| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Mario Kempes, lo schiaffo a Videla

di Federico Lo Cicero, 15 Luglio 2017

Massimo Decio Meridio, è stato il Gladiatore, che fu sfidato, in combattimento gladiatorio, dall’Imperatore romano Commodo che succedette al padre Marco Aurelio nel 180 d.c.

 

In realtà il condottiero ispanico, è un personaggio inventato da Ridley Scott per il suo capolavoro cinematografico del 2000. Commodo, storicamente provato, talvolta si divertiva ad affrontare in combattimento un gladiatore, senza però che all’avversario fosse concesso un combattimento equo.

La storia è piena di dittatori che sfidano personaggi importanti, ma ogni volta ne escono sconfitti. Al crepuscolo degli anni ’70 anche il generale Videla dovette ingoiare il suo rospo amaro, pur avendo programmato e vinto un Mondiale di calcio in terra Argentina. Mondiale 1978, il suo “Gladiatore” fu, o meglio furono: Luis Cesar Menotti , C.T. della nazionale argentina, ed un giovane capellone, che incarnava la speranza del popolo latino, che era soggiogato dalla dittatura militare del Generale. Il suo nome? Mario Kempes.

 

A Bell Ville, in provincia di Cordoba (che dista 500 Km da Buonos Aires), dalla lontana Germania, arriva in nave Mario Quemp. Carpentiere di professione, e calciatore di buona levatura. Arriva per trovare l’America, il sogno della speranza, che alimenta ogni giorno, con il sorriso sulle labbra.

In realtà all’arrivo in Argentina la sua vita subisce un primo cambiamento. Un funzionario dell’ufficio immigrazione, lo ribattezza da Quemp in Kempes.

A Mario, non dispiace, anzi, sente subito di far parte della comunità argentina.

Gioca dopo il lavoro nel Club Leones con la maglia numero 6, “un 6 di vecchio stampo, di quelli che dalla mediana li mandi su a coprire non tutto il campo, ma tutto lo stadio”, in pratica l’Oriali argentino.

Mario nel 1951 conosce, Eglis Teresa Chiodi. Anche se la famiglia di lei era tifosa della squadra avversaria, i due si sposano e dalla loro unione, il 15 luglio 1954, nasce Mario Alberto. Il piccolo Mario segue ogni partita del padre, sin dal suo primo compleanno, e forse proprio per questo, cresce in lui la passione per il calcio. A 7 anni è nella squadra Junior di Bell Ville, anche se a scuola non è che brilli, anzi non gradisce molto gli studi, nella palla vede il suo futuro. A 14 è nelle riserve del Talleres, ed entra in collegio. Gol ne segna, ma a 18 anni è rimandato in sette materie.

 

Il padre allora, anziché perdere la pazienza, decide per una punizione che gli lasci il segno: lo manda a lavorare in falegnameria: ”Così capisci la differenza tra lavorare e studiare.” Il falegname per cui lavora, è amico del presidente della squadra Istituto, e nel 1972 parlando con il giovane Mario, gli rivela che potrebbe procurargli un provino.

 

 

Ma il provino arriva quando meno se lo aspetta. Una domenica mattina, la famiglia Kempes decide di andare a far visita a dei parenti a Leones. Mario si impunta ed ottiene di rimanere solo a casa. Alle 9 di mattina arriva una telefonata della segretaria dell’ Instituto, che lo convoca per una partita entro poche ore contro l’Argentinos Central. Mario chiama il falegname e lo mette al corrente, “Guarda Mario che se non segni almeno 2 gol quelli non ti prendono.”

Compra il biglietto per il pullman e va al campo per la partita. Si presenta come Mario Aguillera. Si era sparsa la voce che stavano cercando un certo Mario Kempes che si crede un fenomeno e che varrebbe 3 milioni di pesos. Mario non segna 2 gol, ma bensì 4. Torna a casa che cammina a 2 metri da terra dalla contentezza.

 

E il 10 marzo 1972, con il permesso del padre, firma il suo primo contratto con il Club Instituto. 3 milioni di pesos spesi bene. Qui rimane una sola stagione, in cui segna la bellezza di 11 reti in 13 partite. Suo compagno di squadra un grande centrocampista: Osvaldo Cesar Ardiles

 

Tutti parlano dell’ala che può giocare anche da seconda punta e all’occorrenza prima. Kempes è ormai un cigno dalle ali d’oro, e il Rosario Central decide di acquistarlo. Deve solo vincere la gara contro il Boca Juniors.

L’Instituto chiede 130 milioni di pesos, e il presidente del Boca, decide per offrirne 15, “tanto nel Boca ci sono altri forti come lui se non di più. Non vale il prezzo.” Infatti va al Rosario dove nei tre anni mette a segno 89 gol in 107 gare, e nel primo con 25 gol si laurea capocannoniere del campionato Nacional e nel secondo stesso traguardo con 21 reti nel Metropolitano.

 

 

Questi numeri lo portano alla convocazione per il Mondiale di calcio in Germania Ovest del 1974. I tifosi del Rosario, vista la sua spietatezza in fase realizzativa, coniano il soprannome di “El Matador”.

Nel vecchio continente, un grandissimo ex giocatore argentino, allena il Valencia. mber se ne intende, la Saeta Rubia, al secolo Alfredo Di Stefano, lo nota e rimane ammaliato dal suo modo di giocare, non darsi mai per vinto e dal suo fiuto per il gol. Convince il presidente del club valenciano ad acquistarlo e per 600mila dollari Kempes sbarca in Spagna, siamo nel 1976.

 

 

Un periodo di adattamento al calcio spagnolo ed europeo e Kempes esplode. Un adattamento niente male, visto che prime due stagioni segna qualcosa come 63 reti in 80 gare fra campionato e coppe, ha una flessione nella terza stagione con 18 gol ma che fa da trampolino per la stagione successiva in cui conduce il club alla conquista della Coppa delle Coppe in cui diviene capocannoniere della manifestazione, con 9 reti. Il Valencia batte gli inglesi dell’Arsenal ai calci di rigore.

 

Singolare il fatto che sbagli proprio lui il primo penalty.

 

Il Valencia vince anche una Coppa di Spagna nel 1979 e una supercoppa Uefa nel 1980 contro il Nottingham Forrest nel doppio confronto, 2-1 per gli inglesi al City Ground in cui Mario non gioca e 1-0 al Luis Casanova in cui gioca.

Nel 1979 aveva vinto anche una Coppa di Spagna sul Real Madrid per 2-0, in cui Mario segna un gran gol per l’1-0. Il secondo gol poi è un autentico capolavoro di tenacia. Mario regala al Valencia la Coppa del RE.

Ma Kempes in campionato è un killer spietato, vincendo la classifica cannonieri della Liga (Pichichi) per due anni consecutivi, nel 1976/77 (24 gol)e 1977/78 (28 gol). A Valencia è amato, osannato e da Matador viene chiamato “El Toro”.

 

Di Stefano intanto è tornato in Argentina e allena il River Plate. Al Boca Juniors hanno Diego Armando Maradona, Don Alfredo allora chiama il presidente e gli parla di quel Kempes, che con le giuste parole potrebbe dire di si al River. Parte una trattativa serrata e decisa per l’acquisto. Torna quindi in Argentina, ma vi rimane un anno e mezzo a causa dei problemi economici del River che non può pagare l’acquisto nei tempi previsti. Con rammarico per Mario, ma il ritorno a Valencia lo aggrada.

 

 

Nel frattempo riesce a vincere il Campionato Nacional del 1981. 21 gol totali in stagione. Ma nei 2 anni in cui gioca la vena realizzativa inizia a spegnersi: in totale 24 gol. Ma non da non permettere in seguito all’Hercules di salvarsi in Liga con i suoi gol 11 in totale, gli acciacchi ed i postumi di un infortunio a Valencia ne condizionano le presenze in campo.

 

Dal 1986 inizia la parabola discendente, si trasferisce in Austria, prima al First Vienna e poi al St. Polten per poi finire al Kremser.

E’ giunto il momento del ritiro, e nell’aprile del 1993, il “suo” Valencia organizza un’amichevole contro il Psv Eindhoven per il suo addio al calcio.

Serata da brividi ed emozioni, Mario segna 3 dei 5 gol del Valencia che soccombe per 6-5. Ma è il suo saluto alla folla che gremisce le scalinate del Mestalla che è commovente.

 

Fine?

Mai dire fine con il Matador, due anni dopo ritorna in campo in Cile nel Fernandez Vial, per poi chiudere definitivamente da giocatore/allenatore al Pelita Jaya in Indonesia.

Non una grande carriera da allenatore, in cui è stato al Lushnja in Albania per pochi mesi a causa dello scoppio della guerra civile (1997). Inizia a girovagare in sud America fino ad accettare la sfida di allenare Mineros, The Strongest e Ind. Petrolero, prima di arrivare in Italia dove ha allenato il Casarano nel 2000/2001.

 

 

Mario Kempes... Mario Kempes... Mario Kempes. Ma non è stato quello che ha umiliato Vadela? Si, non vi siete sbagliati. Fu nel 1978 ai mondiali in Argentina, fortemente voluti dalla dittatura militare del Generale Vadela, e che una compiacente Fifa aveva permesso di organizzare.

 

Ma facciamo ordine. Nel 1973 fa il suo esordio nell’albiceleste convocato da Omar Sivori nella famosa partita della “Nazionale fantasma” a La Paz. Vittoria per 1-0 di quella nazionale formata da sconosciuti. Partecipa anche ai mondiali in terra tedesca del ’74 senza mai segnare un gol. Si arriva al 1978: Mondiali Argentini.

 

Il 29 Marzo 1976 Jorge Rafael Videla Redondo, Tenente Generale dell’esercito Argentino con il motto: “Prima eliminerò i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, e successivamente quelli che resteranno indifferenti e quindi gli indecisi”, con un colpo di stato, estromette Evita Peron dalla guida argentina e divenne dittatore della Nazione. Dittatore e di fatto 42° Presidente con un regime militare detto “Processo di riorganizzazione militare”, in pratica è responsabile in capo di crimini contro l’umanità, per la deportazione e l’uccisione di migliaia di Desaparacidos, si parla di 30000 persone, non importa il sesso. Per Videla fu coniato il nome di “Hitler della Pampa”.

 

Peronisti, Monteneros, Socialisti, Radicali e Comunisti erano odiati dalla giunta militare, e nello stesso modo i gruppi pacifisti. La costituzione sospesa, il Parlamento ed i partiti sostituiti da un’ “Assemblea di esperti” e militari, ossia gente fedele solo a Videla. Kissinger, presidente degli Stati Uniti e Israele dettero appoggio a Videla.

 

Videla vedeva nella popolazione una ragione sovversiva e quindi decise per la repressione e sterminio, in gran parte segreto. Rastrellamenti nelle città, deportazioni, uccisioni a sangue freddo, fucilazioni pubbliche in stadi di calcio… questa era l’Argentina che ottenne, da una compiacente frangia politica della Fifa, l’organizzazione del Mondiale di calcio del 1978.

 

 

Il Generale, voleva dimostrare al mondo che il metodo Argentina funzionava brillantemente e voleva ottenere l’appoggio mondiale, nonché in caso di successo l’applauso del pubblico e legare il suo nome alla vittoria della Nazionale.

 

I primi colpi ad effetto, arrivarono dall’Olanda e dalla Germania Ovest: Johan Cruijff e Paul Breitner non vollero far parte delle loro nazionali di calcio a quel mondiale. Semplicemente per sostegno e rispetto al popolo argentino.

Paul Breitner un uomo che girava con in tasca il Libretto Rosso di Mao Tsetung… Altro schiaffo arriva dal capitano della Selecion : “el Lobo” (IL LUPO) Jorge Carrascosa manda un telegramma a Luis Cesar Menotti: “Io il campionato del Mondo cosi non lo gioco”. Si ritira dalle scene calcistiche, e di lui si perdono le tracce…

 

Luis Cesar Menotti, è uomo che si dipinge solo con una parola: Coerenza. Non simpatico alla Giunta Militare, ma uomo di calcio, aveva intenzione di convocare anche un giovane argentino di buone speranze, tale Diego Armando Maradona, ma il dipartimento dello sport, pose il veto negativo, troppo giovane e poteva essere motivo insurrezionale per i giovani... Videla indicò Mario Kempes, che giocando in Spagna, sicuramente era all’oscuro della situazione argentina… anche se Mario aveva i familiari ancora a Bell Ville. Gli venne assegnato il 10.

 

Arriva carico all’appuntamento con il Mondiale, ma nonostante questo, nelle prime tre gare non segna nessun gol, ma nella decisiva contro la Polonia, ne segna due che consentono la vittoria per 2-0.

Ma c’è un aneddoto di superstizione… Vedendo che non segnava, Menotti, negli spogliatoi, gli dissein tono scherzoso:” Mario, bigote recortado, verà signos!” ( Mario, tagliati i baffi, vedrai segni). E così fu, guarda caso proprio a Rosario...

 

Si arriva anche alla famosa partita non partita Argentina - Perù, in cui i Peruviani sembravano avversari compiacenti nel favorire la larga vittoria albiceleste. Finì 6-0 e fu catalogata nei ricordi come: “Marmelada peruviana” che riassume la vena autolesionista del portiere peruviano che guardava sfilare goffamente il pallone in porta più volte. E Mario ne mise dentro due.

Passa in secondo piano il fatto che sia oriundo argentino, Ramon Quiroga, ed il fatto che l’Argentina fece copiose donazioni di grano al Perù… ma guarda talvolta il caso…..

 

Dicevamo Coerenza e il giorno della finale, Luis Cesar Menotti, non andò molto sottile con le parole: “Non giochiamo per quegli Hijos de puta, ma giochiamo per alleviare il dolore del nostro popolo argentino, madri, padri e figli, sono li che vogliono da noi la felicità, la speranza, anche se per poche ore. Vamos a Ganar!!!”

 

Le parole di Menotti, furono pronunciate il 25 giugno, negli spogliatoi dell’ Estadio Monumental “Vespucio” dove giocava il River Plate.

A meno di un km si trova l’ ESCUELA MECANICA DE L’ARMADA, ossia il più celebre campo di concentramento della dittatura Videla.

 

Giorno della finale contro l’Olanda.

Le due squadre arrivano all’ingresso del campo, in stati d’animo diversi ma uguali in un punto: quella gente meritava un po' di gioia, almeno per quel momento. Il calcio è gioia.

Il manto erboso era pieno di coriandoli che vennero lanciati dalle curve e tribune, il rumore della Gancha era impressionante, Mario ed i compagni si guardano attorno e rimangono sorpresi.

Si sentono come i gladiatori romani, Mario e Menotti incrociano i loro sguardi verso la tribuna d’onore dove un compiaciuto Videla si gode la scena che lo santifica a livello mondiale.

In realtà nelle loro teste passano tre sole parole: Hijo de puta.

E poi si sorridono.

 

 

La partita inizia, e le due squadre si danno battaglia, io personalmente, ricordo quella finale vista a fianco di mio padre, affascinante, con le immagini che arrivavano dall’altro continente e la voce quasi meccanica del telecronista Rai: Nando Martellini.

Mio padre amante del bel calcio ed affascinato qualche anno prima dall’Olanda di Crujiff e da sempre contrario a qualsiasi dittatura, mi disse: ”Io tifo Olanda stasera, sono biondo come gli Olandesi.”

Bè io la capii più tardi quella sua espressione sul colore dei capelli, visto che oltre ad averne pochi, erano neri. Ma era il suo modo di far capire ad un bambino di 8 anni che non poteva tifare per una nazione dove si perpetrava il genocidio della propria popolazione.

 

Mario Kempes porta in vantaggio i suoi allo scadere del primo tempo, esattamente al 38mo, con un’azione tutta di prima, con passaggio finale di Luque a Kempes che controlla ed entra in area di rigore contrastato da un olandese, beffa in estirada con il mancino il portiere avversario depositando la palla in rete. L’Olanda preme e raggiunge il pareggio con Nanninga con un’esterno destro che si va ad insaccare all’incrocio dei pali.

 

Si và ai supplementari ed al 104° minuto Bertoni arpiona un pallone sulla trequarti olandese, si gira e serve al limite dell’area sempre Mario che entra in area di rigore e con un doppio controllo salta tre difensori, il portiere in uscita gli ribatte la palla ma Mario con una zampata di destro riesce ad anticipare sulla linea di porta due difensori orange. E’ l’apoteosi del Monumental!

Bertoni nel secondo tempo grazie ad un’entrata in area caparbia di Kempes fissa il punteggio sul 3-1.

Quella partita vide Kempes sempre marcato da due tre avversari, ma giocò a tutto campo aiutando i compagni a far salire la squadra.

Classe pura e cristallina, Ardiles era i cervello, i muscoli e la classe di quel sogno. Mario la bacchetta magica che lo fece avverare.

 

Videla con il sorriso a 32 denti si godette la sua vetrina mondiale. Ma andò incontro ad un umiliazione che non potè cancellare. Alla premiazione ogni giocatore passò in rassegna dinanzi a lui, ma sia Mario che Luis Menotti, non strinsero la mano al Generale… in diretta mondiale!

I due sull’accaduto dissero alla stampa che c’era talmente tanta confusione che non riuscirono a farlo… tranne che poi qualche anno dopo, con onestà ammettere che fu proprio voluto il fatto di non farlo.

Lo stesso Kempes disse: “Non ho mai toccato neppure quella Coppa per rispetto del popolo che soffriva quelle atrocità. L’unica che toccai, fu quella di cioccolato che mi spedì una pasticceria di Bell Ville come ringraziamento.”

 

Il Generale doveva ricevere quello smacco… un po' come Commodo.

Il governo del terrorre vide il suo tramonto nel 1981.Kempes e Menotti, con quel gesto segnarono l’inizio del declinio di Videla e la nuova speranza nella generazione che aveva l’obbligo di riportare la democrazia nella terra pampas… Il 10 albiceleste vinse la classifica marcatori con 6 gol.

 

Ai Mondiali del 1982 l’Argentina, sempre guidata da Menotti, si presenta sempre con Kempes, ma in più il genio nascente Maradona. Maradona chiede la 10 per il mondiale, e Mario è uno che non guarda al numero e parlando con Luis, gli dice: “Mr. ,la dia al ragazzino. Io prendo quello che mi date. “

 

 

Gli toccò la 11, ma le sue condizioni fisiche precarie non gli permisero di giocare ai livelli del mundial di cas. Non segnò neppure un gol, nel mondiale che vide i campioni in carica essere eliminati nel girone dall’Italia… che poi trionfò. Lasciò la nazionale dopo 43 partite e 30 gol.

 

Oggi Mario è un’opinionista della Tv Argentina. Nel 2011 gli intitolano lo stadio di Cordoba. A chi gli chiede se Messi può essere il suo erede risponde: “ Messi è un grande, ma non ha mai vinto niente di importante come me e Maradona.”

 

“Kempes mise il calcio argentino sulla mappa del calcio mondiale.”

-DIEGO ARMANDO MARADONA-

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

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