| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Liverpool, da Keegan a Dalglish. L'era più bella!

di Sport Historia, 14 Febbraio 2017

Raccontare la storia del Liverpool è come scorrere il fotogramma della storia recente ma non recentissima del calcio, quella targata anni Settanta e Ottanta. Ma per farlo occorre risalire a qualche anno addietro, e più precisamente al dicembre 1959, quando la squadra è relegata in Seconda Divisione ormai da cinque stagioni ma ha la ventura di incontrare uno scozzese di Glenbuck, Bill Shankly, che ne cambierà i destini, in patria e in giro per l’Europa.

 

Il buon Bill, allenatore lungimirante e di ampie vedute, intuisce che la risalita può avvenire solo investendo sui giovani del vivaio e così facendo nell’arco di tre anni la squadra è pronta a ritrovare il massimo campionato. Il connazionale Ian St.John, bomber di razza, è il primo beniamino della leggendaria Kop, la curva in cui trova posto il tifo più appassionato della riva destra del fiume Mersey, e con Roger Hunt forma una coppia che farà la fortuna del Liverpool lungo tutto l’arco degli anni Sessanta. I “Reds” guadagnano prontamente la ribalta vincendo il campionato nel 1964 e nel 1966, la Coppa d’Inghilterra nel 1965 e la Charity Shield – l’equivalente della nostra Supercoppa – tre anni di fila, 1964, 1965, 1966. L’Inghilterra è conquistata, anche se la vetrina è da dividersi con i cugini dell’Everton – sponda sinistra del Mersey – e il rifondato Manchester United di George Best e Bobby Charlton.

 

In Europa il Liverpool comincia a farsi conoscere e rispettare raggiungendo la semifinale di Coppa Campioni del 1965, fermato dall’Inter di Herrera che rimonta l’1-3 di Anfield Road – la casa dei rossi – con un clamoroso 3-0 firmato da Corso, Peirò e il compianto Facchetti, e la finale di Coppa delle Coppe dell’anno dopo persa a Glasgow con il Borussia Dortmund, 2-1 in virtù di un gol di Libuda nel secondo tempo supplementare. Ma sono gli anni Settanta e l’alternarsi sulla panchina di un altro grande del calcio, Sir Bob Paisley per anni vice di Shankly, a conferire al Liverpool lo status di dominatore del calcio mondiale. In prima squadra si affacciano giocatori del calibro del portiere Clemence, il difensore Neal, il leggendario capitano Hughes, il recordman di presenze Ian Callaghan – ne collezionerà ben 857 dal 1960 al 1978 – e l’irresistibile ala sinistra irlandese Heighway, la torre gallese Toshack, soprattutto l’immenso Kevin Keegan, “the king”, che sarà due volte Pallone d’Oro europeo. Nel 1973 il Liverpool, ancora con Shankly alla guida, conquista la prima Coppa Uefa nel doppio confronto con un rivale storico di quegli anni, il Borussia Monchengladbach, 3-0 all’andata solo in parte ribaltato dallo 0-2 in Germania. Con Paisley gli inglesi conoscono un triennio irripetibile: un’altra Coppa Uefa nel 1976 con il Bruges, 3-2 e 1-1, e l’apoteosi in due Coppe Campioni, 1977 e 1978 curiosamente proprio contro gli stessi avversari, 3-1 ai tedeschi e 1-0 ai belgi, con rete decisiva di una nuova recluta che pure lui entrerà nella storia del club, un altro scozzese ancora, Kenny Dalglish.

 

Nuovi campioni nel frattempo si sono aggiunti alla rosa: i fratelli Kennedy, Alan e Ray, i centrocampisti Case, MeDermott e Souness – che verrà in Italia a giocare con Sampdoria -, un libero di grande rendimento come Hansen, capitan Thompson. Il Liverpool fa incetta di titoli in Inghilterra negli anni Settanta – cinque campionati, una Coppa e cinque Charity Shild – a cui si aggiunge una Supercoppa Europea nel 1977 surclassando 6-0 l’Amburgo di cui proprio Keegan è diventata la stella più acclamata.

 

Siamo ormai all’alba degli anni Ottanta e la parabola dei “Reds” sta per conoscere un altro capitolo, entusiasmante e trionfale ma anche maledettamente tragico. Paisley vince la sua terza Coppa Campioni nel 1981, 1-0 a Parigi contro il Real Madrid, e ad oggi rimane l’unico allenatore ad esserci riuscito, per poi cedere il testimone a Joe Fagan che lancia nel firmamento internazionale il pittoresco portiere Grobbelaar e l’implacabile bomber gallese Rush, che vedremo anche in maglia Juventus qualche anno dopo, seppur con scarsi risultati. E qui la sorte gioca uno strano scherzo alle squadre italiane più forti di quegli anni, la Roma del “barone” Liedholm che all’Olimpico perde ai rigore la finale del 1984 e la Juventus di Trapattoni, che in una sera del 29 maggio 1985 nell’infausta cornice dello stadio Heysel di Bruxelles lordato del sangue di 39 cadaveri mette la parola fine all’era del grande Liverpool.

 

 

 

 

 

 

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