| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

16.

Scugnizzi

di Ciro Ruotolo

Ormai è chiaro a tutti.

C’è chi l’ha capito prima, chi dopo. Chi c’è arrivato solo dopo La Svolta.

Carmine, tra un paio d’ore, in via ufficiosa, chiederà a Severin di diventare il nuovo allenatore della Virtus.

Il Russo accetterà? Non accetterà?

Probabilmente no, ma non ne sono totalmente convinto.

E la telefonata tra Mastroianni e Mautone? Sapete com’è andata?

Beh, io sono l’unico che vi ha assistito e non immaginate con quanta forza avrei voluto prendere a calci nel culo quella merda di Moreno. Ma, purtroppo, non mi è concesso.

L’ex allenatore della Virtus prima è sembrato scioccato.

Una reazione da attore consumato.

Ha negato, ha negato e ha negato ancora!

Poi, compresa la situazione, ha messo in campo tutta la sua presuntuosa e irritante arroganza, sostenendo che non c’erano prove contro di lui, se non la testimonianza di un calciatore finito (si riferiva a Peppino, eh).

La cosa che mi ha fatto più rabbia è stata proprio questa.

Non l’accusa rivolta al capitano, ma quel suo atteggiamento da super uomo del cazzo.

Mautone sapeva benissimo che non si sarebbe arrivati mai a una denuncia, tanto meno ad un’azione legale, e che la cosa sarebbe morta lì, ma lui voleva comunque dimostrarsi intoccabile e inavvicinabile.

Un impunito impunibile.

E la cosa veramente fastidiosa, invece, è che il suo personaggio non abbandonerà mai la nostra storia.

 

Per quanto riguarda la squadra, vi renderete conto di quanto sia allo sbando quando saremo con i ragazzi.

Carmine, Salvatore e Peppino, in un primo momento, avevano deciso di tenere comunque gli allenamenti, ieri pomeriggio, sotto la provvisoria guida del magazziniere e del capitano, ma poi si è deciso di annullare la seduta, con un rapido giro di telefonate.

Questa mattina è stato contattato Severin.

Ma perché Carmine ha aspettato un giorno intero, prima di chiamarlo?

Non avrebbe potuto telefonargli ieri o, addirittura, già lunedì?

No.

E adesso vi spiego brevemente perché.

In primis, non sapeva che piega avrebbero preso le cose, prima dell’incontro con il presidente.

E quindi lunedì era da escludere.

Una volta risolta e chiusa la questione Mautone, Carmine aveva bisogno di tempo.

Severin gli aveva fatto un’ottima impressione fin da subito. In diverse occasioni, il Russo, aveva dato prova di possedere una buona conoscenza calcistica e a Carmine piaceva quel suo atteggiamento serio, quella sua aria pensierosa e quell’espressione tormentata e smaniosa al tempo stesso.

Tormentata, forse, dal suo passato.

Smaniosa di avere un’occasione per dimostrare, a se stesso, il proprio valore.

Ma tutto ciò non bastava: cos’aveva in mano?

Queste erano solo sue personali sensazioni.

Tutta la giornata di martedì era servita a Carmine per capire quanto, realmente, aveva intenzione di continuare con il suo piano.

Il suo piano d’azione, che in quelle ore si trovava d’avanti alla sua incognita più misteriosa.

Il Russo.

E il paradosso stava tutto nel fatto che Carmine non sapeva più cosa augurarsi.

Nel caso in cui Severin dovesse rifiutare l’offerta della Virtus, nella peggiore delle ipotesi, tutti sceglierebbero Peppino come guida tecnica della squadra.

All’opposto, con una sua risposta positiva, le cose avrebbero potuto assumere un’inaspettata, ma plausibile, piega negativa.

Severin può non essere tagliato per fare l’allenatore, come invece pensano Alessandro e Carmine, e così la squadra si vedrebbe condannata, quasi sicuramente, alla retrocessione.

Sì, sì, certo, anche con Peppino in panchina ci sarebbe questo rischio, ma si tratterebbe comunque di un rischio relativo, soprattutto se guardiamo l’intera faccenda dal punto di vista economico: quello del Russo sarebbe uno stipendio in più sulle spalle della società.

Paradosso.

Per giorni e giorni Carmine aveva immaginato Severin sulla panchina della Virtus e la cosa gli piaceva, molto.

Ma ora, all’atto pratico, non sapeva più cosa augurarsi.

 

“Sicuro di non volere un passaggio?”

“Sì”.

“Guarda che non entrerei con te, eh.

Se è questo che ti preoccupa. Ti accompagno e ti aspetto fuori”.

“Ti ho già detto di no.

Faccio due passi”.

“Come vuoi Sevè!”

“Anzi, sarà meglio che vada se non voglio rischiare di far tardi”.

Alessandro si chiedeva cosa pensasse l’amico.

L’ex portiere immaginava quale fosse il motivo dell’incontro e non riusciva a vivere con la cosa con la dovuta tranquillità.

Conosceva bene Severin e aveva paura che all’eventuale proposta della Virtus, lui avrebbe risposto in modo frettolosamente negativo.

Possibile?

Sì.

“Io vado. Ci vediamo dopo”.

“Non fare il coglione Sevè”.

Il Russo lo guardò con aria interrogativa.

Possibile non intuisca le cause che hanno spinto Carmine a contattarlo? Pensò Alessandro dubbioso.

“So già cosa gli dirò e quale sarà la mia risposta”.

E mentre pronunciava quelle parole aveva già aperto la porta di casa.

Severin uscì.

 

Ovviamente chi non conosce l’ambiente del calcio dilettantistico, soprattutto quello meridionale, troverà tutta questa situazione maledettamente forzata e, a tratti, assurda.

Vi sbagliate.

Mentre Severin si fa la sua bella passeggiatina fino al campo della Virtus, noi, io e voi, chiariremo qual è il contesto in cui ci stiamo muovendo.

Siamo in provincia di Napoli, questo l’avete capito tutti, sin dalle prime battute.

L’attuale presidente della Virtus, Nicola Mastroianni, è subentrato alla vecchia e scellerata dirigenza, rilevando la società sull’orlo del fallimento, circa due anni fa.

Con grande orgoglio ne ha risanato il bilancio e ha sempre posto, alla base del suo progetto, correttezza e rispetto nei confronti di tutti quelli che, con lui, hanno sposato la causa della squadra.

Carmine da anni ne è il magazziniere tutto-fare ed è stato lui a mettere in contatto Nicola e Salvatore Esposito, il direttore, e sempre grazie a lui, dopo un anno di transizione, con una salvezza raggiunta all’ultima giornata, quest’anno la Virtus vantava una formazione di tutto rispetto. Pronta, per organico e individualità, ad assaltare le prime posizioni del campionato.

La scelta dell’allenatore, la scelta di mettere in panchina Moreno Mautone era stata avallata da tutti (con qualche perplessità da parte di Carmine) e proposta dal presidente Mastroianni, che, però, lo conosceva solo di nome.

La situazione della Virtus è inequivocabile.

La squadra è ultima in classifica a qualche punto di distanza dalla penultima. Il malumore serpeggia prepotente tra i tifosi. I ragazzi ogni domenica scendono in campo demotivati, rassegnati a quella che ormai sembra una retrocessione scontata.

L’attuale condizione economica non desta particolari preoccupazioni. Il presidente ha le spalle larghe e sa come muoversi dal punto di visto imprenditoriale.

Non a caso il suo mobilificio di famiglia, ereditato con grossi buchi in bilancio, è sul mercato da più di mezzo secolo e grazie al suo fiuto per gli affari oggi è tra le maggiori aziende in Campania, per fatturato e credibilità.

Ma, nonostante ci siano i presupposti, quelli economici, per sperare in una rimonta, nessun allenatore di categoria sposerebbe un progetto che rischierebbe di trasformarsi, prima della fine del campionato, in una matematica retrocessione, con conseguente smantellamento della squadra.

Le alternative sono davvero poche.

La scelta più logica, meno coraggiosa, sarebbe quella di puntare su Peppino come allenatore/giocatore, risparmiando, così, un altro stipendio, ma ciò significherebbe avere uno dei pilastri della squadra a mezzo servizio e a conti fatti, probabilmente, il gioco non varrebbe la candela.

Cosa fare quindi?

Mettersi nelle mani di uno sconosciuto, per metà russo e per metà italiano, con alle spalle un’insoddisfacente carriera tra semi-professionismo e dilettantismo, interrotta troppo presto a causa di irrisolvibili problemi fisici, e che in più non conosce l’ambiente, sembra una follia.

E non parlo solo dell’ambiente in quanto Virtus et Spes, ma, in senso più ampio, del contesto che riguarda il calcio dilettantistico meridionale.

Intendiamoci, l’Italia è spaccata in due anche sotto questo punto di vista.

Enormi sono le differenze che contraddistinguono il nord calcistico dal sud calcistico, soprattutto nelle categorie più basse della nostra federazione, perché enormi sono le differenze sostanziali tra nord e sud.

Ripeto: e quindi cosa fare?

Se anche Carmine nutre forti e segreti dubbi sulla riuscita di una scelta simile, come potremmo noi, io e voi, crederci senza neanche porci delle domande?

Ma il problema è e resta uno solo, irrisolvibile, grosso quanto un campo da calcio: la Virtus non ha alternative.

E alla fine ci ritroviamo tutti, brillante magazziniere compreso, aggrappati all’intuizione che ci ha portati a questo punto della storia, sperando non si riveli un deprimente epilogo fallimentare.

 

Severin è ormai arrivato allo stadio.

Il grande cancello dell’ingresso principale è aperto.

Non sa bene cosa fare.

Sei stato invitato, perché non entri?

Sono in anticipo.

A nessuno importerà. Sai che sono disperati. Hanno addirittura chiamato te, per sostituire il vecchio allenatore. Non dirmi che non l’avevi capito.

Io non accetterò.

Silenzio.

Non accetterai? Il solito codardo.

Sparisci.

Sei un codardo. Hai sempre pensato di poter far meglio di quel Mautone. Dimostralo.

Sparisci.

Entra.

Sparisci.

“Eccoti quaa Sevè. Vienii entraa, andiamoo.”

Carmine era impaziente. Camminava nervosamente, su e giù, per il lungo corridoio esterno, quello che dal grande cancello principale porta all’entrata degli spogliatoi.

In lontananza, aveva notato Severin, bloccato sulla soglia dell’ingresso allo stadio.

E camminando verso di lui, gli aveva urlato il suo invito.

Ora era solo a pochi passi. Severin era immobile.

“Sevé?”

Eccolo.

“Ah, ciao Carmine, scusa, sono un po’ in anticipo. Io…”

“Aaahh e che so sti cos’, sti formalità. Vieni, entra”. E mentre gli parlava, il magazziniere lo prese per un braccio.

Severin, scrollandolo con un rapido movimento, si liberò dalla gentile, quasi affettuosa, presa di Carmine.

Il silenzio piombò tra i due, pesante come un’umiliante sconfitta.

Erano soli.

Carmine dentro, Severin fuori.

Divisi solo da pochi centimetri.

Il magazziniere inchiodò i suoi occhi in quelli del Russo.

Si scrutavano. Si studiavano.

Due pistoleri pronti ad affrontarsi in duello. Ecco cosa sembravano.

Si sarebbero voltati, schiena contro schiena, avrebbero contato dieci passi, uno nella direzione opposta a quella dell’altro, per poi esser di nuovo faccia a faccia e far fuoco.

Un duello.

Il sangue, una ferita probabilmente inguaribile, uno sconfitto.

Ma Carmine aveva altri piani. E ora ne era assolutamente certo.

In qualunque modo sarebbe andata, alla fine, voleva Severin sulla panchina della Virtus.

Voleva il pistolero russo a guidare la sua squadra verso la grande rimonta. O almeno a provarci.

“E vabbuò Sevè, se vuoi restare fuori, restiamo fuori.

Anzi, o saje che facimm’?

Mo ci andiamo a fare una bella passeggiata.

Vien’ cu mmè.”

Severin abbassò lo sguardo, per rialzarlo velocemente.

Non si aspettava questa proposta. Non si aspettava una reazione simile da parte di Carmine.

“Solo un momento che accosto il cancello. Non lo chiudo che tanto ci sta il direttore nel suo ufficio e tra poco cominceranno ad arrivare i ragazzi”.

“Ascolta Carmine…”

“Eh no Sevè, nun è o mument’ e parlà. Mo s’addà sul camminà.

Vien’”.

Stavolta il magazziniere allungò il braccio per sfiorare appena quello di Severin e indicargli la direzione da prendere.

Allor’ nun e capit’ nient’ guagliò. Qua il gioco lo faccio io. E si tu ca ‘e sta a sentì a me. Pensò Carmine.

“Andiamo”.

I due camminavano fianco a fianco, senza dire una parola.

I minuti trascorrevano, tranquilli.

Camminavano come se non ci fosse stato nessun altro per strada.

Il clima tra i due, ora, era in qualche modo sereno.

L’atmosfera che li avvolgeva era quella che abbraccerebbe due grandi amici che non sentono il bisogno di riempire, con inutili parole, il piacevole silenzio che li circonda.

Non c’era imbarazzo, in quel silenzio. Non c’era impazienza, non c’era tensione.

Camminarono fino ad arrivare alla grande piazza della cittadina.

Lì, in un angolo di quell’enorme spazio, tra due grandi palazzi , ogni pomeriggio, ci sono quattro bottiglie d’acqua e alcuni ragazzini con un pallone.

Le bottiglie sono in plastica, piene almeno per metà. Disposte a due a due, a formare le porte di un affascinante e improvvisato campetto da calcio.

Oggi i ragazzini sono in sei, per il più classico dei tre contro tre a portieri volanti.

“Io spesso vengo qua.

A pensare, quando è il momento di prendere decisioni importanti.

Gennarino, Armando, Ciccio, Umbert’, Vittorio e Ciruzz’ fino a qualche anno fa giocavano in questa piazza.

E dovevi vedere Gennarin’, Sevè.

Nun c’ sta nient’ a fa. Portieri si nasce. Lo dovevi vedere come volava su queste mattonelle, sull’asfalto, sulle pietre. Nun s’ mettev’ paur’ e nient’!

Parev’ na scign’.”

Pausa.

La voce di Carmine suonava alle orecchie di Severin come una lontana melodia nostalgica.

“E Ciruzz’, Sevè. Ciruzz’!

Entrava in scivolata come ste stesse giocando sull’erbetta. Sempre a prendere la palla.

E quanti pantaloni ha stracciato, qua sopra, p’ fa nu recuper’ megl’ e Fabio Cannavar’.

Io penso che quei due sono fatti per arrivare in alto.

Cu’ nu poc’ e furtun’ e una buona guida, tra una paio d’anni farebbero la differenza pur’ in serij C”.

Pausa.

Severin fissava i ragazzini giocare.

Senza distogliere mai lo sguardo ascoltava le parole del magazziniere.

“Ciccio e Vittorio sono due bei centrocampisti, per la categoria, pure se sono ancora acerbi. Ma tropp’ casinist’.

E Armand’, secondo me, è il terzino più forte del nostro girone.

Senza mettergli fretta, piano piano, si dovrebbe puntare su questi ragazzi.

E poi te l’ho sempre detto, a squadr’... verament’ è bon…”

A squadr' verament' è bon’.

Ricordava perfettamente la sua prima, vera, chiacchierata con Carmine. E spesso aveva ripensato alle parole del magazziniere.

A squadr' verament' è bon’.

“Venire qua mi rilassa. Mi fa stare bene, Sevè.

Mi ricorda perché sto ancora appresso alla Virtus.

Mi ricorda perché non posso stare senza calcio.

Questi bambini, Sevè. Questo è il calcio.

Questo è il gioco più bello del mondo. Solo che spesso la gente se lo scorda.

È un gioco e si dovrebbe vivere così. Per quello che è.

Sconfitte, vittorie, pareggi, tifosi, partite comprate e partite vendute.

Campionati, promozioni, retrocessioni.

Delusioni, grandi imprese e belle esultanze.

Alla fine non conta niente, se non si gioca per giocare.

Vorrei sentire un allenatore domandare, ogni tanto, ai propri ragazzi, alla fine dell’allenamento o alla fine di una partita, se si sono divertiti.

Sevè nel calcio non si diverte più nessuno.

Si pensa solo allo stipendio da prendere a fine mese, a come fottere l’avversario, e a come sfotterlo se si riesce a fotterlo.

Ma qua Sevè, qua, vedi il gioco del calcio”.

Severin non sapeva cosa dire, non sapeva cosa rispondere. Era frastornato, stordito, confuso.

La forza delle parole di Carmine, le sue lucide e sincere considerazioni, ti spiazzavano e ti obbligavano ad ascoltarlo in religioso silenzio.

“È questo il posto Sevè.

Avevi ragione tu.

Se io prima ti avessi… diciamo …convinto ad entrare, le cose si sarebbero risolte in un solo modo Sevè. Tu forse mi saresti stato a sentire, per educazione, è così, e mi avresti detto che non ti interessava, che non vedevi motivo per accettare la mia proposta.

Ma qua Sevè, qua, è un’altra storia.

Qua io non ti devo fare nessuna proposta.

Tu lo sai bene perché ti ho chiamato stamattina.

Ma ho cambiato idea.

Noi non abbiamo bisogno di un allenatore. A noi non ci serve un allenatore, Sevè”.

Severin era spiazzato, non riusciva più a seguire Carmine.

“Noi abbiamo bisogno di un amico.

Un amico che vuole condividere con noi la gioia e il divertimento del gioco che amiamo.”

Il Russo staccò i suoi occhi dai ragazzini e cercò quelli di Carmine.

Un amico.

Una forte emozione cominciò a scorrergli nelle vene.

L’emozione di quel primo calcio dato al pallone.

L’emozione del primo completino indossato. L’emozione del primo paio di scarpini.

L’emozione del suo primo allenamento.

La raggiante felicità provata ogni volta che scendeva in campo.

La condivisione di quella felicità che rende migliore ogni essere umano.

Un amico.

Si guardarono, solo per pochi secondi.

Severin si sfilò la felpa e la lasciò cadere a terra.

Si buttò tra quei ragazzini che aveva fissato per un tempo indefinibile, indefinito.

Qua si è lontani dalla cronologica noia degli eventi.

Intercettò il pallone. Controllo di piatto e stop di pianta.

I bambini lo guardano come se fosse matto.

“Uè, ma c’ fai? Lasc’ o pallon’. Stiamo 1-1, e tu stai in mezzo al campo. E il pallone è nostro, ja spostati”.

Severin cominciò a palleggiare, fingendo di ignorare i sei ragazzini.

La sua tecnica era precisa, elegante, bella.

Come spesso accade, i sei giocatorini, cominciarono a guardarlo.

Ad ammirarlo.

Chi aveva parlato ora era stregato dai tocchi di Severin.

Erano tutti attorno a lui.

Il Russo sorrideva.

Qua siamo fuori dal tempo.

Tornò bambino.

Ricominciava a divertirsi.

Mentre palleggiava si avvicinò a Carmine.

Il pallone era incollato ai suoi piedi.

“Ueeèè, ma arò staje jenn’?! O pallon’ è o nuost’!!!”

Severin guardava solo Carmine. Meno di mezzo metro a dividerli.

“Allora Carmine. Dicevamo…

Un amico.

L’idea mi piace. Molto”.

Palleggiava.

I bambini non sapevano cosa fare, o dire, per riprendere il pallone e ricominciare a giocare.

Il più sfrontato e coraggioso dei sei, quello con la lingua lunga, si lanciò verso il Russo, l’attaccò alle spalle.

Severin, rimettendo la sfera a terra, lo evitò con superba grazia.

Pianta, interno piede, poi esterno, e il suo avversario ruzzolò a terra.

Carmine, anche lui, era stregato.

“Mi piace davvero tanto.

E si parlava di divertimento, se non sbaglio.

Io ci sto.

Ci sto, se tu, adesso, giochi con me. Uno per parte. Partitella, si riprende dall’1-1!”

E gli passò il pallone.

Carmine in modo maldestro fermò la sfera. Non era mai stato un fine giocoliere, come Severin.

Ma la sua reazione fu istantanea, vera, genuina.

Ripassò il pallone a uno dei sei.

“Ueeeè, ragazzi, io e questo mio amico ci vogliamo divertire un po’. Siete veramente bravi.

Possiamo giocare con voi? Facciamo uno con una squadra e uno con quell’altra.

Allor’, si può fare?”

Lingua Lunga corse in campo, riconquistò il pallone. Guardò velocemente il resto dei suoi compagni.

“E vabben’. Ma quello con la barba viene con me!”

La partita riprese.

Tante risate, pura gioia, divertenti esultanze a ogni goal segnato!

La squadra del Russo vinse per dieci reti a sei.

Un grande match equilibrato. Durò solo qualche minuto. Il campo era piccolino e Carmine aveva già il fiato corto, ma mise a segno una bella tripletta.

Severin restò a secco. Il suo nome non venne scritto sul tabellino dei marcatori. Ma si era divertito come non succedeva da anni.

Per primo si allontanò dal campetto. Carmine lo seguì, quasi saltellando.

“Oè, ma dove vai? Ci devi dare la rivincita”.

Stavolta non fu Lingua Lunga a parlare, ma uno dei ragazzini che aveva avuto la grande sfortuna di giocare in squadra con il magazziniere.

“Jaaa, sì, gli dobbiamo dare la rivincita. Vien’ ca o’ barbò!”

Severin raccolse la sua felpa e parlò ai sei bambini.

“Ora non possiamo, ma vi prometto che torneremo a giocare con voi!”

“Eh vaaabbeè”

“Sese, e chi ci crede”

“Jaaa, non ci vuole niente. Solo un’altra!”

“Ve lo prometto. Appena possibile , io e la mia squadra vi daremo la rivincita”.

A Lingua Lunga toccò l’ultima parola.

“E vabbuò, tanto noi qua stiamo, tutti i pomeriggi! Cià barbò. Si fort’!”

Severin gli sorrise, infilò la sua felpa e li salutò.

Il magazziniere lo imitò e aggiunse, rivolto alla sua di squadra: “Tant’ a prossima vot’, a partit’ a vincimm’ nuje guagliù!”

 

“E adesso, che si fa?”

Gli occhi del Russo brillavano. La sua voce era calma, ma allegra.

“Adesso andiamo al campo Sevè.

Devi conoscere i ragazzi.

Ma prima devo spiegarti un paio di cose”.

Severin guardò Carmine con vivace impazienza.

“Sevè il presidente è una brava persona e sono convinto che con te nella nostra squadra e un po’ di lavoro usciremo da questa situazione.

Mautone non è stato mandato via per i risultati negativi.

Grazie a Peppino, il nostro capitano, abbiamo scoperto che le partite erano truccate.

Non voglio dire che con una persona onesta in panchina ora stavamo al primo posto, ma sicuramente non eravamo ultimi Sevè. O saje… a squadr’ è bon’”.

Severin decise di non condividere con Carmine quelle che erano state le sue sensazioni al riguardo. Lasciò continuare il magazziniere senza interrompere.

“Peppino e Mautone non erano gli unici d’accordo in questa situaizione.

Stefano, il nostro vice-capitano, il difensore centrale, e Federico, il primo portiere, hanno dato una grossa mano all’ex allenatore, fin dall’inizio.

La società non ha preso nessuna decisione su questi tre.

Il presidente in persona ha detto che la nostra nuova guida tecnica doveva sapere tutto e decidere come comportarsi. Te l'ho detto Sevè, è una brava persona. L’avevo giudicato male. Deve solo fare esperienza.

Io non ti voglio dire quello che devi fare, se sei sempre convinto di essere dei nostri, ma un piccolo consiglio te lo voglio dare e ti voglio parlare come un fratello.

Prima di tutto devi decidere tu se dirlo anche al resto della squadra e come ti vuoi comportare, ma devi capire che Peppino non è fatto della stessa pasta di Mautone e forse neanche gli altri due, anche se non ci giocherei qualcosa di soldi.”

Severin ascoltò attentamente le parole di Carmine.

Dopo pochi secondi di silenzio, parlò.

“La situazione non è delle migliori e non so ancora bene cosa mi piacerebbe fare.

Ti ringrazio per i consigli che mi hai dato, per aver riassunto la faccenda senza inutili commenti.

Ma un paio di cose, prima di andare avanti, voglio dirle anche io.”

I due camminavano, fianco a fianco. Lo stadio, ormai, era ben visibile, distante poche centinaia di metri.

“Il mio unico obiettivo, ora, è dare una mano alla squadra a rialzarsi. So che non è facile e per questo devo chiederti un enorme favore.

Accetterò la vostra proposta solo a due condizioni.

La prima è che ti voglio come mio secondo.

So che tu allo stadio ti occupi di tutto, fai da magazziniere, barista e altro. Ma vorrei mettere in chiaro che dovrai sentirti libero, in qualsiasi momento, di dire la tua, sulle mie scelte e su tutto quello che riguarda i ragazzi.

Questa è una cosa sulla quale non ho intenzione di contrattare.

E per te non sarà un diritto, ma un dovere.

La seconda non riguarda me, o te.

Non conosco la situazione economica della squadra e forse non è neanche giusto parlarne adesso, ma so che mi posso fidare di te e che le mie parole non verranno fraintese”.

Carmine l’ascoltava, emozionato e curioso.

“Ecco, te lo dico come lo dirò anche al presidente.

Ho tutta l’intenzione di dividere il mio ingaggio con Alessandro, di qualsiasi cifra si tratti.

Gli devo molto. Qui a Napoli sono suo ospite da tempo. Ma non è per questo che lo faccio.

Il portierino ha del potenziale. Come dicevi anche tu, poco fa.

A lui serve un preparatore dei portieri in gamba e alla Virtus serve un portiere affidabile e con le palle.

Allenandosi con Ale migliorerà in tempi brevissimi ed è quello che ci serve”.

Severin parlò delle sue condizioni senza pause, senza tentennamenti, e con grande umiltà.

L’idea di dividere il suo stipendio, senza neanche conoscerne l’entità, rese Carmine orgoglioso, molto più della prima richiesta.

Orgoglioso della decisione che aveva preso. Orgoglioso di avere, finalmente, Severin in panchina.

Ma ci sarebbe stato tempo per discuterne e questo non era, di certo, il momento più adatto.

E ovviamente non era con il magazziniere che avrebbe discusso i termini del suo accordo con la società.

 

Eccoli arrivati allo stadio.

I ragazzi erano nello spogliatoio, ansiosi di conoscere il nuovo allenatore.

Nel gruppo, due assenti.

Federico e Stefano.

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