| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Quando una Fucilata non è un Buon Tiro

di Mario Bocchetti e Giovanni Cardone, 11 Dicembre 2015

In un freddo gennaio alcuni ragazzini si riscaldano aspettando i propri campioni. Si dice che l’attesa è essa stessa il piacere, ma vedere in diretta le gesta del calciatore del cuore è un emozione indescrivibile. Sono le 12, quasi ora di pranzo, è tutto pronto: le bandiere, i soliti riti scaramantici e soprattutto la certezza di una partita che sulla carta non dovrebbe essere insidiosa più di tanto. In questa zona le tv non sono moltissime, ci sono tredici ragazzini armati di tante speranze: la Speranza di lasciarsi indietro i problemi, la Speranza di dimenticare le preoccupazioni giornaliere, la Speranza di un futuro migliore, semplicemente la Speranza di un Futuro. Ormai è tardi per perdersi nelle riflessioni, l’arbitro ha dato uno sguardo ai collaboratori e ha appena fischiato l’inizio. La partita si trascina senza particolari emozioni, i campioni dei tredici ragazzini riusciranno un po’ a fatica a portare a casa il risultato grazie ad una sola rete segnata al 77’ minuto. Nella piazza ci sono grida e urla, da lontano ad un uditore distratto potrebbero sembrare i soliti tifosi che brindano alla prima vittoria nel girone, ma avvicinandoci alla piazza possiamo solo vedere un colore che investe sguardi, grida, suppliche, vestiti, armi. Quel colore è il nero, il nero portatore di ombre, di insicurezze, di incertezze, di paura. È soprattutto il Nero della morte. Benvenuti a Mosul.

 

Siamo nel nord dell’Iraq, nel cuore dello stato Islamico, i seguaci di al-Baghdadi hanno sorpreso questi poveri ragazzini davanti al televisore mentre guardavano l’esordio dell’Iraq in Coppa d’Asia. L’oltraggio ad una fatwa del 2005 che osteggia il calcio in quanto sport da infedeli deve essere punito. Questa volta non bastano le frustate o qualche altra infida forma di violenza, questa volta gli uomini in nero voglio essere presi sul serio: i ragazzi devono diventare un esempio, i bambini dovranno lavare con il sangue l’onta della Disobbedienza. Pochi minuti per raccoglierli in piazza, pochi secondi per caricare le armi automatiche, un solo attimo per spezzare tredici innocenti vite.

 

Come tutte le notizie che ci giungono da quella parte del mondo, non possiamo essere sicuri che questa storia sia veramente accaduta o sia la solita storiella che cerca di piegare l’opinione pubblica verso il bisogno della guerra per liberare il mondo dai cattivi. Ma non mi stupirebbe una eventuale conferma di questa barbarie. Ci abbiamo messo quasi un anno prima di raccontare questa storia, troppo difficile da raccontare, ma impossibile da tralasciare nell’analisi del rapporto tra l’Isis e il calcio.

 

L’altra faccia di questa stessa medaglia viene rappresentata da coloro che ce l’avevano fatta, da tutti quei calciatori che davanti a loro avevano un futuro fatto di notorietà e grandi palcoscenici ma che in seguito ad una conversione o un semplice “riconversione” estremista hanno lasciato la propria carriera da atleti e hanno abbracciato le divise nere dell’Isis. Stiamo parlando di giocatori del calibro di Selmi, forse il talento più luminoso della Tunisia, Berisha, tedesco di origini kosovare, convertito dopo avere giocato nel Maccabi Francoforte, la principale squadra ebraica della Germania, Karan, centrocampista tedesco di origine turca, cresciuto nelle nazionali giovanili con Boateng e Khedira

 

Le motivazioni che fanno crescere a dismisura le fila degli uomini in nero di solito risiedono nei problemi economici di popolazioni martoriate da continue guerre e continui dittatori che periodicamente riducono queste persone allo stremo delle proprie forze. Soldi e l’illusione di un futuro migliore sono le monete usate da questi nuovi estremisti. Partendo da queste basi continuiamo a chiederci del perché calciatori che hanno diviso la stanza con i campioni di oggi decidano di punto in bianco di lasciare i propri sogni per combattere una guerra a dir poco inutile? Perché rinnegare quanto di buono dato dalla propria carriera in nome di una religione storpiata nella sua essenza?

 

Queste domande saranno per sempre senza una risposta, non riusciremmo mai a capire fino in fondo cosa scatta nella testa di una persona nel momento di una conversione estremista e allo stesso tempo capiamo bene perché il calcio, simbolo dell’occidente, è troppo spesso preso come bersaglio dalle cellule dell’Isis, ma vogliamo porci un’ultima domanda: Quando questo stato, nelle migliori delle ipotesi, cesserà la propria crescita quale mezzo di coesione di massa userà se a priori ha eliminato lo sport?

 

 

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