| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

I Silvantropi sono alberi coscienti. Vivono migliaia d’anni, per questo la loro percezione del tempo è qualitativamente molto più dilatata rispetto ai canoni umani. Sono esseri saggi, pazienti, forti e instancabili, tanto da poter percorrere centinaia di chilometri senza fatica. La calma, per loro, è la risposta. Un Silvantropo è altruista, attento osservatore di ciò che non va intorno a lui e pronto a porre rimedio. È il Guardiano della Foresta: nessun cacciatore spargerà sangue nel suo bosco, nessun losco figuro sfrutterà alcuna risorsa naturale durante la sua guardia.

 

Scambiando qualche immagine descritta con altre di più calcistico colore, ecco, secondo la mia visione, spuntar fuori il volto, non tanto distante dalla rugosità arborea, di Pietro Vierchowod. Il nome (Pietro) inganna, Vierchowod non è una roccia, ma un albero, imponente e ben radicato alla terra.

 

Difensore di altissimo spessore, con esperienza unica, paragonabile a pochi altri calciatori, Vierchowod è stato (forse gioca ancora, da qualche parte, lontano dalle telecamere) uno dei difensori italiani più forti della storia. È lì, nell’olimpo, accanto ai vari Gentile, Baresi, Nesta, Cannavaro, grazie alla trasversalità del suo trascorso calcistico: dai campi polverosi della provincia con la Romanese in serie D, al grande salto verso le arene prestigiose: Fiorentina, Roma, Sampdoria, dove consoliderà la sua carriera, Juventus dove giocherà la finale di Champions vinta contro l’Ajax di Davids, De Boer, Litmanen, passando poi per Perugia, Milan e Piacenza dove chiuderà nel duemila la sua lunga carriera di oltre venticinque anni. Campione del mondo nel 1982 ha giocato con la nazionale fino al 1993. Pietro Vierchowod è uno dei pochi fortunati ad aver avuto la possibilità di marcare Maradona, perché a pensarci bene, giocare contro Maradona da attaccanti è qualcosa di molto differente rispetto all’esperienza fisica e diretta che invece un difensore destinato a murarlo è in grado di provare. Per intenderci, Vierchowod ha combinato il suo sudore con quello del 10 più forte della storia calcistica.

 

Eppure, la sua figura stenta ad entrare nell’immaginario collettivo di noi tifosi. Giocatori di questo tipo arrivano a trasformarsi in immagini mitiche, simboliche, che non rappresentano l’apice delle abilità calcistiche, di un qualche record di sportività o di estetica motoria, ma qualcosa di diverso: giocatori come Vierchowod sono longevità, carattere, fedeltà e rispetto, nodosità e durezza. È grazie al lavoro oscuro di giocatori come lui che la grande Macchina del calcio va avanti, perché gli orpelli non smuovono i pistoni e perché gli antieroi servono a rendere umano e tangibile quello che spesso si dimostra essere solo una nuvola di polvere che fa tossire.

 

Immagino quante storie possa raccontare, intorno ad un tavolo o seduto su una sedia di legno al coperto di una veranda in stile americano, a parlare e a guardar lontano, solamente per alimentare qualche sogno immaginifico di chi ascolta e per farsi orgogliosamente un po’ male, trasformando in suono un ricordo, un’immagine. Un cow-boy del calcio, con migliaia di chilometri alle spalle, una vita piena, esaltante, che può dare alla testa e che invece genera reazioni opposte. Vierchowod è sempre stato un calciatore umile, grazie alla memoria delle sue radici. Contro il protagonismo traditore Vierchowod non è mai stato fonte di dubbi: uguale a sé stesso, ma in eterno mutamento, come un albero.

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