| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Ritratto

di Ciro Ruotolo, 27 Luglio 2016

Chiunque sia in cerca di fredda e distaccata oggettività può recarsi in altri luoghi.

In queste parole, queste poche righe, ho tutta l’intenzione di seguire la mia pancia.

Come il greco-italiano do lode alla ragion, ma corro ove al cor piace.

 

Nel mondo del Calcio l’etichetta di Bandiera è riservata a pochi, pochissimi eletti.

In quello italiano, soprattutto quello degli ultimi dieci anni, gli stendardi umani si contano sulla punta delle dita.

Da quando Maldini e Del Piero hanno lasciato il rettangolo verde, uno fischiato dai propri tifosi nel giorno dell’addio, l’altro cacciato dalla signora meno garbata del vecchio continente, ormai sono pochi, davvero pochi, i nomi che fanno vibrare le corde più intime dell’animo umano.

Lo sguardo dei romantici è tutto rivolto al capitano giallorosso, il mitico 10 della Capitale, ultimo eroe del calcio nostrano.

Ci sono, poi, squadre italiane che, considerando la contemporaneità, non avendo avuto fortuna con i nomi caldi legati per nascita al Vecchio Stivale, guardandosi intorno, spostando gli occhi altrove, hanno trovato la Bandiera che cercavano.

È questo il caso dell’Inter, con il grande Zanetti, o quello della Fiorentina che nelle gambe e nelle testa dello spagnolo Borja Valero sembra aver trovato quello stendardo che le mancava da tempo.

 

Nella nostra Italietta, ogni volta che si parla di simboli, di Bandiere, si parla dei passati Maldini, Del Piero, Di Vaio (perché no?) e del Pupi argentino. Poi si continua con Totti, l’inossidabile campione della generazione di fenomeni, ormai giunta al capolinea.

 

Mai, neanche una volta, neanche per sbaglio, in tale contesto, esce fuori il nome di Marek Hamšík.

Non ho intenzione di farne un discorso campanilistico, legato all’atavico senso di inadeguatezza di un Meridione sottomesso, stando a ciò che canta la storia, da un migliaio di rossi incamiciati lanciati nella mischia dalle tasche vuote di uno stato indebitato. Debiti contratti (soprattutto) con i cugini d’oltralpe per ricucire due pezzi di stoffa vicini, già legati insieme da un non lontano infelice destino comune.

Nulla di tutto ciò leggerete in queste mie parole.

Oggi, io sono qui solo per lui, Marek Hamšík. Oggi, è il suo compleanno.

 

Marek, arrivato in Italia dalla Slovacchia per vestire la maglia del Brescia. Tre stagioni nel nido della Leonessa che non fa primavera, e poi solo Napoli.

Il 28 Giugno 2007, il numero 17 smette di essere sinonimo di disgrazia per il popolo azzurro.

Il 28 Giugno 2007 il numero 17 diventa poesia, passione, fedeltà, rabbia e voglia di riscatto.

Il 28 Giugno 2007, con il numero 17, in una terra fatta di mare, arriva lo slovacco partenopeo.

Il mattino ha l’oro in bocca e il buongiorno si vede dal mattino: 15 Agosto dello stesso anno, esordio in maglia azzurra, gara di Coppa Italia, l’avversario è il Cesena ed è subito Goal!

Prima rete con la sua 17 azzurra e da lì tutti gli avversari a soffrir di Eptacaidecafobia!

Quella prima rete rappresenta una Fenestrella.

Una piccola finestra. Finestra sul futuro radioso di un giocatore che regalerà al Napoli, a Napoli, ai Napoletani enormi soddisfazioni.

Marek Hamšík che affermerà: “Se un giorno dovessi andare via da Napoli sarà perchè mi stanno cacciando, io rimango qui, questa è la mia casa!”; Marek che afferma: “Ogni anno viene detto che ci sono squadre che mi vogliono, ma qui sono nati e cresciuti i miei figli. […] C’è un amore eccezionale tra me e la città, forse sarà l’ultima della mia carriera”.

Marek Hamšík che da quella Fenestrella ci saluta, ci saluta e ci sorride, con la maglia azzurra addosso.

Maglia con i suoi tanti sponsor.

Sponsor messi lì per riempire una cassa già colma e sempre colma di soldi che non vedranno mai la luce, di soldi che non verranno mai spesi, di soldi che diventeranno scadenti film pre-natalizi.

E tra tutte quelle scritte fastidiose e colorate spicca quella dell’azienda di Gragnano.

E allora guardiamo la Fenestrella di Marek e pensiamo a Di Giacomo, al suo garofano fattosi musa.

La differenza sta tutta in una lettera.

Pensiamo e sentiamo. Guardiamo e ascoltiamo, stregati dalla melodia di Marechiare che riempie l’aria attorno.

Marechiaro non per la trasparenza dello specchio d’acqua. Marechiaro per la sua tranquillità, la sua serenità, la sua calma. In superficie.

Agitata da rabbiose correnti, in profondità, pronte a sprigionarsi ogni volta che dai suoi piedi la sfera gonfia quella rete orfana di pescatori.

Leader silenzioso. Sempre lontano dai riflettori, mai una parola di troppo, sempre fedele, sempre.

E in un’epoca di falsi devoti, finti preti, pronti a scoparsi la prima casertana che gli capita a tiro pensando già alle modelle di Parigi, un tempo in cui gente piccola piccola ha l’ardire di scomodare Tommaso Aniello d'Amalfi e senza scuorno preferire quel galeotto step in avanti, in un secolo dove anche il vero argentino gioca a Torino, io dico: “Grazie Marek!”

 

Dico:

“Grazie Marekiaro per essere quello che sei. Per aver sempre tenuto fede alle tue promesse.

Alle tue dichiarazioni d’amore.

Grazie per i tuoi esaltanti ruggiti!

Grazie per la tua sincerità. Grazie per l’orgoglio che mi fai provare ogni volta che ti vedo in campo, dipinto d’azzurro, con la tua, la Sua, la mia, la loro, la nostra Fascia al braccio.

Grazie per la tua cresta! Cresta che punta sempre in alto.

Grazie per essere entrato, con umiltà, in punta di piedi, in ogni lista dei record della

S.S.C. Napoli.

Grazie per le tue 403 presenze, per i tuoi 98 goal (di cui 81 in Serie A, 13 nelle competizioni europee e 4 nelle Coppe Nazionali).

Grazie per le 56 partite giocate in Europa e che ti consegnano il primato assoluto.

Grazie per dedicare a noi, tifosi del Napoli, anche le reti che realizzi in Nazionale.

Grazie per essere uno di quei giocatori che rendono più bello questo sport.

Grazie per il tuo oscuro lavoro tattico, grazie per i tuoi monumentali e letali tempi di inserimento.

Grazie per la tua impressionante visione di gioco.

Grazie per quella rete che gettò le basi per la gloriosa rimonta di Torino.

Grazie per aver regalato, con quel goal che cominciò l’impresa, una serata indimenticabile a tutti i tifosi partenopei: sotto 2-0, tu hai realizzato il 2-1. Grazie per la tua prepotente e genuina, rabbiosa, contagiosa esultanza. Grazie per quei novanta minuti giocati alla grande.

Grazie per il 2-3 finale!

Grazie per aver trasformato, in quella nottata magica, la rabbia in gioia, in puro e grandioso entusiasmo.

Grazie per le tue belle parole.

Grazie per essere sempre stato uno di noi.

Grazie per aver abbracciato tutti quelli che per un palcoscenico più prestigioso, per un trofeo più grande, per qualche spicciolo in più, hanno deciso di cambiare aria.

Grazie per aver abbracciato tutti quelli che dopo aver giurato fedeltà, dopo aver cantato e saltato con la tua gente, hanno scelto di sposare la causa di chi, solo qualche mese prima, avevano chiamato ladri antisportivi.

Grazie per averli abbracciati e resi grandi con le tue affascinanti giocate.

Grazie per aver sopportato l’egocentrico, sopravvalutato e rubicondo Rafael Benítez.

Grazie e buon compleanno Marek.

Grazie di essere ciò che sei, e buon compleanno.

Grazie e Auguri Marekiaro, orgoglio di un intero popolo, orgoglio di una città intera.

Grazie e buon compleanno, Capitano.

Auguri Bandiera Partenopea, Simbolo di una terra “chena 'e mare ca nisciuno pò capì”.

(Capita’), “dammece ‘a mano, si stammo ‘nzieme putimme ‘i luntano [...] (pecché) simmo ‘a faccia ‘e ‘na cartulina ca ce svenne pe tutt’ ‘o munno, simmo voce ‘e miez’ ‘o mare ca nisciuno vo sentì!”

E allora s’addà alluccà, Capita’!

AUGURI MARECHIARO!

GRAZIE!”

 

 

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