| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Robert "Bobby" Moore

di Federico Lo Cicero, 12 Aprile 2017

Se siete a Londra e avete voglia di una birra, provate a raggiungere i Pub che si trovano a East London o nei pressi dell’ormai defunto Upton Park che fu demolito nel 2016. Entrate, sedetevi al bancone e respirate a pieni polmoni l’aria che vi riporterà ad una leggenda...

 

Una leggenda, di solito, è qualcosa di tramandato, ma che non ha memoria collettiva visiva dell’accaduto. Qua, invece sì! Sorseggiando la vostra birra, penserete alle gloriose maglie del West Ham, e di quegli anni 60/70 che ne videro luce abbagliante. La Londra povera, che si oppone alla ricchezza di Chelsea. E quella Londra povera ebbe il capitano che portò la nazionale dei tre Leoni sul tetto del Mondo nel 1966.

 

La stessa Regina Elisabetta pose nelle mani del capitano inglese la prestigiosa Coppa Rimet. L’Inghilterra aveva trasformato un incubo in un sogno, gli inventori del calcio, quelli che si definivano i maestri vinsero per la prima volta il Mondiale di calcio.

 

Provate a chiedere a chiunque nel pub dove vi trovate, chi e che cosa sia la leggenda.

Vi faranno un sorriso e con un fare ovvio, vi risponderanno tra un sorso e l’altro, “The legend? Yes. no doubt. Look at the picture on the wall…. For as is The Immortal Legend: name? Bobby Moore.”

 

E giù la birra lungo le corde vocali. Alcuni Pub portano proprio il suo nome, in segno di riconoscenza.

 

Ci troviamo a Londra nei primi anni ’40, il cielo non era solo stellato la sera, ma talvolta si illuminava di quel giallorosso delle esplosioni, ed il grigio polvere della distruzione, e talvolta il Tamigi nelle sue acque accoglieva il rosso sangue della morte. Imperversava il bombardamento Tedesco del secondo conflitto mondiale, i beni alimentari scarseggiavano, e il raffinato palato anglosassone, dovette accontentarsi della carne in scatola, non un gusto piacevole, ma non c’era altro da mangiare. I londinesi la chiamarono Spam, per il sapore... da questo prende il nome delle email fastidiose che non desideriamo ricevere.

 

Nel 1941, esattamente il 12 Aprile, nasceva a Barking, nella provincia londinese, un bambino speciale, il suo nome era Robert, per tutti Bobby. Il conflitto mondiale, terminò nel 1945 con la resa della Germania di Hitler, e l’Inghilterra ebbe nella resistenza e nella vittoria finale un grande uomo: Winston Churchill.

Il calcio fu uno dei passatempi di ogni bambino di quel tempo, Bobby era bravino, ma i genitori pensavano fosse meglio per lui il Cricket, meno contatto fisico, e meno lividi sulle gambe.

 

Bobby era validissimo nel Cricket, ma la palla di cuoio aveva il suo fascino quando la colpiva, e calciare verso la porta avversaria gli riempiva le praterie dei sogni. Tant’è che all’inizio degli anni ’50, un emissario di uno dei club più storici d’Inghilterra, lo vede all’opera nei campetti improvvisati, più volte, e notando che giocava a testa alta e richiamava i compagni all’ordine, si convinse: chiese dei suoi genitori e in quattro e quattr’otto il giovane Bobby si trova proiettato nell’Academy del prestigioso West Ham.

 

 

Amore a prima vista, infatti ancora oggi dici West Ham ed associ Bobby Moore.

 

I suoi allenatori ne rimangono folgorati. Passa tutta la trafila a giostrare il centrocampo, la sua visione di gioco e tempi di intervento sono al di fuori delle capacità dei comuni mortali, ha una facilità innata nel capire molto in anticipo cosa vogliono fare gli avversari. Ed infatti l’allenatore della prima squadra Ted Fenton decide di gettarlo nella mischia a soli 17 anni.

 

Il suo esordio contro il Manchester Utd, del’8 Novembre 1958, segnò l’inizio dell’ascesa del grande talento. Ma ogni squadra importante inizia la sua manovra dalla difesa, e Ted capisce che con Bobby nel ruolo di libero può avere un vantaggio sia difensivo, con tackle impeccabili, dinamismo e tempismo, che qualitativo nei passaggi. Moore diviene quindi pilastro insostituibile per gli Hammers, perfino Alf Ramsey ne vede i miglioramenti, stagione dopo stagione, e il 20 maggio 1962 decide di farlo esordire in Nazionale, a Lima contro il Perù. Risulterà essere il migliore in campo, e lo porta anche ai mondiali cileni dello stesso anno, anche se si tratta di una spedizione fallimentare, con l’eliminazione contro la Cecoslovacchia ai quarti di finale.

 

Bobby diviene imprescindibile anche in nazionale tanto che Ramsey, dopo sole 12 presenze decide di dargli la fascia di capitano che rimarrà sul suo braccio fino al termine della sua carriera in nazionale, ossia sino al 1973.

 

Nel 1962 si sposa con Cristina Dean.

 

Il 1963/64 è una stagione particolare per Moore, gli viene diagnosticato un tumore al testicolo. Un qualsiasi calciatore si sarebbe abbattuto, perché a quel tempo un tumore era una condanna a morte quasi sicura. Quasi. Moore, sfuggito alla morte nei bombardamenti bellici, riesce e guarire e tornare in campo in tempo per guidare i suoi Hammers nella finale di Coppa d’Inghilterra a Wembley contro il Preston.

 

Finisce con il trionfo del West Ham per 3-2 dinanzi a 100mila spettatori. Ad inizo stagione 1964/65 si gioca la finale della Charity Shield sempre a Wembley contro il Liverpool. Finì con il risultato di 2-2 e non essendo previsti i supplementari ed i rigori il trofeo fu assegnato ad entrambe le squadre. Non finì li, nella stessa stagione arrivarono alla finale di Coppa Delle Coppe che si svolse a Londra. Avversario, i tedeschi del Monaco 1860.

 

Il primo tempo di marca tedesca faceva presagire la vittoria del Monaco, ma sbattevano sempre sul muro difensivo ben guidato da Bobby Moore. Il secondo tempo è un’altra storia, spinto dall’incessante tifo del pubblico londinese, il West Ham veste i panni del predatore, e dopo 2 legni colti, colpisce i teutonici con due gol in due minuti (70mo e 72mo) di Saely.

 

 

 

Se il Wast Ham ha un’anima la si riconosce in quel giocatore che con classe e calma olimpica si muove come una pantera in difesa. Bobby Moore ha segnato la storia degli Hammers.

Ma come detto all’inizio, il conto con chi gli aveva bombardato la sua Londra, non poteva considerarsi saldato con la vittoria nella competizione europea per club. Il 1966: e chi ci capisce è bravo. Moore decide che a fine stagione non avrebbe rinnovato il contratto con il West Ham per passare al Tottenham.

 

Niente di strano, se non che si arriva alla vigila del mondiale di calcio e Moore tecnicamente, non avendo ancora firmato per gli Spurs, si era trovato senza squadra. Ramsey lo chiama e con fare deciso lo convince ad accettare il rinnovo con la sua vecchia squadra, altrimenti senza squadra non avrebbe avuto i requisiti per giocare in nazionale.

 

Semplice a dirsi, ma difficile a farsi. Si ma non per Ramsey. Ramsey non conosceva misure, o nero o bianco, non esiste il grigio. Quel 1966 sarà l’anno magico del football regale. Si racconta che la Regina Elisabetta II all’inizio pensava fosse un gioco, si importante, ma non affascinante.

 

 

Con il quarto di finale che vedeva contrapposta l’Inghilterra all’ Argentina, entro anche in casa reale il calcio. Si vedevano a Buckingham Palace palloni che Elisabetta calciava di quando in quando. Gli inglesi si imposero per 1-0, con strascichi polemici, poi fu la volta del Portogallo a soccombere in semifinale per 2-1.

 

Sabato 30 luglio, in un soleggiato pomeriggio estivo,a Wembley va in scena il saldo dei conti: Inghilterra- Germania Ovest. Fra le 93mila persone che assistettero alla partita, oltre ai rappresentanti politici dei due paesi, sedevano in tribuna sia la famiglia reale, che un pugile che passerà alla storia come Mohammed Alì, al secolo Cassius Clay.

 

I tedeschi passano in vantaggio con un esterno destro di Haller al 12mo. Ma il Capitano Moore guida la carica e con una punizione battuta a sorpresa permise al suo compagno Geoff Hurst di pareggiare per gli inglesi al 18mo. Gli inglesi asediano l’area teitonica e al 78mo passano con Peters che approfitta di un errore difensivo tedesco battendo Tilkowski. A meno di un minuto dalla fine dei tempi regolamentari i tedeschi, mai domi, trovano il pari con Weber. Si và ai supplementari, Moore erige una diga dinanzi alla difesa e al 11mo del primo tempo supplementare arriva il gol fantasma di Hurst per il 3-2.

 

Ad un minuto dalla fine la perla di Moore, i suoi compagni di reparto, Jeckie Charlton e Nobby Stiles, durante un’attacco tedesco gli urlano: ”Getta via la palla….. Bobby!!! Viaaaaa!!!” E lui in piena area di rigore inglese, vede Hurst solo nella metà campo tedesca, con calma olimpica fa un lancio di 40 metri che permette all’attaccante di ricevere la palla ed involarsi per il 4-2 finale.

 

Il Capitano leggenda aveva coronato il sogno inglese: i maestri sul tetto del mondo. Riceve la coppa Rimet dalla Regina stessa, che si congratula con lui e tutta la squadra.

 

Curiosità

Si nota Moore, salito con la squadra in tribuna, pulirsi le mani dal fango del campo, al drappo di velluto dove era appoggiato il trofeo, per stringere la mano alla donna più potente del Regno Unito.

Ad oggi è l’unico mondiale vinto dagli inventori del calcio.

 

Nel 1970 fa parte ancora della nazionale per la difesa del titolo al mondiale messicano. La nazionale fece la preparazione in Colombia, ed a Bogotà ci fu un tentativo, poi fallito, di associare il serio e mite Bobby Moore ad un furto in una gioielleria. Fu prima arrestato e poi rilasciato, ma se la vide brutta.

 

Nel girone eliminatorio incontrò il Brasile di Pelè.

 

Vinsero i verdeoro, ma Pelè stesso durante un’ intervista, dichiarò:” Il miglior difensore che ho incontrato nella mia carriera? Senza ombra di dubbio Bobby Moore.”

 

In terra messicana, andò in scena la rivincita di Wembley, ma stavolta i tedeschi vinsero per 3-2 i quarti di finale, eliminando gli inglesi.

 

Moore termina la sua carriera in nazionale nel novembre del 1973 nella vittoria italiana in terra regale con gol di Capello (amichevole, 1-0).

 

Il 14 marzo del 1974, Moore ormai logoro, chiuse il suo rapporto con gli Hammers per passare al Fulham (seconda divisione) per 25mila sterline. Ironia della sorte, nella stagione 1974/75 il Fulham raggiunse la finale di FA Cup, e Moore giocò contro il suo cuore, il West Ham. Il lieto fine non ci fu, vinsero gli Hammers per 2-0.

 

Nei 3 anni che giocò per il Fulham, collezionò 124 presenze ed un gol.

 

Nel 1977 passa ai San Antonio Thunder, nella lega americana dove gioca anche per 7 partite l’anno successivo, ma per i Seattle Sounders, prima di terminare la sua carriera.

 

Dal suo ritiro, del 1978 Moore inizia ad allenare con pochi risultati Oxford City , Eastern e Sothend Utd. Ma termina la carriera manageriale ben presto nel 1986, quando passa a fare il commentatore per Capital Globo Radio. Nel frattempo, naufragano gli affari ed il suo primo matrimonio (1986).

 

Il destino però gli riserva altre sorprese, non proprio belle, anzi. Aprile 1991: si opera di tumore al colon, a dicembre si sposa in seconde nozze con Stephanie Parlane-Moore. Il 15 febbraio 1993 annuncia di avere un tumore all’intestino.

 

Si spenge la luce della leggenda il 24 febbraio di quell’anno a Londra.

 

Nel 2008 il West Ham in suo onore ritirò la maglia numero 6.

 

A Bobby Moore venne eretta fuori da Wembley (il vecchio ed il nuovo) una statua in bronzo con sotto una targa dove si trova scritto:

 

CALCIATORE IMMACOLATO. DIFENSORE IMPERIALE.

EROE IMMORTALE DEL 1966.

PRIMO INGLESE A SOLLEVARE LA COPPA DEL MONDO.

FIGLIO PREFERITO DELL’EAST END DI LONDRA.

LEGGENDA DEL WESTHAM UNITED.

TESORO NAZIONALE.

MAESTRO DI WEMBLEY.

SIGNORE DEL GIOCO.

CAPITANO STRAORDINARIO.

GENTILLUOMO DI ALTRI TEMPI

 

 

Questo signori era Robert Moore, per tutti Bobby.

 

“Il mio capitano, il mio capo, il mio braccio destro. Spirito e cuore pulsante della squadra. Professionista supremo. Senza di lui l’Inghilterra non avrebbe mai vinto la Coppa del Mondo."

-ALF RAMSEY (C.T. Nazionale Inglese 1966)-

 

 

 

 

 

 

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

© 2016 Una Questione di Centimetri. Tutti i diritti riservati. Il sito è interamente ideato e realizzato da Ciro Ruotolo e Mario Bocchetti.

L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.