giocando al gioco più famoso e redditizio del pianeta.

Agente immobiliare.

Perché no? Era sempre stato un affabulatore, uno che con la gente ci sapeva fare, uno che sapeva vendere.

Da anni ormai vendeva un’immagine di sé che non esisteva più.

Perché non provarci con le case?

Ormai aveva accumulato quasi otto mesi d’esperienza nel campo ed era bravo.

E forse, a furia di piazzare e vendere immobili con dentro un pezzetto della sua identità si era detto, probabilmente, perché non provarci con le partite?

Possibile!

Occhi sbarrati al soffitto ed ecco che la sveglia gli ricorda il suo posto.

La lascia suonare non curante, prima di rendersi conto che non si tratta del fastidioso gallo moderno.

La musica che riempie le sue orecchie lo sta chiamando.

Ecco uno degli inconvenienti dello scegliere la stessa melodia per le chiamate in entrata e per il verso attribuito al re del pollaio elettronico.

Peppino afferra il suo cellulare e legge sul display il nome di Carmine.

Sono le sette del mattino, cosa vorrà il magazziniere dal suo capitano?

“Uè Carminiè, ch’è succies’?”

“Ancor’ nient’ Peppì, nun t’ preoccupà.

Vestiti e vieni al campo. Oggi non vai a lavoro”.

“Ma Carminiè, c’ staje dicenn’? Perché…”

Le parole di Peppino vennero interrotte da Carmine.

“Peppì, io sto andando a parlare con il direttore, gli spiegherò io la situazione. E gli dico che tu oggi non vai a lavoro e di avvisare chi deve avvisare.

Peppì, questa è la tua occasione.

Vestiti e vieni al campo”.

Fine conversazione.

Peppino stava per alzarsi per non rischiare di svegliare la moglie, ma non ce n’era stato bisogno.

La telefonata era stata interrotta da Carmine prima che lui potesse appoggiare i piedi a terra.

“Giuse? Chi era a quest’ora?”

La voce di Matilde gli risuonò come un dolce ritorno alla realtà.

Forse c’era ancora una speranza. Tormentarsi non serviva a nulla.

Forse non erano solo i libri ad offrire una grande occasione di riscatto ai suoi personaggi. Peppino si fidava di Carmine, doveva fare come gli diceva.

“Uè Mati, non volevo svegliarti. Scusa.” E gli baciò delicatamente uno zigomo.

“Era Carmine, ha detto che c’è una riunione di squadra importante e che ci devo partecipare.

Non vado a lavoro, ha detto che ci penserà il direttore ad avvisare Angelo.

Oggi sono un assente giustificato!”

“Vai a fare una doccia e poi facciamo colazione insieme?”

“Ok!”

Come possono cambiare velocemente le cose.

Un attimo prima tutto sembra perduto, andato. L’attimo dopo ti senti pronto a giocare ancora.

A qualsiasi gioco ti venga proposto.

Ora, il capitano, era quasi euforico.

 

* * *

 

Carmine e Salvatore erano appoggiati alla macchina del direttore, parcheggiata all’ingresso principale dello stadio. Quello da dove sarebbe entrato Peppino.

Salvatore fumava nervosamente una sigaretta, mentre Carmine appariva calmo.

Erano in silenzio.

Il magazziniere aveva spiegato a Salvatore cosa c’era da fare e il direttore finalmente intravedeva qualche possibilità di riuscita.

Era sempre spaventato, certo, ma anche fiducioso. Solo adesso comprendeva totalmente la forza di Carmine e ne rispettava la lucida audacia.

Nell’intervallo dell’ultima partita persa dalla Virtus, Salvatore aveva assecondato Carmine e in quel momento il magazziniere aveva capito di avere un alleato fondamentale per risolvere tutta quella storia di merda nel migliore dei modi.

Le sue provocazioni a Mautone, il suo atteggiamento, le sue parole, in realtà erano state solo un modo per capire, fino a che punto, avrebbe avuto il direttore dalla sua parte, per capire quanto avrebbe potuto contare sul suo appoggio, prima di fare o dire qualsiasi cosa.

Non era ancora completamente sicuro della sua assoluta complicità, tanto per usare un eufemismo, ma nel suo ufficio, quando era arrivato il momento di chiamare il presidente, Salvatore, gli era sembrato fermo nelle sue intenzioni ed estremamente convincente.

Peppino arrivò all’ingresso principale dello stadio, accostando la sua vettura a quella del direttore.

Guardò Carmine e gli strinse la mano. Poi passò al direttore.

“Buongiorno direttò”.

“Buongiorno Peppì, dormito bene? Oggi è un giorno importante”.

“Come un bambino direttò” mentì.

“Bene. Puoi parcheggiare dentro, andiamo con la mia”.

“Andare dove?” chiese il capitano con una nota di confusione nella voce.

“Ti spiegheremo tutto per strada” intervenne il magazziniere.

 

Carmine, in macchina, parlò a lungo, rivolgendosi, per la maggior parte della chiacchierata, a Peppino, strappando qualche commento anche all’attento Salvatore.

Erano diretti all’azienda del presidente. Lì ci sarebbe stato un incontro chiarificatore sull’intera faccenda.

La priorità di Carmine, e dell’intero piano d’azione, era capire quanto, il presidente, sapesse delle scelte di Mautone, quelle che riguardavano anche Peppino, Stefano e Federico, e la lunga serie di sconfitte.

Carmine si era fatto già la sua idea, che Peppino, però, non riuscì né a confermare né a smentire. Non sapeva chi altro fosse coinvolto nel giro di partite vendute e truccate, e a che livello.

Come sospettava il magazziniere, i tre ragazzi erano solo pedine nelle mani dell’allenatore.

Squallidi attori di uno squallido teatrino, messo su e diretto da uno squallido individuo.

Ma il capitano era diverso. L’aveva dimostrato con il suo goal, con la sua esultanza, con la sua lunga e sfrenata corsa liberatoria.

E solo per questo motivo si trovava in macchina con Salvatore e Carmine.

 

I tre arrivarono al mobilificio del presidente con tre stati d’animo estremamente diversi.

Il capitano era concentrato e pronto a provare la sua onestà ritrovata.

Il direttore era intimorito ma anche ottimista.

Il magazziniere deciso a dar battaglia.

Fu proprio il presidente ad accoglierli e la bonaria sorpresa disegnata sul suo volto, in parte, confermò i pensieri di Carmine.

“Ciao Salvatore. Non immaginavo di ricevere una vera e propria delegazione” scherzò “al telefono non mi avevi accennato di Peppino e Carmine”.

I due, il direttore e il presidente, si strinsero la mano. Poi toccò al capitano e infine al magazziniere.

E fu proprio Carmine a prender parola una volta nell’ufficio del presidente, Nicola Mastroianni.

“Allora presidè, siamo qui per un motivo molto semplice e riguarda la situazione della nostra squadra.

Come già sapete, dopo il pareggio alla prima giornata…”

Il presidente s’irrigidì.

Non capiva le cause che avevano portato a quell’incontro. E per un uomo abituato a tenere sempre la situazione, più o meno, sotto controllo, almeno sulla carta, non era facile ammettere che qualcosa poteva sfuggire alla sua attenzione.

Se a questo ci aggiungiamo la presenza di Carmine, che per quanto godesse della stima del presidente, era comunque un semplice magazziniere non annunciato, le conseguenze, di quei primi minuti di conversazione, risultano chiare, quasi scontate, a tutti.

“Uhmm, Carmine, scusa se ti interrompo, ma io non ho tempo da perdere, se siete venuti qua a sbattermi in faccia il nostro ultimo posto in classifica, a un solo misero punto, avete perso tempo, è una cosa che so da me.

Ma, peggio ancora, se siete venuti qui in azienda, praticamente a casa mia, per darmi consigli indesiderati e non richiesti, su come gestire la squadra allora quest’incontro si può chiudere qui.

Mautone ha la mia fiducia, ci riprenderemo e usciremo da questa situazione a testa alta.

Qui, è vero, non siamo in Serie A, ma io non sono uno di quei presidenti che alla prima difficoltà, al primo momento difficile, prende e caccia la sua guida tecnica. Io…”

Stavolta fu Carmine a interrompere il presidente e la cosa non piacque affatto al Numero 1 della Virtus.

“Presidè vi siete fatto un’idea sbagliata. Noi non siamo qui per consigliarvi come amministrare la vostra squadra, o per sbattervi in faccia gli scarsi risultati della nostra squadra. Io…”

Ve l’avevo detto che il presidente non l’aveva presa bene. E restituì l’apocalittico pane alla gloriosa focaccia.

“Prima di tutto, Carmine, io stavo parlando e non avevo finito. E nessuno sta sbagliando niente. La situazione mi è chiara.

Tu, Peppino e il direttore state qua per dirmi che dovrei riconsiderare la fiducia che a inizio anno ho accordato a Mautone, ma io, vi ripeto, a tutti e tre, che non sono quel tipo di presidente.

È presto per tirare le somme. È presto per mandare via un allenatore che sta con noi da soli tre mesi, non siamo nemmeno a metà campionato. Io…”

“NICO’, MO BAST’. MO C’E FA PARLA’. E C’ CAZZ’. STAJE PARLANN’ SOL’ TU”.

Punto di rottura.

Carmine e Peppino si guardarono, come se a parlare fosse stato un perfetto estraneo, entrato di soppiatto nell’ufficio del presidente. La loro espressione era perfettamente identica.

Stupore, meraviglia, incredulità sono parole che non renderebbero l’idea. Sui loro volti erano disegnate immagini mai viste prima da essere umano.

Pollock è il nome che verrebbe in mente a guardarle dalla giusta distanza.

Per non parlare di Nicola Mastroianni, il presidente.

Sul suo viso, un misto di rabbia, disorientamento, furore e ingenuità la faceva da padrone.

In tanti anni di amicizia, Carmine non aveva mai sentito parlare in questo modo Salvatore. Non l’aveva mai visto così fuori di sé. Ne avevano passate tante insieme. Sconfitte immeritate, campionati persi all’ultima giornata, torti arbitrali grossi quanto il Sole, ma mai l’aveva sentito rivolgersi così a qualcuno.

Mai.

Ma la silenziosa quiete durò solo pochi attimi.

“Ci devi stare a sentire. Noi siamo qui perché ti rispettiamo e perché pensiamo tu sia pulito. Incompetente, se parliamo di calcio, ma pulito.

E devi ringraziare Carmine e Peppino se finalmente abbiamo capito cosa c’è che non va in questa squadra.

Se finalmente, oggi, sappiamo come risolvere la questione. E tu ci devi stare a sentire e devi fare come ti diciamo noi.

Mautone è nu piezz’ e merd’. Mautone ha venduto la nostra squadra. Ha calpestato la dignità dei miei ragazzi per pochi spiccioli. Ci ha condannati a nove sconfitte consecutive.

Mautone ha truccato le nove partite perse e non è la prima volta che lo fa.

Ti sei mai chiesto come mai contasse più retrocessioni che partite vinte?”

Dicevo: Punto di rottura.

Tutti ne hanno uno. Tutti, nessuno escluso.

Cuor di leone, spaventapasseri, donne, uomini, bambini, animali, direttori esasperati.

Arriva, semplice e inaspettato, nella vita di ogni individuo, un momento in cui dimentichiamo le nostre paure, le nostre insicurezze, le nostre paranoie, i nostri limiti e ci lasciamo andare completamente.

Senza freni, senza inibizioni. Un flusso di coscienza urlato a gran voce, senza pause, senza interruzioni, senza se e senza ma. Tutto accade velocemente, per i motivi più diversi, senza controllo.

Punto di rottura.

E dopo?

Dopo il vuoto.

Dopo ti senti svuotato.

Il silenzio questa volta durò qualche secondo.

Carmine, Peppino e Nicola si guardavano, quasi incantati, non capivano. Erano stati investiti da una forza che ignoravano.

Il presidente non riusciva a spiccicar parola.

Il magazziniere non aveva alcuna intenzione di dire o fare qualcosa.

Ecco la sua grande occasione.

“È tutto vero presidè. Ha ragione il direttore.

Io lo so, perché io facevo parte del mucchietto di merda che ha portato la nostra squadra in fondo alla classifica, con un solo punto.

Era tutto organizzato. Ogni domenica.

Ma adesso le cose devono cambiare. Capisco se mi volete fuori dalla squadra, ma io non ce la facevo a sopportare lo sguardo dei miei compagni e quello di Carmine. Soprattutto quello di Carmine.

Io… io…”

Stavolta non intervenne nessuno a interrompere Peppino.

Il capitano semplicemente non poteva continuare.

Il presidente era solo il guscio dell’uomo che li aveva accolti qualche minuto prima.

Si lasciò cadere sulla sedia alle sue spalle, in silenzio.

Mormorava qualcosa, ma nessuno riusciva a comprendere alcunché.

Carmine capì con chiarezza che le sue congetture erano più che lecite, esatte.

Il presidente non ne sapeva nulla.

Era un incompetente, come aveva detto il direttore, ma non era un patetico imbroglione che si vende per pochi spiccioli.

“Presidè lo so che è difficile da accettare una cosa così, ma ora noi, tutti insieme, dobbiamo capire come andare avanti, come risolvere questa schifosa situazione. Voi non potete mollare proprio adesso”.

Carmine parlò come al figlio che non aveva mai avuto.

E il tono dolce e gentile utilizzato dal magazziniere parve rianimare Nicola.

“Se siete qui è perché avete qualcosa in mente. Parlate allora. Vi ascolto”.

I tre si guardarono, solo per un attimo e in quell’attimo, senza tentennamenti, decisero chi dovesse parlare.

“Nico’, prima di tutto mi scuso per l’uscita di poco fa, ma la cosa ha scosso anche me. Anche io, come te, non mi ero accorto di nulla. E fa male.

Ora, quello che ti consigliamo, è ovviamente di mandare via Mautone, senza dargli spiegazioni, senza dargli la possibilità di avere un confronto, non lo merita.

Lui aveva un solo anno di contratto. Carmine ha un assegno per pagargli gli ultimi sette mesi di stipendio.

E qui si passa alla seconda parte del nostro piano.

Questi soldi sono di una persona che sarebbe interessata a entrare nella dirigenza come tuo socio minoritario, se tu sei d’accordo…”

Il presidente si alzò, con calma.

Abbottonò il secondo bottone della sua giacca.

“No. Non intendo farmi da parte piano piano. Per poi morire lentamente.

Io non mi faccio da parte, lasciando questa squadra in balìa degli eventi.

Carmine, tu puoi tenere i tuoi soldi. Non sarebbe giusto accettarli.

Io resterò l’unico presidente. Non ci saranno soci, conosciuti o meno.

Oggi stesso chiamerò Mautone cacciandolo, con una telefonata, senza possibilità d’appello e gli farò sapere che il resto dei soldi gli sarà recapitato, con largo anticipo, nel giro di qualche settimana.

È vero, per quanto riguarda il calcio, a livello dirigenziale, non ho alcuna esperienza. Sono alla guida di questa squadra solo da due anni e capisco la mancanza di fiducia che ho scatenato nei miei collaboratori e in tutti i tifosi, ma sono qui per rimediare.

Non c’è alcun bisogno di diventare mio socio per avere voce in capitolo, Carmine.

Quelli probabilmente saranno tutti i tuoi risparmi e non avresti dovuto neanche pensare di buttarli per un pezzo di merda come Mautone e per avere la possibilità di dire la tua.

Sono un incompetente, è chiaro, ma capisco le persone e sono in affari da trent’anni.

So che questa squadra l’avete costruita tu e Salvatore e che se Peppino gioca con noi è merito tuo.

Quindi adesso ti chiedo, qual è la terza parte del tuo piano?”

Carmine esitò. Il direttore guardò il magazziniere e poi Peppino.

“So come sostituire Mautone, Presidè.

Questa persona non ha esperienza per quanto riguarda il ruolo, ma sono certo che ci darà una grossa mano.

Vi dovete fidare di me.

Alla fine, anche voi non avete esperienza e devo ammettere di avervi giudicato male.

Insieme, con i ragazzi, il nuovo allenatore, il direttore e voi possiamo fare grandi cose.”

Nicola Mastroianni si chinò sulla scrivania. Il palmo delle sue mani incontro il freddo vetro che ricopriva il legno del grande mobile.

“Posso sapere almeno chi è? E se è già stato contattato e soprattutto se ha già dato la sua disponibilità”

“Presidè è un nostro grande tifoso, non lo conoscete, ma se vi va bene, solo il tempo di organizzarci e ve lo faremo conoscere, diciamo che al massimo tra un paio di giorni potrete incontrarlo, se accetterà la nostra offerta.”

“Bene. Se poi non dovesse accettare ci porremo il problema.

E tu Salvatò? Lo conosci?”

“No Nicò. Siamo nelle mani di Carmine e a dire la verità non è che abbiamo tutta questa scelta”.

“Sono d’accordo.

Per quanto riguarda te Peppì” il capitano alzò lo sguardo sul presidente “non so che dire. Ma non credo debba essere mia la decisione. Il nuovo allenatore dovrà essere messo al corrente di tutto e sarà lui a decidere.

È tutto?”

I quattro si salutarono.

Salvatore, Carmine e Peppino s’incamminarono verso la macchina.

“Carminiè grazie”.

“Nun ringrazià a me Peppì, ringrazià o gol ch’e fatt ier’ pomerigg’!” e scoppiò a ridere.

Il direttore ora appariva sereno, e volgeva, raggiante, lo sguardo all’orizzonte lontano.

“Ma liev’m ‘na curiosità Carminiè, chi è st’allenator’? Nu tifos’? E chi è?”

“Nun o saje Peppì. P’o mument’ t’ ric’ sul’ ca è russo. Ven' ra Russij Peppì!”

Peppino guardò Carmine interdetto e Salvatore capì perfettamente la reazione del capitano.

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L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.