| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

VINCERE NON E’ L’UNICA COSA CHE CONTA

di Pierluigi Avanzi, 24 Maggio 2018

Tifare contro sarà anche una pessima abitudine italiana, ma è inutile fare gli ipocriti e i buonisti: se lo scorso 11 aprile, al fischio finale della pazzesca gara di Madrid che ha sancito l’ennesima eliminazione della Juventus in Champions League, mezzo Belpaese ha iniziato ad esultare e a ridere di gusto un motivo probabilmente ci sarà. Per informazioni, tanto per rimanere in epoca moderna e non scomodare i ragazzini mandati in campo per protesta da Angelo Moratti nella primavera 1961 oppure il gol del romanista Turone datato 1981, basterebbe rivolgersi ad esempio ai sostenitori interisti che hanno vissuto sulla propria pelle le stagioni 1997/’98 e 2001/’02, ai milanisti del 2004/’05 e del 2011/’12, ai napoletani, complice pure un utilizzo a volte troppo soggettivo del comunque indispensabile Var, dell’annata appena conclusasi: tornei tutti chiusi con lo scudetto finito sulla sponda bianconera di Torino, dopo una serie (più o meno lunga e più o meno clamorosa, a seconda dei casi) di certificati errori arbitrali favorevoli alla società della famiglia Agnelli o a discapito della rivale di turno che in quell’anno si stava disputando il tricolore contro la squadra piemontese. Rarissime a memoria d’uomo invece le circostanze nelle quali, nel dubbio come nell’evidenza, un errore – che, essendo gli arbitri degli esseri umani, è da considerarsi ovviamente consentito – finisse per recare uno svantaggio, diretto o indiretto, alla Juve nella corsa al titolo: le tifoserie avversarie della Vecchia Signora, osservata l’ardua possibilità di primeggiare nei testa a testa innanzitutto a causa dei reiterati sbagli di cui sopra (solari rigori e palloni non visti varcare ampiamente la linea di porta inclusi), è appunto questo tipo di trattamento che nel tempo hanno rabbiosamente contestato e tentato di combattere. Cinque campionati terminati con lo scudetto cucito sulle maglie della Zebra, dunque, ad eccezione però del 2004/’05, in quanto poi revocato dalla Giustizia Sportiva in seguito alle gravissime irregolarità accertate dallo scoppio di Calciopoli (o Moggiopoli che dir si voglia, dal nome dell’allora direttore generale bianconero nonché maggiore imputato Luciano Moggi): il più terribile scandalo nella storia del nostro calcio, che nell’estate 2006 provocò anche la retrocessione in Serie B della Juventus, compagine ritenuta in maniera inequivocabile – dalla totalità delle numerose sentenze emesse a riguardo, nei confronti suoi e dei suoi tesserati, sia dalla Giustizia Sportiva che dalla Giustizia Penale – la colpevole principe di tale scandalo. Sentenze definitive pronunciate da un giudice naturalmente da non confondersi, giova ricordarlo a certi mistificatori della realtà per mestiere, con le semplici richieste di deferimento invocate da un’Accusa.

 

Gli stessi che per anni hanno raccontato che l’arbitro era la scusa dei perdenti, tuttavia, si sono messi in fila per enunciare quanto “insensibile”, “da mani addosso” e “con un bidone dell’immondizia al posto del cuore” fosse stato il direttore di gara che, all’ultimo minuto di recupero della sopracitata Real Madrid-Juventus, aveva concesso un rigore a favore degli spagnoli (peraltro corretto, a termini di regolamento) certificando in sostanza eliminazione di Buffon e compagni dal torneo per club più importante in assoluto. Prestigiosissimo torneo che, pur avendoci preso parte un numero minore di volte rispetto ai bianconeri, è stato vinto in sette occasioni dal Milan e in tre dall’Inter: appena due le circostanze, su trentadue partecipazioni, in cui invece a trionfare è stata la formazione torinese. Una prova ulteriore per far crollare il falso mito secondo il quale la Juve sarebbe la società calcistica maggiormente antipatica al Belpaese solo e soltanto per il motivo di essere vincente: rossoneri e nerazzurri hanno vinto più coppe dei Campioni – e, fra Italia ed Europa, ben 88 trofei totali in due – ma l’ultracentenaria squadra sabauda resta per distacco, statistiche alla mano, la più detestata dalle tifoserie dello Stivale. Non bisogna infatti prendere in esame quanto si vince, ma come si vince.

 

Farlo ostentando a tutti i costi la propria sedicente superiorità di campo, farlo attraverso la parzialità di determinati media compiacenti, farlo lasciando in bocca ai supporter rivali un amaro sapore di sfrontatezza e farlo senza inoltre riconoscere mai l’evidenza dei fatti (e degli atti, giudiziari e non), tanto da attribuirsi la conquista di 36 scudetti pur se organi ufficiali e mondo intero ne conferiscono alla Juventus solo 34, non aiuterà certo il club di Andrea Agnelli a guadagnare punti-simpatia. Perché non sempre “Vincere è l’unica cosa che conta”. Contano molto di più, spesso, i sentimenti che si provano quando ci si guarda allo specchio.

 

 

 

 

 

 

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