| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

14.

Rete!

di Ciro Ruotolo

“E capit’ Peppì?”

“Sì mistèr, tant’ ogg’ sta Federic’ nmiez’ o camp’. S’ò ver’ iss’”

“Sì Peppì, ma tu e Stefanin’ dovete mettere a posto tutto. ‘O sistem’ o mantenit’ vuje, o saje comm’ funzion’.

E mo fa’ ambress’, va’ a chimmà o riest’ ra squadr’.”

Le ultime parole di Mautone furono accolte con una smorfia da Peppino. Il capitano della Virtus detestava l’arroganza del suo allenatore e sempre più spesso si costringeva a restare in silenzio, evitando di compromettere ulteriormente una situazione già pericolosamente compromessa. Sempre più spesso si chiedeva cosa pensassero Federico e Stefano della squallida decisione che avevano preso qualche settimana prima e in che modo riuscissero a gestire lo sguardo teso e preoccupato dei compagni di squadra.

Peppino, dal resto dello spogliatoio, era visto come un inamovibile punto di riferimento, mentre dai tifosi veniva considerato una vera e propria bandiera.

Se avessero aperto gli occhi, avrebbero visto solo un piccolo e patetico uomo spaventato. Spaventato dalla possibilità che qualcuno potesse scoprire, prima o poi, il gioco malato in cui si era lanciato. Terrorizzato dell’idea di dover affrontare Carmine e i suoi occhi delusi, nel caso in cui fosse uscita fuori un po’ di quella merda in cui galleggiava da tempo.

E mentre camminava verso gli spogliatoi, come se l’avesse attirato pensandolo, Carmine entrò in campo, dirigendosi verso di lui, mentre Stefano e Federico, a qualche passo di distanza, seguivano la scena con superficiale disinteresse.

“Staje già ca Peppì?

Tu dovresti essere il primo a entrare nello spogliatoio e l’ultimo a uscire! Tu si ‘o Capitan’, Peppì!

Ja, forz’ fa ambress’, va a chiammà o riest’ ra squadr’!”

Carmine gli parlò ancor prima di raggiungerlo.

Peppino aspettò di essere faccia a faccia con il magazziniere prima di rispondere.

“Carmeniè o mistèr c’ha chiammat’. Tenev’ genij e parlà ra partit’.”

La voce del capitano, alle orecchie di Carmine, suonò inaspettatamente contrariata, priva della simpatia e dell’affetto che avevano sempre contraddistinto il loro rapporto, anche quando, in più occasioni, si erano ritrovati avversari. Ma decise di non approfondire la faccenda, temendo di minacciare, in qualche modo, la concentrazione del centrocampista.

Peppino si accorse di aver sfogato parte della sua frustrazione sulla pelle del vecchio amico e provò a rimediare: “Sto tes’ Carmeniè. Ogg’ nun s’adda sbaglià, nun putimm’ perder’ n’ata partit, o saje pur’ tu…” E abbozzò un mezzo sorriso, che contribuì a rendere quello scambio di battute ancor più strano agli occhi di Carmine.

Braccato, ecco come si sentiva Peppino. Messo all’angolo.

“Stai tranquillo Peppì, andrà bene. Andrà come deve andare”. E forse, per l’ultima volta, finì nella sua testa il magazziniere.

 

“Ah, ecco Carmine!” Alessandro indicò un punto oltre la rete. Oltre la rete che divideva le tribune dal rettangolo di gioco.

Severin seguì con lo sguardo il dito dell’amico senza guardare veramente.

Nella sua testa si affollavano troppe domande.

La voce di Carmine gli risuonava tra le orecchie, insistente.

Mo t' ric' na cosa Sevè, a squadr' verament' è bon’, ci stanno un paio di loro che sono di categoria superiore, qualche ragazzino interessante, tre o quattro che conoscono bene l'ambiente e poi c'sta 'o capitan' Sevè! 'O capitan'! Peppino, l'ho visto crescere, mo è n'omm', quello ha giocato anche in Serie B!

Ma comm' fai a fa sett' sconfitt', un'aret'a n'at', cu sta squadr'?

Le sconfitte consecutive erano salite a otto, e la cosa che più lo turbava è che la squadra, come diceva Carmine, verament’ er’ bon’.

Nove partite, un solo punto e la costante sensazione che qualcuno, in campo, remasse contro.

L’uscita a valanga del portiere. Espulsione scontata. Tutte le volte in cui inspiegabilmente ritardava, di qualche attimo, un’uscita facile facile. Venticinque reti subite.

I passaggi azzardati del capitano, quello che aveva giocato anche in Serie B.

Le mancate coperture del difensore centrale, che troppo spesso si trovava nel posto sbagliato al momento giusto.

Poi Mautone, l’allenatore, che prendeva le decisioni più strane e sempre nei momenti cruciali.

In determinati momenti anche un cieco avrebbe fatto di meglio.

E quei quattro avevano appena concluso una bella chiacchierata, un conciliabolo, come lo definirebbe qualcun altro, mentre il resto della squadra era nello spogliatoio, abbandonata, allo sbando.

Dillo. Ci sei. Non girarci attorno come fai sempre. Dillo.

Non ne sono sicuro.

Invece sì, lo sai. Lo pensi da troppo tempo. Dillo.

Non posso, non c’è nulla che confermi le mie supposizioni.

Dillo!

No.

Sei sempre il solito. Continua così.

Sparisci.

“Ragazzi! Eccovi qua.” Carmine aveva raggiunto il punto in cui si trovavano Alessandro e Severin. A dividerli, solo la rete.

Parlane con lui. Fallo adesso. Lui ti ascolterà, perché lui già sa tutto. Lo sa. Da prima che tu cominciassi solo a sospettarlo.

Sparisci.

“Uè Carmeniè! Allora? Oggi come la vedi la squadra? Che aria tira?”, Alessandro parlava al magazziniere, ma con lo sguardo cercava continuamente l’amico che gli era di fianco. “E Gli avversari? Con chi si gioca oggi? Come stanno in classifica?”.

Severin non ascoltava.

“Eh Alessà, che ti devo dire, tutti stanno sopra di noi. Stamm’ a un’ punt’. Ogni partit’ par’ na storia già scritt’. Ma le cose stanno per cambiare Alessà, te lo dico io.” E anche Carmine spostò lo sguardo sul Russo, che come uno spettatore assente guardava un punto fisso oltre la rete, in campo, come se gli altri due non esistessero.

Alessandro, dotato di quell’incredibile sesto senso che qualcuno ama definire luccicanza, intuì che Carmine stava architettando qualcosa e di qualunque cosa si trattasse riguardava da vicino, molto vicino, il suo coinquilino.

“Sevé!? Ci sei?!”

Nessuna risposta.

“Sevé!” e stavolta Alessandro schioccò le dita a pochi centimetri dal viso di Severin, come farebbe un finto mago con un finto volontario scelto tra il pubblico.

Incantesimo spezzato.

Severin guardò prima Carmine e poi il suo coinquilino. La sua tormentata serietà contagiò anche gli altri due e prima che Alessandro potesse dire qualcosa, Carmine parlò. “Sevé che cosa stavi fissando? Non ce ne stanno di belle guaglione in mezzo al campo”.

“Nulla in particolare. Pensavo… e provavo a immaginare come si schiereranno oggi.

Provavo a immaginare il sapore della prima vittoria”.

“E ci sei riuscito? Sa di buono eh?”

“No. Purtroppo sono rimasto a bocca asciutta”.

“Eh Sevé, Sevè. Credi a me, non lo resterai ancora a lungo. Io già te l’ho detto e tu m’e sta a sentì.

A squadr’ verament’ è bon’. C’ vò sul’ nu buon’ allenator’”.

Alessandro guardava Carmine e Severin. Per un attimo gli parve di riconoscere le intenzioni del magazziniere, gli parve di leggerle chiare nei suoi occhi furbi, ma poi la ragione prese il sopravvento e accantonò quell’idea.

L’idea di vedere, sulla panchina della Virtus, il suo amico e coinquilino.

Un’idea bizzarra e maledettamente buona. Ma irrealizzabile.

O no?

Nei pochi anni che avevano giocato insieme, Alessandro aveva imparato ad apprezzare l’intelligenza tattica di Severin. Aveva imparato a rispettare la sua personalità concreta e determinata. Tra tutti i compagni di squadra che aveva incontrato sul suo cammino, Severin gli era sembrato quello più adatto a fare l’allenatore. Era capace di leggere le partite come pochi altri sapevano fare. Da giocatore, nel suo ruolo, quello di centrocampista, Severin, nei momenti più difficili, aveva preso le sue squadre per mano. Come un faro, aveva illuminato a giorno le situazioni più buie.

Carmine aveva intenzione di proporre, in qualche modo, Severin come nuovo allenatore della Virtus?

Sarebbe fantastico, pensò. Ma lui è solo un magazziniere. Per quanto possa essere preparato e intelligente, astuto, purtroppo non conta poi granché. Non comanda nulla, non ha voce in capitolo. Chi gli darebbe ascolto?

“Volete entrare?

Il riscaldamento lo potete guardare a bordo campo, se state vicino a me. Poi quando comincia la partita vi spostate sugli spalti”.

“Uaaà Carmeniè! E ce lo chiedi? È normale che vogliamo entrare! O no Sevé? Che ne dici?”

“Per me va benissimo, ma non vedo come potremmo. I due cancelli sono chiusi e qui siamo in trasferta Carmine, tu non hai le chiavi dei cancelli”.

“Ah Sevé, tu non lo sai ancora quanti assi nella manica c’ho io. Ma imparerai a conoscermi meglio.

Aspettatemi un attimo qua, subito torno.

Anzi, iniziate ad andare vicino a quel cancelletto lì, quello in fondo, che sta alla fine della rete. Lo vedete?”

E mentre terminava la frase già s’incamminava verso gli spogliatoi.

“Che forte che è”, disse Alessandro, mentre si dirigevano al cancello indicato da Carmine, “quando vuole una cosa non si dà pace fin’a che non l’ottiene”.

Severin gli camminava di fianco, ma sembrava ancora rinchiuso nei suoi pensieri. Alessandro, conoscendo l’amico decise di tacere, ma poi gli salì in gola una domanda che non fu capace di ributtare giù.

“Forse ha ragione Carmine. Forse veramente basterebbe solo un allenatore che sappia quello che fa.

A proposito Sevè, so che in passato ne abbiamo già parlato e ricordo la tua risposta, ma a te…”

“Sì”.

Alessandro restò spiazzato e un’espressione di sorpresa andò dipingendosi sul suo viso. Ma durò poco, pochissimo, perché al suo posto, al posto della sorpresa, arrivò subito una strana e inaspettata sensazione.

Una piacevole consapevolezza che, con incredibile maestria, disegnò sul suo volto un bel sorriso raggiante, cancellando con il suo tratto deciso tutto ciò che c’era stato prima.

“Sì, a cosa?”, finse di non capire.

“Lo sai benissimo.

Sì.

È la risposta alla tua domanda”.

Si guardarono.

“Ah, sai anche leggere nel pensiero adesso? Ma bravo, bravo davvero. Ora mi devi un milione di euro. Bravo.

Questa era la mia domanda. Mi regaleresti un milione di euro?”.

“Se li avessi, di certo non dividerei l’appartamento con te!” e fu in quel momento che Ale rivide sul volto dell’amico quel sorriso che non vedeva da tempo. Il sorriso che riservava alle grandi imprese.

Il sorriso che riservava a tutti i compagni di squadra dopo una grande partita. Quel sorriso che lo rendeva bello.

Quel tipo di sorriso che rende belli tutti quelli che sono in grado di provare una gioia così pura, così tranquilla, così serena.

Il sapore della prima vittoria. Non stava pensando a questo prima. Prima era ombroso, scuro, cupo.

Ora , invece, ora, si era immaginato di nuovo in gioco. Si era immaginato su quella panchina e la cosa l’entusiasmava. La cosa l’esaltava.

Alessandro ricambiò il suo sorriso e in quel preciso istante tornarono bambini. Ancora una volta.

Due bambini che condividono, custodendolo gelosamente, un segreto gigante. Un segreto tanto grande che solo due bambini sono in grado di conservare.

“Se tu li avessi Sevè, io ti vorrei ancora più bene”.

E risero.

Appena giunti al cancello, come se tutto fosse organizzato alla perfezione, Carmine si lasciò alle spalle la porta degli spogliatoi. In mano aveva un grosso mazzo di chiavi.

Appena vide i due ragazzi sollevò il braccio e l’agitò nell’aria sopra la testa. Mentre un grosso sorriso regalava alle sue labbra la forma di un arco perfetto.

Alessandro afferrò, con le due mani, due delle sbarre che formavano il cancello, “Fatemi uscire, fatemi uscire! Io sono innocente!”

Severin alzò lo sguardo al cielo e scosse la testa con simulata esasperazione.

“Fatemi uscire!”

Carmine e Severin si guardarono e scoppiarono a ridere con immediata complicità.

Ridevano di Alessandro, ridevano con Alessandro. Ridevano, come due vecchi amici.

“Ecco ragazzi, ben venuti!”

 

Le due squadre erano in campo. A ciascuna una metà del rettangolo di gioco. A ciascuna un lato della trincea.

Il calcio è una guerra.

Una guerra pacifica che molto spesso non fa prigionieri. Il pareggio è il risultato meno scontato.

Per la decima partita di campionato si affrontavano l’ultima in classifica, la Virtus, e la quinta. L’esito della gara, sulla carta, appariva scontato, considerate le torbide acque in cui navigava la formazione in trasferta.

Serviva una decisa inversione di rotta. Serviva un onesto lupo di mare capace di condurre la nave fuori dalla zona oscura.

Il riscaldamento scivolò via tranquillo e le squadre, dopo aver preparato i muscoli e la testa alla sfida, rientrarono negli spogliatoi per il riconoscimento pre-partita e per l’emozionante rito dell’ingresso in campo.

 

Tutto è pronto. Fischio dell'arbitro.

Che la partita abbia inizio.

 

Severin e Alessandro, ritornati in tribuna mentre le due formazioni rientravano negli spogliatoi, sedevano in alto, alla fine del settore ospiti. In religioso silenzio seguivano i primi minuti del match senza commentare.

Le due squadre si studiavano. La Virtus era tutta raccolta dietro la linea della palla. I padroni di casa non forzavano la giocata. Aspettavano. Consapevoli della propria superiorità, non avevano fretta.

Decimo minuto. Quindicesimo. Ventesimo. Venticinquesimo.

0-0.

Peppino ruba palla a centrocampo, allarga il gioco e si butta dentro. Con foga. Con una finta e un veloce cambio di direzione si libera della marcatura. Riceve palla al limite dell’area di rigore avversaria.

Addomestica il pallone con elegante grazia. Altra finta, stavolta con la sfera tra i piedi.

Prova a calciare con il sinistro, ma ci ripensa, si sposta la palla sul destro, vede la porta. La sente.

Severin, come una molla, scatta in piedi. I suoi occhi sono concentrati e luminosi.

Calcia, calcia. Fa’ goal.

Peppino carica il tiro. La palla lascia il suo piede. La potenza dell’impatto è devastante. Con violenza la sfera viaggia verso l’incrocio dei pali. Il Numero 1 di casa si tuffa, ma sfiora appena la sfera.

La palla è in rete! La palla è in rete!

Peppino si lancia in una corsa sfrenata, rincorso da tutti i suoi compagni di squadra. È inafferrabile.

Corre. Corre. Corre. E ha una meta precisa da raggiungere. Corre verso Carmine che è dietro la porta di Federico.

Copre la distanza che lo separa del magazziniere come un centometrista indiavolato.

Stefano è nel gruppo degli inseguitori. Appare al settimo cielo.

È un buon attore. Bisogna ammetterlo.

Federico vede il suo capitano che punta diritto verso di lui. Comincia a corrergli in contro. Con un mezzo sorriso appena abbozzato. Non riesce a fingere come Stefano. Ma Peppino come se non lo vedesse lo manca di pochissimi centimetri. Lo evita, lo supera e continua la sua corsa, allora Carmine si alza in piedi e con goffa rapidità raggiunge il capitano. Si abbracciano, e solo allora, con rabbiosa determinazione riesce a urlare “GOOOOOOOL!”.

I due sono presto raggiunti dal resto della squadra. Tutti gli abbracci sono per Peppino. E quello più vigoroso è quello di Stefano. Il vice-capitano lo stringe tra le braccia come a volerlo stritolare.

Lo lascia andare. Carmine stringe di nuovo a sé Peppino.

“C’ gol Peppì. C’ gol e fatt’. Robb’ e Serie A”.

Peppino gli sorride contento. “Mo bast’ Carmeniè, je nun vogl’ perder’ cchiù”.

Gli occhi del capitano e quelli del magazziniere si fondono insieme.

In quel preciso momento Carmine sa. Sa che tutte le sue supposizioni, tutti i suoi sospetti, hanno un fondamento reale. Le otto sconfitte consecutive, i tanti goal incassati, le prestazioni mediocri, i grossolani errori commessi, tutto era un teatrino messo su da Moreno Mautone. E Peppino era tra gli attori protagonisti di quella patetica commedia.

Il magazziniere gli dà un’ultima pacca sulla spalla e lo lascia tornare in campo.

In quel gesto vi era rinchiusa una sorta di affettuoso perdono. Peppino era tornato il ragazzino che aveva conosciuto tanti anni fa. In quell’esultanza scatenata c’era la sua ammissione di colpa. Una colpa che non voleva più nascondere, una colpa che riconosceva, ma che era deciso a lasciarsi alle spalle. Ma doveva essere cauto. Gli occhi di Mautone erano su di lui. Li sentiva.

Le braccia dell’allenatore erano alte nel cielo. Le sue labbra allegre e sorridenti. I suoi occhi, invece, freddi come la neve. Le cose si mettevano male.

 

Appena la palla fu in porta Alessandro balzò in piedi! “SEEEEEEEEEEEEEEEEE! GRANDE CAPITANO! Madò che gol ha fatto Sevè! Che bolide, cazzo!”. Severin e Alessandro si abbracciarono. Poi il Russo, cominciò a seguire la folle corsa di Peppino verso il magazziniere. Guardò la scena con attento interesse. Vide la reazione di Federico, che invece di unirsi alla corsa andò nella sua di porta, per bere dalla borraccia che ogni portiere porta con sé, in campo. Notò, in parte, l’abbraccio di Stefano.

E, senza capirne il contenuto, il veloce scambio di battute tra Peppino e Carmine fu anche per lui una vaga conferma.

 

Ognuno tornò al suo posto. La palla fu riposizionata al centro del cerchio di centrocampo e la partita riprese, tranquilla.

La Virtus era in vantaggio, per la prima volta in quel campionato. Ma la prima vittoria sulla quale avevano fantasticato Severin e Carmine prima del fischio d’inizio non arrivò quel giorno.

Quel giorno arrivò la nona sconfitta consecutiva.

Dopo l’intervallo, all’ingresso in campo per la seconda frazione di gioco, Severin e Alessandro si accorsero che Peppino mancava all’appello. Non era sul rettangolo di gioco.

Sulle tribune, tra i pochissimi tifosi della Virtus cominciò a serpeggiare uno strano malumore. Le voci che arrivavano dalla panchina degli ospiti erano chiare e inequivocabili. Il capitano non ce la faceva a rientrare per i secondi quarantacinque minuti. Un insopportabile fastidio muscolare l’aveva costretto a restare negli spogliatoi.

La partita terminò con il punteggio di 3-1.

La Virtus subì l’ennesima sconfitta. La situazione era disastrosa.

Severin e Alessandro non pronunciarono una sola parola.

Per ogni goal incassato la reazione dei due fu intima e personale, individuale.

Anche loro, ormai, sapevano.

 

 

* * *

 

 

Il primo tempo si era chiuso sullo 0-1.

Gli ospiti si trovavano avanti nel punteggio per la prima volta in quel campionato. Il morale dei ragazzi era alle stelle. Il loro capitano stava guidando la risalita. La strada era lunga, ma l’atmosfera era densa di un sereno ottimismo.

Esultare era stata una liberazione, una gioia immensa.

Il primo goal realizzato dalla Virtus.

Mentre le due squadre si dirigevano verso gli spogliatoi, per il meritato riposo, a lunghe falcate Mautone raggiunse Peppino. Lo affiancò e con un braccio gli circondò le spalle. Il capitano gli afferrò la vita. Abbracciati come due amanti pronti a sfidare il mondo.

“Tu t’e fatt’ mal’. Mo comunichiamo la sostituzione all’arbitro. Devi uscire dal campo. Non ce la fai a rientrare. Che peccato”.

Sorrideva. Mautone sorrideva e presto vennero raggiunti da buona parte della squadra.

“Grande capità!”; “Uaaaà e c’ gol e fat’ Peppì!”; “L’amma schiattà a cap’, ogg’ s’adda vencer’!”.

L’allenatore continuava a tenere stretto a sé Peppino. “O capitan’ nuost’ è robba bon’ guagliù. Speriam’ ca c’a fa a turnà nmiezz’ o camp’ ogg’” e incatenò i suoi occhi a quelli di Peppino, “E robba bon’ ma ten’ na cert’ età. Forz’ jamm’ rint’ e spogliatoij.”

Carmine era già dentro l’ampia stanza, in compagnia di Salvatore Esposito, il direttore.

Sapeva che in sua compagnia, Mautone non l’avrebbe mai cacciato fuori dallo spogliatoio.

I primi ad arrivare furono Stefano e Federico, che parlottavano preoccupati. Seguiti dal resto della squadra. E alla fine arrivarono Peppino e Moreno Mautone.

Tutti seduti. Pronti ad ascoltare.

Silenzio.

Tutti si guardavano. Stefano e Federico guardavano il capitano.

“Finalmente ragazzi! Per la prima volta siamo in vantaggio, non possiamo perdere anche oggi”. Mautone guardò la sua squadra, passò lo sguardo su ognuno di loro.

Era disgustato.

Loro non capivano.

E Peppino era un traditore, ma a questo avrebbe pensato più tardi. Ora doveva rimettere le cose a posto.

Quanto prima.

“Allora, Peppì tu ce la fai a tornare in campo?”

Silenzio.

“Peppì?! E mic’ putimm’ fa nott’ appriess’ a te?! Ce la fai o no?” la voce di Mautone era quasi canzonatoria, ma alle orecchie attente di Carmine suonò piena di ingiustificata tensione, vista la situazione.

Silenzio.

Peppino guardò prima il suo allenatore, poi Carmine, solo per un attimo, e poi di nuovo Mautone.

“Non lo so mistèr. Mi tira qua dietro, mi pizzica” e con scarsa convinzione toccò il bicipite femorale destro, la parte posteriore della coscia. Tornò brevemente su Carmine, “Ho paura …che se oggi forzo e continuo a giocare mi strappo”.

“Secondo me è megl’ che esci allora. Prima di entrare in campo andiamo dall’arbitro.

Allora ragazzi, siamo in vantaggio. Mo Peppino lascia il posto a Massimo. Mettiamo un attaccante in più così sta partita la chiudiamo. Passiamo al 4-3-3. Li aggrediamo a centrocampo e subito verticalizziamo. I due terzini li voglio sempre belli alti”.

Peppino fece una smorfia. Carmine cercò lo sguardo del direttore. Salvatore Esposito, forse, cominciava a capire e il magazziniere non riuscì a trattenere un mezzo sorriso compiaciuto.

“Che c’è Vorzì? Non sei d’accordo?” stavolta Mautone tradì il suo nervosismo e la cosa giocò tutta a favore di Carmine.

“Ma che state scherzando mistèr? La vostra è una filosofia vincente. Voi siete un vincente. Questo lo sappiamo, anche se i risultati dicono altro. Ma a noi quelli non interessano. Io stesso non saprei fare di meglio ora. Sull’1-0, in trasferta, contro la quinta in classifica, togliere un centrocampista come Peppino e mettere un altro attaccante è la conferma definitiva, la mossa più coraggiosa. Fatta per il bene della squadra.

O no, direttò? È robba bon’ il nostro allenatore o no?”

Il viso di Mautone era di fuoco, ormai lui e Carmine giocavano a carte scoperte e decise di assecondarlo.

“Sei troppo buono Vorzì, i risultati contano e lo sai anche tu, ma hai ragione a dire che sono un vincente. Io lo sono, e tu sai riconoscerne uno, quando lo vedi. E presto anche i risultati arriveranno, a partire da oggi. E poi lo sappiamo tutti che il presidente mi ha scelto personalmente, perché di me si fida e lui si che ne capisce. Vediamo il calcio allo stesso modo. Abbiamo le stesse idee”.

Il direttore seguiva lo scambio di battute tra i due, voleva dire qualcosa, ma decise di lasciar fare Carmine. Magari affidarsi a lui e alla sua scaltra intelligenza era la miglior cosa da fare, l’unica.

Aveva assolutamente bisogno di capire cosa stava succedendo sotto al suo naso.

Era stato così cieco?

Possibile che il problema della squadra non risiedeva nell’incompetenza del suo allenatore ma nella sua corruttibile e squallida personalità? E il presidente, cosa sapeva di questa storia? Fino a che punto era coinvolto?

Ora, finalmente, capiva l’insistenza di Carmine. Capiva cosa lo spingeva, qual era il motivo del confronto che avevano avuto qualche giorno prima nel suo ufficio.

I minuti passavano e l’intervallo, ormai, volgeva al termine.

“Ma certo mistèr …e il presidente non poteva scegliere di meglio. Comm s’ ric’? Ogni president’ ten’ l’allenatore’ ca s’ammerit’”.

La squadra era in silenzio. Peppino aveva gli occhi bassi. Stefano e Federico, come seguendo una partita di tennis, spostavano lo sguardo da Carmine all’allenatore.

“E vabbuò dopo la saggezza del nostro magazziniere, è meglio che torniamo alla partita.

Allora siamo intesi, non c’è bisogno di dire altro. Aggrediamoli, attacchiamoli, sempre tutti alti.

Vi voglio grintosi e determinati, oggi la vinciamo”.

Tutti fecero per alzarsi, ma il direttore sapeva che doveva dire qualcosa, doveva schierarsi subito, scegliere da quale parte stare in quest’oscura battaglia.

“Un’ultima cosa ragazzi. Non voglio farvi perdere tempo o minacciare la vostra concentrazione, ma sappiate che comunque andrà a finire la partita di oggi, io sono con voi. Usciremo da questa situazione. Se anche Carmine pensa che, il nostro, sia un grande allenatore, come più volte mi ha confidato, allora siamo a cavallo.

Non possiamo sbagliare.

Carmine …non sbaglia mai”.

Mautone ascoltò le parole del direttore Esposito senza degnarlo di uno sguardo, i suoi occhi erano tutti per Carmine e Peppino.

“E ora forza ragazzi! Andiamo a vincere questa partita”. E il battito di mani dell’allenatore risuonò in tutto lo spogliatoio.

E la squadra, in coro: “SEEEEEEEEEE, FORZA!”

Quasi tutti erano usciti, Federico e Carmine erano sulla soglia della porta che divideva la grande stanza dal corridoio che portava al campo e fu lì che il magazziniere lanciò il suo primo vero attacco: “Verimm’ ogg’ quant’ n’ pigl’ Federì, vediamo quanti ne riesci a far entrare”.

 

 

 

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