| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Un Fuoriclase Totale

di Roberto Scalas, 18 Febbraio 2018

Nella nostra rubrica “Il Pallone che rende Immortali” non poteva mancare uno dei pionieri del calcio moderno, uno dei giocatori più completi della storia e una leggenda che rimarrà per sempre indelebile: la Saeta Rubia o, se preferite, più semplicemente il mitico Alfredo Di Stefano.

 

Il fuoriclasse argentino fece la storia di tre club: agli esordi nel River Plate, da campione in ascesa nei Millonarios di Bogotà nel periodo Eldorado e da fuoriclasse affermato nel Real Madrid.

 

Di Stefano fu un giocatore a tutto campo, il primo vero esponente del calcio totale, quel calcio che qualche anno dopo deliziò il mondo grazie all’Ajax e alla Nazionale Orange di Johan Cruijff, ma lui quella filosofia la mise in pratica da solo in maniera del tutto naturale e non studiata: rientrava sulla mediana per recuperare palla, impostava, si lanciava negli spazi, serviva i compagni per mandarli in rete e si posizionava come terminale offensivo per far goal.

 

Non mise a disposizione solo il suo estro ma anche tutte le sue doti fisiche per la squadra perché lui non giocava per se stesso.

 

Il suo mestiere fu quello di attaccante ma non fu un classico 9, nonostante le caterve di goal che ha regalato ai suoi tifosi in Argentina, Colombia e Spagna sostengano il contrario, così come non fu nemmeno un numero 10, anche se le sue doti da rifinitore gliela avrebbero consegnata di diritto. Tra l’altro, lui stesso sosteneva che i grandi numeri 10 hanno sempre giocato a spese degli altri compagni e ciò non li affaticava e dava loro quella tranquillità di poter esprimere tutta la loro arte.

 

Arrivò al Real ormai da giocatore consacrato e maturo ma ciò non gli tolse la fame o il suo essere determinante, portando i Blancos nel tetto del mondo. Le Merengues, prima del suo arrivo, non erano i più titolati di Spagna e il Barcellona con l’Atletico Madrid primeggiavano lasciandoli ai margini. Alfredo Di Stefano fu capace di trasformare la squadra e capovolgere la situazione. Sarebbe riduttivo rispetto alla sua grandezza fare un semplice elenco di trofei che il Real ha sollevato al cielo grazie al suo eterno campione. Lui e i suoi compagni hanno segnato la storia della Coppa Campioni e quadruplicato le vittorie nella Liga e questo basta per comprenderne la grandezza. Fece suoi due palloni d’oro, sfiorando la conquista fin dalla prima edizione del trofeo poi finito nelle mani di Stanley Matthews, l’highlander del calcio.

 

Il canto del cigno avvenne a Barcellona, non con la maglia degli eterni rivali ma con quella dell’Espanol per rimanere fedele ai madridisti e non cambiare il suo status di nemico dei Blaugrana.

 

Fece anche l’allenatore ottenendo buoni risultati e vincendo qualche titolo, ovviamente una bacheca non paragonabile a quella da giocatore ma, riuscì comunque a levarsi qualche soddisfazione. Tornò al Real nelle vesti di tecnico e fu anche presidente onorario del club. Alfredo Di Stefano ci ha lasciato nel 2014 a causa dei suoi già noti problemi di cuore mentre passeggiava nei pressi del “Bernabeu”. Nel calcio, spesso, siamo dei romantici e, per non vivere il dramma della morte, mi piace pensare che il grande Di Stefano desiderava dare un ultimo saluto allo stadio del Real perché, d’altronde, è sempre stata la sua vera casa, il luogo che lo ha reso un “Immortale del Pallone”.

 

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