| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

12.

Stammi a sentire

di Ciro Ruotolo

“Salvatò stammi a sentire, noi con quello in panchina facciamo una brutta fine. Salvatò stiamo a un punto, uno solo, Salvatò, in nove partite. Dobbiamo fare qualcosa. Devi fare qualcosa…”.

“Non è una situazione semplice e lo sai bene.

Ad esempio, sai benissimo che Mautone è un uomo del Presidente e che difficilmente lo manderà via, perché sai anche che non ci sono soldi per prendere un altro allenatore e che ben presto, potremmo perdere i pezzi migliori che abbiamo in rosa”.

“Appunto direttò, appunto, proprio per questo le cose devono cambiare. Tu lo sai meglio di me che questa è una bella squadretta, l’abbiamo tirata su io e te, l’abbiamo costruita noi!”

“Credi che questa situazione non preoccupi anche me? E poi, a due mesi dall’inizio del campionato chi credi verrebbe sulla nostra panchina? Chi si assumerebbe una responsabilità tanto pesante?

Come hai detto tu, abbiamo un solo punto in nove gare, nessun allenatore avrebbe il coraggio di fare un salto nel buio tanto avventato. Non ci sono soldi, la squadra potrebbe essere smantellata alla fine del girone d’andata, non ci sono certezze d’alcun tipo, chiunque avrebbe troppo da perdere”.

“E se ti dicessi che io ho per le mani la persona che farebbe al caso nostro?”

Il direttore sportivo della Virtus, Salvatore Esposito, visibilmente spiazzato, non riusciva a capire.

Non riusciva a immaginare chi potesse, almeno considerare, un’offerta del genere.

Per un attimo, una lunghissima frazione di secondo, pensò addirittura che il capacissimo e intelligente magazziniere stesse per promuovere se stesso come valida alternativa all’incompetente Mautone.

Certo, in parte, nei fatti, la cosa, l’esaltava. Le capacità di Carmine non potevano esser messe in discussione. Le sue conoscenze calcistiche, il suo modo sincero e genuino di affrontare qualsiasi tipo di situazione e il suo ruspante savoir-faire avrebbero giovato sicuramente alla Virtus, come a qualsiasi altra squadra di provincia.

Anche lui conosceva, perfettamente, le circostanze che portarono la Real Giuglanese a conquistare la promozione, vincendo il campionato, e l’immenso apporto che Carmine Vorzillo diede alla vittoria di quell’eccitante scontro diretto e quanto, il suo lavoro nell’ombra, al fianco di mister Seberini, durante tutta la stagione, fu determinante per compiere quell’incredibile impresa.

Ma se nei fatti una simile eventualità lo incuriosiva e lo stuzzicava piacevolmente, sulla carta ne riconosceva l’impossibile realizzazione.

In primis il Presidente, stupido e tarato com’era, non avrebbe mai accettato una cosa del genere, poi, ormai, tutti conoscevano e rispettavano Carmine per quel che era: un semplice magazziniere che all’occorrenza elargiva comodi e decisivi consigli tecnico-tattici, lontano dalle luci della ribalta, lontano dai riflettori, lontano da qualsiasi tipo di riconoscimento.

Come il più abile dei ghostwriter, Carmine Vorzillo, continuava con incredibile umiltà, in silenzio, a scrivere storie avvincenti e vincenti, per conto o con la collaborazione di questo o quell’altro allenatore, che come subdoli e furbi parassiti succhiavano, avidamente e comodamente, linfa vitale dall’abile e fresca dote del magazziniere.

Carmine, intuendo una parte dei pensieri che correvano veloci nella mente del direttore, vi pose subito un freno, mettendo in chiaro la sua posizione, alla sua maniera.

“Salvatore, da quanto tempo ci conosciamo noi?

Ormai non lo ricordo neanche più.

Tu sai benissimo che tipo di persona sono e qual è il mio pensiero sulla situazione della nostra squadra. E sai anche che, in generale, io non riesco a tenere la bocca chiusa.

Devo parlare Salvatò, devo dire la mia, m’aggià sfugà.

E un’altra cosa che sai è che io non sono fatto per stare seduto in panchina. Io devo essere libero di andare dietro la porta del nostro portierino se la squadra avversaria sta per tirare un calcio di rigore, devo essere libero di correre sulla tribuna avanti e indietro.

Io la partita me la devo vivere, come se stessi in mezzo al campo, perciò, quando ti dico che ho la persona giusta per le mani, non devi pensare che mi sto candidando, con qualche giochetto, a prendere il posto di quel Mautone.

Ma tu queste cose le sai, lo so.

Io parlo di qualcun altro, qualcuno che potrebbe risollevarci, qualcuno che, Salvatò, di calcio ne capisce, è una cosa che vedi subito.

E tu, Salvatò, hai la possibilità di dargli un’occasione.

O sapimm’ ca o President’ nun capisc’ nient’, ma a te t’ sta a sentì, o saje buon’.

Salvatò iss t’ sta a sentì e tu mo e sta sentì a me: stu guaglion’ è robba bon’ e nun ten’ proprij nient’ a perder’, lo devi conoscere Salvatò. Ci devi parlare. Lui deve essere il nostro allenatore.

Tu ti fidi di me?

E allor’ stamm’ appost’, è fatta!”

Salvatore ascoltò con paziente attenzione il monologo dell’amico. Restò qualche secondo in silenzio, ammirandone la schietta personalità. Ma nonostante la grande ammirazione che provava per l’uomo che gli sedeva di fronte, cominciò a scuotere lentamente la testa.

L’ufficio del direttore Esposito era piccolo e arredato con cura spartana. La scrivania che divideva i due amici era posizionata al centro della stanza, mentre una grossa finestra ne illuminava la superficie, inondando di luce i profili tesi e seri di Carmine e Salvatore. Un’enorme foto campeggiava sulla parete opposta al grande buco luminoso, che affacciava direttamente sul manto erboso del campo. La foto ritraeva l’undici titolare della Virtus , nella più classica e stereotipata delle pose. Sei ragazzoni in piedi, ognuno col braccio del compagno poggiato sulle proprie spalle, mentre altri cinque erano seduti sui talloni o inginocchiati ai piedi dei primi sei.

Un malandato climatizzatore era fissato alle spalle di Salvatore, ma secondo l’opinione di Carmine, questo, non faceva che diffondere nella stanza una tiepida aria fastidiosa che, invece di migliorare la situazione, non faceva che rendere l’atmosfera più umida e appiccicosa.

La porta alle spalle del magazziniere era chiusa. La cosa stava ad indicare che il direttore non voleva esser disturbato, per nessun motivo. Tutti lo sapevano, incluso l’incapace e borioso presidente.

“Carmine, come ho già provato a spiegarti, la situazione non è facile. Per come stanno le cose adesso, non possiamo prendere e cambiare allenatore, non ora. Non nelle nostre condizioni.

Più di una persona, qui, vuole concedere a Mautone altro tempo perché questa è la scelta più comoda, quella più semplice da portare avanti. E sai anche che non spetterebbe di certo a me l’ultima parola nel caso in cui si decidesse di cambiare la guida della squadra”.

“Ma almeno potresti cominciare a mettere in discussione Moreno e il suo modo di portare avanti le cose. Stiamo parlando di un incapace, è sotto gli occhi di tutti, ci sta trascinando a fondo.

Te l’ho detto, così non si può andare avanti”.

“Ma così si farà, almeno per adesso”.

Un’espressione di comica impotenza andava disegnandosi sul viso di Carmine, quando, d’improvviso, parve colto da una geniale intuizione.

“Ci sono! Facciamolo fuori noi, portiamo la squadra dalla nostra parte. Tra lui e i ragazzi non scorre buon sangue, serve solo una valida miccia e l’esplosione è garantita. Si sa che sono i calciatori, prima di tutto, a decidere le sorti di un allenatore. Dobbiamo solo fargli capire che avrebbero il nostro appoggio nel caso decidessero, spontaneamente eh… di voltare le spalle a Mautone.

E quando finalmente sarà fuori gioco lui, allora non potrai rifiutare la mia proposta.

A quel punto…” disse Carmine, quasi mormorando, come se non si rivolgesse a Salvatore, “…a quel punto ti farò la mia proposta…”.

“Carmine, ti ho già detto, più volte, che nessuno accetterebbe di allenare la Virtus, ci troveremmo senza un allenatore. Tu non sai che parli. Qui non c’è nessuna proposta da fare, a nessuno”.

Salvatore non si era reso conto di aver alzato la voce, sempre di più, in un crescendo di passionali emozioni. Ormai erano anni che non discuteva in quel modo con Carmine. Con il suo impulsivo nervosismo aveva trasformato quello che era stato solo uno scambio di opinioni, come tanti ce n’erano stati prima di allora, proprio in quell’ufficio, in un alterco privo di qualsiasi reale giustificazione, senza alcun motivo.

Ma Carmine conosceva da troppo tempo l’amico, per restar sorpreso da una simile reazione.

Scoppiò a ridere.

Il direttore Esposito squadrò il simpatico magazziniere come se fosse impazzito.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque secondi e la contagiosissima risata di Carmine prese il sopravvento su tutto, sull’inutile e puerile nervosismo, sulla tragica condizione in cui si trovava la squadra, coprì ogni cosa, come un’inaspettata ventata d’aria fresca in una giornata troppo afosa.

Salvatore dapprima sorrise, poi com’era capitato a Severin solo due giorni prima, non resistette alla tentazione di lasciarsi andare e prese a ridere con l’amico.

Ritornarono bambini. Capita a molti.

I loro volti erano genuini e sereni, la loro risata spontanea e sincera, quel tipo di risata che si condivide con un ristretto numero di persone.

Carmine fu il primo a ricomporsi, si fece serio e la sua voce risuonò attraente e sicura nel piccolo ufficio del direttore. “Aaah, Salvatò, sappiamo entrambi che Mautone sarà messo alla corda e finalmente avremo un allenatore vero, Salvatò. Se solo tu l’avessi visto, se solo tu ci avessi parlato.

E a vuò sapè na cos’?

È russo Salvatò”.

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