Stella Rossa, quando lo stadio diventa un (vero) campo di battaglia

Stella Rossa, quando lo stadio diventa un (vero) campo di battaglia

di Francesco Cositore, 13 Maggio 2016

Il primo posto della classifica delle tifoserie più calde d’Europa non può che essere assegnato alla città di Belgrado, in Serbia, e in particolare alla Stella Rossa, una squadra la cui fama e importanza storica sono evidenti anche a chi nel mondo del calcio si sta appena affacciando. Ma qui siamo ben lontani da toni celebratori, perché da celebrare c’è ben poco. La passione dei tifosi del Crvena Zvezda (questo il nome serbo) non è etichettabile come semplice “calore”, e questo pure dovrebbe essere abbastanza noto a chi invece il calcio lo segue da un po’. Il motivo, per chi non lo sapesse, è semplicissimo: Belgrado è sempre al centro delle cronache sportive a causa della violenza dei tifosi delle due squadre principali, vale a dire il Partizan e appunto la Stella Rossa. Ma se per il Partizan il discorso violenza è relativo giusto al derby cittadino, per la Stella Rossa non è così, tant’è vero che la rivista inglese Talksport l’ha eletta la “tifoseria organizzata più violenta d’Europa”.

 

In Serbia lo chiamano “derby eterno”, e in effetti sembra durare da sempre. L’odio tra le due tifoserie è talmente forte che fin dagli inizi i tifosi della Stella Rossa si sono dichiarati “Delije”, “gli eroi”, in netta contrapposizione ai “Grobari”, “i becchini”, nome dato a quelli del Partizan che già fa capire quanta simpatia ci sia tra le parti. Ma se all’inizio questa era una normalissima rivalità calcistica, ben presto si sarebbe trasformata in una guerra senza fine. È infatti negli anni ’50 del secolo scorso che iniziano a nascere i primi gruppi ultras della storia del calcio, proprio nell’ex Jugoslavia. E tra i primi c’è proprio quello del team rosso-bianco, che fin da subito si lega però ad un’ideologia politica di estrema destra, cosa in realtà comune a molte tifoserie di quell’area per una sorta di reazione al regime comunista. Tuttavia, l’ideologia politica poco c’entra con gli scontri prima, durante e dopo ogni derby, che ogni anno costringe ad un impiego massiccio delle forze dell’ordine, che comunque non riescono ad evitare scontri talmente forti da provocare rinvii e ritardi del match quando va bene, morti e feriti quando va male (cioè il più delle volte). Praticamente il derby eterno è solo un sfogo per i violenti, e col calcio ha sempre meno a che fare. Ma se finora credete che queste siano cose comuni a molti campionati del mondo, aspettate di leggere i fatti di cronaca (nera).

 

Siamo al 17 settembre 2009, si gioca Partizan-Tolosa, valida per la prima giornata della fase a gironi di Europa League, ma la partita è macchiata dal sangue versato nelle ore che precedono il fischio d’inizio: in tarda mattinata, dei tifosi della squadra francese hanno subito una brutale aggressione da un commando di tifosi serbi armati con mazze di ferro e mazze da baseball. Picchiano duro e colpiscono chiunque, ma si accaniscono ben presto sul 28enne Brice Taton, che prima perde i sensi e poi viene anche lanciato giù per una scalinata. Le ferite lo uccidono in dodici giorni. Ma questo tragico episodio, che riempie di vergogna la Serbia intera, ha preceduto di appena settantadue ore un’altra gravissima situazione che ha messo il governo in imbarazzo davanti all’Europa, ovvero la cancellazione del gay pride di Belgrado del 2009 perché le forze dell’ordine non riuscivano a garantire l’incolumità dei partecipanti. Sarebbe stata la prima “marcia arcobaleno” dopo quella del 2001, conclusa con una marea di feriti anche per colpa della stessa polizia. E indovinate chi c’è dietro a tutti questi eventi? Esatto, i gruppi ultranazionalisti e loro, gli ultras della Stella Rossa, accompagnati da quelli del Partizan. Seguiranno ancora altre violenze contro cittadini stranieri, e ciò costringe lo stato al pugno durissimo, con la richiesta di 40 anni di carcere per tutti i responsabili della morte di Taton, che ha disgustato tutti i cittadini serbi lontani dal mondo degli hooligans. Duole dire che però è servito a poco, perché ogni anno i tifosi della Stella Rossa (più di quelli del Partizan) si rendono protagonisti di episodi simili, con Belgrado che va a fuoco ogni volta che c’è il derby e diventa blindatissima ad ogni gay pride. Lo stato serbo sta facendo di tutto per arginare il fenomeno, anche perché la UEFA chiede misure adeguate per arginare la violenza legata al calcio e l’Unione Europea chiede espressamente di tutelare i diritti delle minoranze sessuali, quindi il governo deve per forza proteggere chi vuole manifestare ai gay pride.

 

Il quadro si fa ancora più fosco se consideriamo che diversi giornalisti serbi raccontano come le tifoserie del Partizan e della Stella Rossa facciano poi fronte comune con quelli del Rad, squadra minore di Belgrado i cui sostenitori hanno aperte simpatie neonaziste, che vanno a costituire delle vere e proprie bande malavitose, i cui membri sono per lo più giovani dediti allo spaccio di droga o al racket. Secondo quanto racconta Vuk Cvijic, cronista del Blic, ci sono addirittura delle vere e proprie prove da superare per entrare in queste bande, ma non finisce qui: i tifosi, in particolare quelli della Stella Rossa, hanno un’influenza determinante nella politica della squadra, sono presenti nel consiglio di amministrazione dei club ma soprattutto utilizzano la minaccia fisica costante. Un esempio? Nel 2004 il direttore tecnico della Stella Rossa, Dragan Dzajic, si dimette ufficialmente per motivi di salute. Guarda caso pochi mesi primo gli ultras della squadra avevano chiesto la sua testa per l’eliminazione dalla coppa Uefa.

 

E tornando ancora più dietro nel tempo si scopre che molti gruppi organizzati della tifoseria della Stella Rossa sono stati tra i più attivi negli ultimi drammatici anni di vita dell’ex Jugoslavia, partecipando alle varie guerre e risultandone anche fomentatori. Tutto questo ha ovviamente ben poco a che vedere col calcio e riguarda la politica, ma è giusto capire che questo calore così decantato dei tifosi serbi ha radici ben più profonde.

 

Tuttavia, al lato fortemente oscuro possiamo comunque contrapporre (per fortuna) un lato più piacevole di questa questione. L’amicizia che lega i tifosi della Stella Rossa a quelli greci dell’Olympiakos è cosa d’altri tempi: delegazione degli uni a sostenere sempre la squadra degli altri, aiuti talvolta reciproci nel preparare le coreografie. Basta girovagare un po’ sul web per trovare video delle due tifoserie che cantano insieme allo stadio, magari anche prima che le rispettive squadre giochino l’una contro l’altra. Se poi vi capita di perdervi su face book, potreste imbattervi in una delle tante pagine che inneggiano a questo rapporto solidissimo e che contano decine di migliaia di “mi piace”, segno evidente che questo sentimento è abbastanza diffuso, a tal punto da coinvolgere anche le rispettive squadre di basket, sport solitamente estraneo alla violenza tipica del calcio. Il motivo, come spesso accade nei paesi dell’est, è religioso: entrambe le tifoserie hanno una forte fede ortodossa (anche se è difficile crederlo visto che fanno certi ultras..), e inoltre le squadre condividono i colori sociali.

 

Insomma, un quadro ambiguo, ma se dovessimo limitarci al solo spettacolo che i “Delije” offrono sugli spalti, saremmo davanti a una delle più belle tifoserie del mondo. Ma purtroppo non si può ignorare anche l’altra faccia della medaglia, che ne fa la tifoseria sicuramente più calda d’Europa, ma questo non sempre è – ahinoi – un bene…

 

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Le immagini di sfondo e testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.