| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Mario Corso, il piede sinistro di Dio

di Federico Lo Cicero, 02 Settembre 2016

Ricordate il fumetto delle avventure del mago piú famoso?

Ebbene Lee Falk, l'ideatore, se avesse vissuto negli anni '60 lo avrebbe associato all'uomo della famosa punizione della Foglia Morta.

Il sinistro vellutato che carezzava la palla e la accompagnava con lo sguardo fino in fondo alla rete avversaria era per tutti i tifosi Mariolino Corso.

 

Mario Corso nasce il 25 Agosto del 1941 a San Michele Extra, quartiere di Verona, durante il secondo conflitto Mondiale, tra un bombardamento e l'altro.

Un mancino, formidabile, dotato di tecnica sopraffina e accostato anche a Dio in poche parole: un genio.

 

Mario aveva un unico difetto, non un grande dinamismo in campo, che gli valse il soprannome affibbiatogli dal grande Gianni Brera: "participio passato del verbo correre" in virtù del suo cognome.

 

Gli esordi, da piccolo, lo vedono tra le fila dell'Azzurra Verona, società del rione San Giovanni in Valle, e subito si mette in mostra. Tanto che torna nella sua San Michele, all'Audace.

Ma qualcuno nota che questo non amante podista ha dei numeri, e gli osservatori dell'Inter lo segnalano agli uomini mercato nerazzurri.

Nel 1957 il grande salto: l'Inter acquista Claudio Guglielmoni, il giocatore di maggior talento e ottiene nell'ambito dell'operazione anche Da Pozzo e il nostro Corso. Nelle casse dell'Audace finiscono 9 milioni di vecchie lire.

 

Per Mariolino il primo contratto da professionista: per giocare nell'Inter percepirà 70 mila lire al mese, una grande cifra per quei tempi. Quando era poco più che sedicenne, Bisogno, l'allenatore della Beneamata, lo porta in prima squadra e lo fa debuttare in nerazzurro nel 1958 in una gara di Coppa Italia contro il Como. I nerazzurri si impongono per 3-0, e "Mandrake" segna il gol del 2-0.

 

In serie A fa il suo esordio il 23 novembre, nel 5-1 casalingo contro la Sampdoria. Una settimana dopo a Bologna il suo primo gol in serie A.

Ma in campo non ha una posizione fissa, gira, vaga per il campo e quando ha un'ispirazione delizia con i suoi lanci millimetrici, passaggi smarcanti, e perché no anche qualche gol. Il suo sinistro conquista il pubblico Meneghino, tanto da essere simbolo di quella che diventerà la Grande Inter.

Angelo Moratti e la moglie se lo coccolano, e gli perdonano ogni estro fuori e dentro il campo.

Difficile dare un ruolo al numero 11 nerazzurro, era forte come un attaccante esterno, ma non lo era, era formidabile centrocampista di manovra, ma non lo era, non aveva doti per difendere a centrocampo, si metteva sul lato del campo per aspettare la palla, in posizione di ala, ma non lo era.

 

Arriva come allenatore l'uomo che fece grande la squadra di Moratti: Helenio Herrera. Semplicemente "Il Mago". Uomo duro, spigoloso, e certamente un comandante per i suoi giocatori. Tutto passa da lui, tutti devono pendere dai suoi dettami... e da Mariolino.

No, non chiedetegli di correre, gli altri devono farlo per lui, lui pensa a fare e far fare gol ai suoi podisti personali.

 

Ma due maghi all' Inter sono di troppo. Si racconta, che Herrera mal sopportava la sua svogliatezza in campo, ma soprattutto il suo carisma nello spogliatoio e la più alta considerazione da parte dei Moratti. Allora ogni fine campionato, lo metteva in cima alla lista dei cedibili.

Puntualmente, come un orologio svizzero, ogni anno Moratti lo convinceva a tenerlo.

Il genio era il genio. Pensate che la signora Erminia, in un intervista, confessò che non andava allo stadio solo per Corso, ma se lui giocava ci andava più volentieri, perché sicuramente si sarebbe divertita.

 

Il suo piede sinistro era un misto di bastone, uncino, pennello e stecca da biliardo. Non sapevi mai cosa potesse accadere quando la sfera di cuoio era ai suoi piedi. Il genio era nella scala del calcio, e poco importava se non aiutava nella fase difensiva. Il genio doveva divertire e divertirsi.

Mariolino lo faceva benissimo era croce e delizia. Era unico in tutto. Visto così sembra come un pezzo pregiato messo tra l'argenteria di casa, invece Corso ha dato lustro ai suoi anni in nerazzurro, portando la squadra talvolta oltre le proprie possibilità. Si racconta che al Santiago Bernabeu, sotto una pioggia torrenziale, contro l'Indipendiente si carica la squadra sulle spalle e le permette di vincere la sua prima Coppa Intercontinentale con un gol nei tempi supplementari.

 

Il suo gol con la famosa punizione a foglia morta segna la riscossa dell'Inter nella rimonta contro il Liverpool a San Siro. Tra il 1963 e il 1971 vinse ben 4 scudetti, 2 coppe dei Campioni e 2 Intercontinentali. Giocò in maglia nerazzurra 15 stagioni collezionando 502 presenze e 94 gol.

Con Suarez l'intesa era perfetta, ma quando il vecchio lascia l'Inter nel 70/71, ne diviene l'indiscusso regista sfornando una grandissima stagione sotto il profilo della qualità e della continuità.

Risultato?

Dietro al Milan di 7 punti, l'Inter rimonta e vince il suo 11mo scudetto.

 

Il Derby di quel finale di stagione lo vede protagonista. Segna il gol del vantaggio, tanto per cambiare su punizione, ma questa volta beffa Cudicini con un rasoterra sotto la barriere. Niente foglia morta. Quando si dice il Genio. Poi contrariamente alle sue qualità vince un contrasto con Gianni Rivera e si invola verso la porta avversaria per il definitivo 2-0.

Ma come detto Corso non era amato da Herrera: una volta durante un pre-partita il Mago esorta la squadra ad una vittoria. La definisce: vittoria certa.

Corso, con voce beffarda si inserisce e dice: "Mister, sentiamo magari come la pensano quelli dello spogliatoio accanto." I compagni di squadra scoppiano in una risata, Mazzola dirà che sotto sotto Herrera abbia accennato un sorriso.

 

La sua fama di mangia-allenatori trova conferma nelle voci che parlano della rivolta della squadra contro Heriberto Herrera. Culminata con l'esonero dell’argentino, e al suo posto Invernizzi. Era l' anno della rimonta sul Milan.

 

Le due successive annate di Invernizzi non furono magiche, anzi a dir poco fallimentari. L'Inter subirà anche il cambio di proprietà.

Angelo Moratti vende ad Ivanoe Fraizzoli, richiama sulla panchina Helenio Herrera. La lista delle cessioni vede al primo posto lui nuovamente.

Ma Fraizzoli non è Moratti e accontenta il Mago.

 

Corso va al Genoa. Siamo nel 1973. Ma come nei fumetti di Mandrake, il funambolico Mariolino, riesce ad avere l'ultima parola.

Genoa- Inter a Marassi: risultato finale 1-1 ma Corso segna con un colpo di testa. La vendetta sul Mago lo vede vincitore.

L' anno seguente pone fine alla sua carriera, un grave infortunio lo costringe ad un' operazione alla tibia ed una lunga convalescenza. Ritorna in squadra dopo la rimozione della placca, ma a causa della ricomposizione imperfetta si spezzò di nuovo in allenamento. Il Genoa retrocede.

 

A livello di Nazionale colleziona 23 presenze e 4 gol ma non prenderà mai parte ad alcuna competizione mondiale e continentale. Il suo esordio in un amichevole contro l' Inghilterra nel 1961. Sconfitta per 3-2. Contro Israele, valida per le qualificazioni ai mondiali del Cile (1962) con una doppietta mette a segno i suoi primi gol in azzurro. Viene escluso però per la spedizione ai Mondiali, a causa di un suo forte contrasto con il C.T. Giovanni Ferrari, a capo di una triade con Helenio Herrera e Paolo Mazza (presidente della Spal). Ritorna dopo la disfatta cilena in nazionale contro la Svizzera, segnando pure. Ma fu escluso anche dai mondiali del 1966 e dall' Europeo del 1968.

 

 

 

 

Da allenatore dopo aver vinto lo scudetto con la "Primavera" del Napoli, guida il Lecce ed il Catanzaro. Viene richiamato all'Inter nel settore giovanile, e nel novembre del 1985 il Presidente Ernesto Pellegrini, esonera Castagner dalla prima squadra e la consegna a Corso. Il suo esordio è indimenticabile per gli amanti dei geni del calcio: Inter-Juventus 1-1.

L'Inter passa in vantaggio con lo "Zio" Bergomi dopo un solo minuto. Al settimo del secondo tempo la Juventus pareggia: rigore calciato da Platini, Zenga riesce ad intercettarlo con la gamba... la palla si impenna... e ricade sulla testa del genio bianconero per il pareggio.

I giornali il giorno seguente misero in risalto, non tanto il risultato ed i complimenti a Corso per come aveva giocato l'Inter, ma si sprecarono i paragoni fra Corso e Platini in quanto ad inventiva.

 

Quella stagione l'Inter si classificò al sesto posto ed ottenne una qualificazione alla Coppa Uefa. Corso lascia e va al Mantova a vincere il campionato di Serie C2. L' anno seguente i lombardi terminano la stagione al sesto posto. Nel 1988/89 viene chiamato a Barletta in B dove centra la salvezza.

Ultima panchina nel 1991/92 dove in coppia con Nils Liedholm subentra a Fascetti nel Verona non riuscendo a centrare la salvezza.

 

"Siamo stati sconfitti dal piede sinistro di Dio"

Mandi Gyula (C.T.Israele)

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

 

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