| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Valentino Mazzola

di Federico Lo Cicero, 26 Gennaio 2017

A molti il nome Rodolfo Alfonso Raffaello Pierre Filibert Guglielmi di Valentina D’Antoguella, forse non dice niente.

Ma se vi chiedessimo chi fu nei primi anni del ‘900 a rappresentare il sex symbol e latin lover per eccellenza , bè non avete una grande scelta.

Corrisponde al nome sopra citato, ma per il cinema muto del tempo Rodolfo Valentino. Un fascino che lo consegnerà alla leggenda.

Lo strappa cuori di ogni donna dell’epoca, attore dotato di uno stile recitativo ammirato da molti grandi del tempo, tra cui il grande Charlie Chaplin.

Nato a Castellaneta, nei pressi di Taranto, nel 1895, morì a New York alla giovane età di 31 anni per una peritonite.

Il suo mito arrivò anche in Europa, ed in Italia si dice che anche il Duce, Benito Mussolini, mandò al funerale una corona di fiori e 6 “Balilla” in rappresentanza dell’Italia stessa.

Si dice, perché nella realtà nessuno inviò niente, fu una trovata delle pompe funebri, che organizzarono il funerale, per farsi pubblicità.

Il titolare fece trovare la corona con su scritto il nome del Duce e 6 ragazzini, che di Italiano avevano ben poco, vestiti da simil “Balilla”.

 

Forse sarà per la fama raggiunta nel primo ventennio del secolo, o forse per altri motivi a noi ignoti, il 17 gennaio del 1919 a Cassano d’Adda, nel quartiere di Ricceto, su insistenza della madre, ad un bimbo appena nato viene dato proprio il nome di Valentino.

La famiglia in questione era la famiglia Mazzola, di modesta levatura, il padre Alessandro lavorava alla ATM del paese, e la madre Leonina aveva il suo da fare con lui ed altri 4 fratelli. La scuola gli piaceva, ma il calcio lo accompagnava nei tragitti casa/scuola e ritorno. Si perché amava prendere a calci le vecchie latte, e questo gli valse il soprannome di Tulen.

La sua infanzia però cambiò bruscamente nel 1929 a causa della Grande Depressione, il padre fu licenziato e Valentino dovette lasciare gli studi dopo il primo anno, trovando un impiego come garzone da un fornaio.

Ma se negli anni il Milan ha potuto apprezzare Andrea Bonomi come Calciatore e Capitano, lo deve a Tulen che all’età di 10 anni gli salvò la vita tuffandosi in suo soccorso nelle acque del fiume Adda.

 

A 14 anni cambia lavoro ed entra nel lanificio del paese. Lavora e gioca a calcio nella squadra di quartiere, la Tresoldi. Nel 1935 con la Tresoldi, partecipò al suo primo campionato, e l’anno successivo iniziò a percepire il primo stipendio da calciatore, la grande cifra di 10 lire a partita.

Giocava come centromediano (ruolo che poi sarà chiamato libero) o mediano, si stabilisce nel centro della manovra a centrocampo, ma era chiaro che potesse fare qualsiasi ruolo. Si sa: quando uno è bravo lo puoi mettere ovunque in campo, sicuramente fa bene.

E’ bravo, tutti ammirano la sua tecnica e la sua fantasia, tanto che viene notato da un suo compaesano che lavorava come collaudatore allo stabilimento della Alfa Romeo di Arese. Qua forse la svolta della vita di Valentino: prima entra a far parte della squadra dello stabilimento e poi ottiene un’impiego come meccanico proprio nello stesso nel 1938. I suoi sogni di emulare i campioni in maglia Juventina potevano iniziare a prendere corpo, gioca in serie C.

 

Strano però il destino che lo attende. Vivrà altre emozioni e se si pensa in quanto tempo diremmo che i suoi anni son stati come guidare una formula uno.

Il Milano (oggi conosciuta come Milan) lo chiamò per un provino, che naturalmente superò, ed alla proposta di giocare in serie A tentennò non poco.

Riflettè molto e senza rammarico decise di rimanere all’Alfa. Motivazione? Semplice, da uomo cresciuto senza che nessuno gli avesse regalato niente, decise che, a fronte di uno stipendio da calciatore di 100 lire al mese e senza lavorare, era meglio lavorare e giocare, per il semplice fatto che “....con l’ozio c’era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera.”

 

Sentire questo oggi sembra irrealistico. Giocò solo una stagione però nell’Alfa, era il 1939 e la Regia Marina esigeva il servizio militare a Venezia.

Qua gioca anche nella squadra del Comando Marina, mettendosi in luce numerose volte, nonostante fosse un pò sovrappeso. Lo notano alcuni dirigenti del Venezia grazie alla segnalazione di un ufficiale della marina (tifoso nero verde) e dopo varie insistenze riescono a fargli fare un provino.

La storia riporta che Tulen si presentò al provino a piedi nudi intenzionalmente, per non rovinare gli scarpini personali.

L’allenatore Giuseppe Girani pensò: “Se questo gioca senza scarpini e colpisce così bene la palla, figuriamoci con quelli che fa?”

Passò al Venezia, e dopo alcuni mesi nella squadra delle riserve, nel gennaio del 1940 entra in prima squadra con un compenso di 50 mila lire, e il 31 Marzo fa il suo esordio a Roma contro la Lazio a causa dell’indisponibilità del centravanti titolare Francesco Pernigo. In seguito mantenne il posto di titolare proprio per le sue doti di duttilità tattica e meriti tecnici.

Nelle 5 partite che giocò quella stagione segnò il suo primo gol alla penultima contro il Bari in laguna, e garantì la vittoria per 2-1 centrando la salvezza.

E’ però ancora in servizio militare, e il Bari prova a portarlo al sud, Valentino firma si il contratto, ma il destino gioca uno scherzo sia al Bari che al giocatore.

Il Bari manda a Valentino una lettera in cui ha anche il trasferimento in marina proprio nella città pugliese.

Ma le poste sembra persero la lettera, che quindi non arrivò mai.

Mazzola decise allora di giocare il secondo e terzo turno di campionato a Venezia.

Il Bari provò senza soluzione a portarlo in Puglia,ma intervennero la Marina e la stessa federazione: Mazzola doveva continuare nel Venezia.

Giocò in ogni ruolo della linea offensiva, da ala destra deluse, ma da centrattacco iniziò a mettersi di nuovo in luce, segnando anche con regolarità.

Ma nella gara contro la Juventus, la sua Juve, segnò un gol indimenticabile, rubò palla a centrocampo al roccioso Vargilen, saltò i due terzini, che cercarono di fermarlo, con una deliziosa finta e fece partire un missile che lasciò di sasso il povero portiere bianconero Bodoria.

 

Mazzola però aveva ancora un vizio che ben presto avrebbe perso: tirava in porta da ogni dove, anche da posizioni impossibili. Nel frattempo a dicembre, la società lagunare aveva cambiato l’allenatore. Girani promosso a direttore sportivo e Giovanni Battista Rebuffo dalle giovanili venne promosso in prima squadra.

Qua l’idea geniale: portare quel talento sulla linea di centrocampo e scommettere sulla sua genialità.

Lo guardano con sorpresa in società: "ma dai ora vuole portare un’egoista come Mazzola in mezzo al campo dove la palla va attaccata e passata…Vedrai come cambia idea..."

 

Beh non potevano immaginare che proprio Rebuffo avrebbe cambiato il modo di stare in campo di Tulen, tanto da portarlo ad essere l’unica rivelazione del campionato di quell’anno.

Si Mazzola gioca da interno sinistro e sfoggia la sua classe cristallina, nonché anche il suo vigore nei contrasti. Mazza e fioretto.

In campionato il Venezia si colloca al 12° posto, e nei mesi tra maggio e giugno, si dedica a giocare e vincere la Coppa Italia 1941. La finale si giocò in due gare: la prima a Roma e la seconda in laguna.

L’8 giugno allo Stadio del Partito Nazionale Fascista (che sorgeva in via Flaminia, ma che fu demolito nel 1957 per poi costruirci lo Stadio Flaminio) la Roma dopo appena 20 minuti passò in vantaggio sul Venezia per 3-0, con tre gol di Amadei, e tutto lasciava presagire una passeggiata dei capitolini.

Ma al 37° del primo tempo una folgore squarcia i sogni giallorossi. La saetta era manco a dirlo il Tulen. Parte dalla tre quarti, supera un primo avversario in velocità, la palla si alza e di tacco supera un’esterefatto Brunella, che lo guarda andare via come se avesse visto un alieno.

A quel punto tra lui e la porta c’era solo l’estremo difensore dei giallorossi che tenta un’uscita disperata a chiuderne lo specchio, ma Valentino pur con un difensore alle calcagna opta per un esterno destro vellutato che non lascia scampo al portiere trafiggendolo nell’angolo opposto.

Lo stadio rimane ammutolito, e sull’aria festosa giallorossa si addensa la tempesta della riscossa veneziana che porta i nomi di Diotalevi e Alberti, per il pareggio finale di 3-3.

 

In campo una grande intesa tra Mazzola e il fiumano Ezio Loich. I due giocheranno insieme per 9 anni consecutivi sia a Venezia che a Torino e anche in nazionale, il primo mezz’ala sinistra e l’altro mezz’ala destra. Il 10 e l’8 del sistema. Un sistema in cui uno era complementare dell’altro, coprivano il campo a meraviglia ed avevano un’ intesa che neppure nelle coppie perfette esiste.

Il ritorno a Venezia vide la supremazia dei neroverdi che con un solo gol a zero, di Loich, portarono a casa il trofeo. Quella stagione Mazzola giocò 33 gare segnando 9 gol.

 

La stagione successiva (1941/42) sarà la sua ultima stagione in quel di Venezia, a seguito di numerosi problemi alla caviglia sinistra gli fu ingessata, e stette lontano dai campi da gioco per qualche settimana a Novembre.

Il 15 marzo si sposa con la prima moglie Erminia Rinaldi da cui nascono due figli che seguiranno le orme di Tulen: Sandro (che sarà bandiera dell’Inter) e Ferruccio (in onore al presidente del Torino Novo, che giocò tra le altre per Inter e Lazio).

Ma ormai tutti lo amavano, anche i tifosi avversari, e il miglior complimento ricevuto, fu il paragone con un grande due volte campione del Mondo Giuseppe Meazza.

Fra infortuni e stanchezza fisica a causa anche degli allenamenti con la nazionale, quel suo ultimo anno tra le fila veneziane non fu un anno molto soddisfacente in fase realizzativa, segnò a malapena 5 gol. Il Venezia concluse il campionato al terzo posto. Il Venezia oltretutto, navigava in mari agitati in termini economici.

 

Il presidente del Torino, Ferruccio Novo, puntò forte sul talento del Tulen, e per 600 mila lire lo acquistò, strappandolo alla concorrenza juventina. Non si fermò a lui, per la stessa cifra si assicurò anche Loich, l’altra faccia della medaglia dello splendido duo del Venezia.

Il Venezia con i soldi di Mazzola ripianò tutti i debiti e con quelli di Loich si permise di fare mercato, oltre ad avere dal Torino: Mezzadra e Petron. Siamo nel 1942.

 

Dopo un esordio convincente in Coppa Italia contro l’Anconitana in cui Mazzola segna due gol, nel 7-0, inizia il campionato ed il duo delle meraviglie fallisce miseramente i primi due impegni. Due sconfitte con l’ Ambrosiana Inter 1-0 a San Siro e 1-2 in casa contro il Livorno, pongono in dubbio, da parte dei tifosi, le loro qualità.

Ma la rinascita non si fece attendere e Tulen si trova ancora una volta a segnare alla “sua” Juventus in un derby da apoteosi: 5-2 per i granata. Iniziò cosi la cavalcata trionfale del Toro.

Meazza segnerà con continuità e dopo un testa a testa con il Livorno, Tulen consegna, a 4 minuti dal termine dell’ultima partita del campionato, la conquista dello scudetto ai granata, grazie ad un suo gol che vale la vittoria sul Bari per 1-0. Era l’11° gol in campionato, per un totale di 16 stagionali.

Il Torino non si fermò alla vittoria del tricolore, si assicurò anche la Coppa Italia nella finale unica di San Siro, con un perentorio 4-0 al Venezia con le reti di Ossola (due gol), Pietro Ferraris ed il sigillo finale di Mazzola, tanto per laurearsi capocannoniere di Coppa Italia con 5 centri.

Grazie a quel successo, il Toro fu la prima squadra italiana a fare il double. Ossia vittoria di campionato e Scudetto, gli scettici erano serviti.

 

Siamo però come sapete, in pieno conflitto bellico ed il campionato fu fermato nel 1943. Mazzola, rimase a Torino e con alcuni compagni giocò delle amichevoli non ufficiali, sino a quando si decise di organizzare un campionato con una formula strana, 7 gironi eliminatori regionali, 3 gruppi semifinali interregionali più le finali. Una sorta di mondiale moderno, ma con solo squadre Italiane, 150 per l’esattezza. Il Torino vinse il suo girone con 34 punti davanti alla Juventus.

Si arriva alla finale a tre fra Torino, Vigili del Fuoco La Spezia e Venezia, disputate all’ Arena di Milano. Naturalmente spalti semideserti.

 

La prima partita vide il pareggio tra Venezia e Spezia per 1-1.

Nella seconda gli spezzini battereno il Toro per 2-1, e nella terza la rabbia granata spazzò via il Venezia con un perentorio 5-2. Il campionato andò allo Spezia, o meglio, la Coppa Federale. Perché un comunicato della FIGC dell’epoca stabilì che alla vincitrice del torneo sarebbe stata consegnata tale Coppa e il Torino sarebbe rimasto Campione d’Italia. Mazzola alla fine realizzò 20 reti stagionali.

 

Nel 1944 ancora amichevoli e tornei di beneficenza. Nel 1945/46 il Toro partecipa al Campionato di Alta Italia e Mazzola continua a macinare gioco e gol, per l’esattezza 16 che condussero il Torino alla conquista del terzo titolo.

Una curiosità. Avete sentito dire del famoso “Quarto d’ora granata”? Durante la gara contro la Roma in trasferta, il Toro segnò sei gol in 15 minuti nel 7-0. Da questo nasce quella definizione. La stampa definì quella squadra impossibile da battere, e Mazzola fece capire che ne era l’anima rimboccandosi le maniche.

 

Nel 1946/47 il campionato Italiano torna all’antico. Terminata la guerra si poteva giocare in tutto il paese liberato dagli alleati.

Il Torino riprende da dove aveva lasciato e porta a casa di nuovo il titolo, con mazzola che grazie alle sue 29 perle si laurea Capocannoniere del campionato.

 

Mazzola rappresentò l’uomo che può osare, l’uomo che compie lo sforzo di vincere, ed in un paese post bellico che piangeva ancora i propri morti, un valoroso come Valentino Mazzola, ligio e rispettoso, ma votato a farcela e vincere, serviva come il pane.

 

 

Mazzola nel giugno del 1946 sottoscrisse un contratto di esclusiva con la casa svizzera Obenauch, che lo pagò per diffondere in tutto il mondo le foto che lo ritraevano in campo e fuori. Un precursore dei tempi moderni.

Inoltre nell’autunno di quell’anno si separa dalla moglie, con controversie legali legate anche all’affidamento dei figli disgiunta, Sandro con lui a Torino e Ferruccio a Cassano d’Adda con la madre.

 

 

Conosce e sposa nel '47 in Austria Giuseppina Cutrone, ma qua la strada per l’ottenimento della regolarità sarà talmente lunga che verrà riconosciuta dopo la morte di Mazzola.

 

Il campionato 1947/48 vide Mazzola iniziare con una forma smagliante, tant'è che dopo le prime 7 giornate era già in cima alla lista dei cannonieri con 8 gol.

Per capire la grandezza di quel Torino, basta pensare a ciò che accadde il 5 ottobre del ’47 allo Stadio Nazionale, con la Roma che chiuse il primo tempo avanti 1-0.

Mazzola negli spogliatoi era una belva ferita, ed interrompendo l’allenatore con voce ferma ed autorevole, che solo un capitano come lui poteva avere, si rivolse ai propri compagni e togliendosi la maglia la strinse in pugno e la brandì davanti ai loro occhi bassi.

 

“Guardatemi, questa maglia ha il mio, il nostro sudore, questa maglia è la nostra pelle, la gente ci ama perché noi amiamo questa maglia. Io lotto su ogni pallone, anche Ezio lo fa, ma se continuiamo a giocare con sufficienza, perché siamo il Torino, non basta. Il Torino è una squadra che non si fa mattere sotto da nessuno, ed io non ci stò a rientrare in campo con voi che avete paura di giocare e far vedere di che pasta siete fatti. Per quel che mi riguarda potete tornare in campo in 10. Oppure dare sudore e anima per questa maglia granata che solo gente come noi può indossare. O torniamo in campo pensando alla maglia o andateci voi. Io, noi siamo i campioni.”

 

Loich lo guardò e gli andò accanto. Pose lo sguardo sui compagni. Si alzarono tutti dalle panche dello spogliatoio e guardarono Mazzola che li squadrò uno ad uno capendo che erano con lui per quel secondo tempo. Mazzola baciò la maglia e la indossò di nuovo.

L’allenatore rimase muto, capendo che non c’erano altre parole da dire. Il Torino rientrò in campo, e quelle maglie granata segnarono 7 gol in 25 minuti. Sulla povera Roma si era abbattuto il ciclone granata.

Mazzola segnò 3 reti nonostante fosse claudicante per un’infortunio riportato nella precedente partita, ma dette lezione di classe e potenza, che si denotò nei 3 gol di estrema bellezza, soprattutto nel terzo che strappò l’applauso del pubblico avversario che ne tributò la grandezza. Purtroppo nel segnare quel gol, si riacutizzò il dolore che lo martoriava e fu costretto a lasciare anzitempo il campo.

Nonostante questi ed altri problemi fisici il capitano scende in campo ogni domenica e i trattamenti riservatigli dagli avversari lo costringevano a finire ogni partita distrutto.

 

Ma una data macchia la carriera di Tulen: 23 maggio 1948. Prende il nome di Caso Mazzola. Si gioca a Trieste Triestina-Torino. Mazzola non si presenta allo stadio, lasciando la squadra da sola.

Negli spogliatoi serpeggia il malumore, e iniziarono a girare svariate voci, da un riposo concordato con l’allenatore, una trattativa ben avviata per passare all’Inter, una scusante del tipo: l’incontro internazionale Italia-Inghilterra non si era giocato con il suo pallone (si perché Mazzola non viveva solo di calcio, ma aprì un negozio a Torino di palloni da calcio), era già ad allenarsi con i nuovi compagni dell’Inter od una lettera dei giocatori giuliani che lo invitavano a non presentarsi alla gara in quanto gli avrebbero fatto scontare le parole dette da Tulen sul gioco e i giocatori della Triestina dopo la gara di andata. Più plausibile l’ultima.

 

 

Mazzola entra in campo già nella partita successiva e con la vittoria per 4-3 sulla Lazio, condita con un suo gol, i granata conquistano il campionato con ben 5 giornate di anticipo.

Al termine di quella stagione Valentino Mazzola aveva segnato ben 25 perle, ma non bastarono a battere lo juventino Boniperti.

Il Torino conquistò il mondo sportivo sudamericano e fu invitato in Brasile a partecipare alla Confederacao Brasileira de Desportos, per un totale di 4 incontri con carattere amichevole.

Era il 29 giugno e la squadra stava per imbarcarsi sull’aereo che l’avrebbe portata in sud America.

Mazzola rilasciò un’intervista radiofonica in cui annunciava che la sua permanenza al Toro era conclusa e che al suo ritorno avrebbe accettato l’offerta dell’Inter.

Il Torino e Mazzola, tra ammirazione ed entusiasmo del pubblico, affrontarono Palmeiras, Corinthians, Portoguesa e San Paolo conseguendo: una vittoria, due pareggi ed una sconfitta.

 

1948/49… E se fosse andato a Milano...

 

L’inizio di campionato, vede il Torino ridimensionare gli ingaggi dei propri giocatori, e quindi Mazzola ed altri cinque compagni vengono inseriti nelle liste di trasferimento.

Saltano tutti la prima partita di campionato contro la Pro Patria, ma il Torino visto che il giocatore, aveva espresso il desiderio di andare all’Inter si cautelò con gli arrivi di Zanolla, Fadini e Gambino.

Piomba come un falco il presidente nerazzurro, Carlo Masseroni, che gli offre 10 milioni all’anno. Mazzola, incontra il presidente granata Novo, e chiese l’adeguamento. Novo naturalmente, per non fare disparità tra i suoi giocatori, negò la cifra al Tulen.

I compagni, visto il peso del Capitano in campo e fuori, chiedono di essere ricevuti dal presidente e propongono loro stessi di aumentargli l’ingaggio, pur di farlo tornare in campo, perché come dissero loro “Se Valentino era felice ed appagato, con lui in campo era più facile vincere.”

Mazzola guadagnava il doppio dei compagni di squadra. Rientra per la seconda partita di campionato contro l’Atalanta e con due gol consente ai granata di batterla per 3-2.

 

Una delle cose che a Mazzola riusciva bene era prendere in contropiede le squadre avversarie, si fingeva malato durante la settimana, e sicuro assente nelle partite calde come ad esempio il derby contro la Juve, e poi la domenica spiazzava tutti presentandosi in campo.

Non fu un caso che accadde anche nel derby d’andata di quell’anno. Sul punteggio di 1-1 Boniperti, attaccante bianconero calcia alla destra del portiere granata Bacigalupo che si era buttato a sinistra.

Mazzola aveva intuito il tutto e si “materializzò” sulla traiettoria della palla che stava finendo in rete, strozzando la gioia dello juventino deviando la palla con il tacco. Non finisce qua, la palla non esce, Tulen la controlla e dopo averla scambiata con Loich lascia partire un tiro così potente che Sentimenti IV rimase immobile guardando la traiettoria del pallone. Questo aneddoto è confermato nel 1989 dallo stesso Giampiero Boniperti. Per la cronaca la gara finì 2-1 per i granata.

 

Il girone di andata colloca Mazzola in testa alla classifica marcatori ed una lusinghiera offerta dalla squadra argentina dell’ Huracan, gentilmente rifiutata.

Il 1949 si apre non nel migliore dei modi per Tulen, stiramenti, lombalgia e distorsione alla caviglia che ne limitano un po' il rendimento, che comunque lo vede realizzare in due mesi ben 4 gol.

Arriviamo cosi al 24 aprile, la 33° giornata di campionato ha un fascino, che posteriormente strappa una lacrima.

Il Bari come avversario, strano il destino che lo lega a questa squadra, l’ha sfiorata, l’ha martoriata con i suoi gol, segnò il primo gol in serie A proprio contro di loro, e quel giorno segnerà anche il suo ultimo gol nel pareggio per 1-1.

Anche qua una delizia per palati fini il suo gol,effervescente nei movimenti ed ispirato, riuscì solo lui a far capitolare il portiere pugliese Giuseppe Moro che sembrava insuperabile.

La settimana successiva il Torino va a Milano a giocare lo scontro diretto contro l’Inter: 0-0, viene mantenuto il + 4 sui nerazzurri.

Assente Tulen a causa di una forma influenzale… era il 30 Aprile.

Campionato in pratica ipotecato, con 4 giornate da giocare e l’Inter a -4.

 

Ma torniamo qualche mese indietro nel tempo, esattamente al 27 febbraio in occasione della partita della nazionale Italiana contro il Portogallo, tra l’altro vinta dagli azzurri per 4-1 a Genova.

Tra i lusitani c’è il grande Francisco Ferreira, un centrocampista di origini paraguaiane, forte fisicamente e dotato di grande tecnica, ma che avrebbe dato il suo addio al calcio proprio quell’anno, in realtà continuerà per altri 3 anni.

Mazzola la sera stessa dopo la gara, si intrattenne in un bar della città ligure a parlare con Ferreira, divennero amici.

Parlarono tra l’altro della partita di addio al calcio che avrebbe voluto disputare contro un avversario di spessore per attirare più spettatori possibili.

La società portoghese in cui giocava, il Benfica avrebbe dato l’intero incasso proprio al suo capitano come riconoscimento.

Mazzola decide che se il Torino era famoso in tutto il globo, perché non rendere omaggio a Francisco, portandolo a Lisbona.

Vuole mantenere la promessa, e nonostante le sue condizioni fisiche e di salute fossero precarie, parte con la squadra alla volta di Lisbona il primo Maggio.

Il 3 viene disputata la gara in cui il Benfica batte gli imbattibili per 4-3.

Il Torino scese in campo così: Bacigalupo, Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano (Fadini), Menti, Loich, Gabetto (Bongiorni), Mazzola, Ossola.

Nel secondo tempo Menti al 44° su rigore fissa il risultato sul 3-4. Sarà l’ultimo gol degli invincibili.

 

Nel pomeriggio del 4 maggio, il Torino si imbarca sul Fiat G.212 per tornare in Italia. Le condizioni metereologiche non sono delle migliori. Appena giunto in Italia la visibilità si fa sempre più critica, alle 17,05 l’aereo si schianta sul monte Superga, esattamente contro la Basilica.

Muoiono tutti, la squadra, gli accompagnatori ed i giornalisti che avevano seguito la squadra per raccontarne le gesta, 31 anime volarono in cielo.

Ci fu bisogno di riconoscere i corpi dei deceduti, e per questo fra gli altri fu chiamato anche il Commissario Tecnico Vittorio Pozzo, l’uomo che condusse gli azzurri alla conquista dei mondiali del '34 e '38.

Ai funerali parteciparono mezzo milione di persone, e le salme portate a Palazzo Madama da dove partì il corteo funebre fino al Duomo.

 

 

Mazzola muore cosi prematuramente come ad inizio abbiamo raccontato del grande Rodolfo Valentino. La FIGC decise che il Torino era campione d’Italia con 4 giornate di anticipo. Proposta salutata con il favore di tutta la serie A.

Il Torino giocò le restanti 4 partite con la formazione primavera, e le compagini avversarie fecero altrettanto.

 

Il capitolo Nazionale per Mazzola, ha riservato un destino beffardo, non ebbe mai l’occasione di partecipare ad un mondiale a causa della seconda guerra Mondiale, e per la sua precoce morte.

Giocò partite amichevoli in Nazionale, ma non rese come nel Torino, forse a causa del peso emozionale che la maglia azzurra gli trasmetteva. 12 gare segnando 4 gol, il suo primo nella seconda uscita contro la Spagna. Un 4-0 in cui segna la prima rete e risulta il migliore in campo. La sua ultima apparizione fu sempre contro gli Spagnoli a Madrid: 3-1.

Gol, partita eccellente e che si ricordi la sua miglior prestazione in azzurro. Se andate a Coverciano e visitate il museo del calcio, la granata numero 10 di Valentino Mazzola è l’unica maglia di club tra le tante divise della Nazionale.

 

 

 

-“Ancora adesso se devo pensare al calciatore più utile ad una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelè, Di Stefano, Cruijff ,Platini o Maradona: o meglio, penso anche a loro, ma dopo avere pensato a Mazzola.”

-Giampiero Boniperti-

 

 

 

 

 

 

Nato a Livorno il 19/04/1970. Il calcio è sempre stata la mia passione, un'attrazione sin da piccolo, ma a dire la verità, giocato per strada e poi nei campionati amatori. Oggi continuo a giocare ed allenare bambini, cercando di trasmettere loro i valori del calcio degli anni 80/90. La spinta per iniziare a scrivere i miei personaggi è una sorta di apertura di un vecchio cassetto. Scrivere. Ho provato con i racconti... ma poi smettevo. Allora per divertimento ho iniziato a scrivere di calciatori del passato. Scrivere di loro, è una continua sfida nella ricerca, scoprire chi sono stati e conoscere la parte umana di coloro che ci tenevano incollati alla tv.

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