| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Viv Anderson, il primo nero della nazionale Inglese

di Storie del Boskov, 06 Settembre 2016

Ci fu un giorno, un pomeriggio, distorto nella testa e grigio nel cielo, in cui Vivian, rientrando negli spogliatoi del ruspante impianto del Carlisle United, si mise a piangere seduto sulla sedia posta nell’angolo più lontano e più in ombra della stanza, come a volersi nascondere dagli altri compagni e dal mondo. Vivian era demoralizzato, turbato, scosso. A Carlisle, il 6 marzo del 1976, Vivian “Viv” Anderson, giovane terzino del Nottingham Forest dalla promettente falcata, venne sistemato inizialmente fra le riserve da Brian Clough, finché, verso la fine della prima frazione di gioco, il “gaffer” lo manderà a scaldarsi in maniera tale da farlo essere pronto per l’inizio della ripresa.

 

E Vivian si alzò dalla panchina ferrosa del Brunton Park, provò qualche allungo, sciolse i muscoli, ma la folla becera digrignava i denti al suo passaggio, rumoreggiando sarcasticamente, incominciando a offenderlo in un aumento esponenziale di epiteti ingiuriosi culminati nell’ineluttabile “negro di merda”. Non solo. Dalla tribuna a ridosso della linea laterale qualcuno tirò fuori una busta della spesa e gli scaraventò addosso un paio di banane, delle pere, e dei torsoli di mela. Si avvertirono distintamente anche i rutti volgari e soddisfatti, saturi di Brown Ale e di Fish & Chips.

 

Lo possiamo chiamare con il suo nome: razzismo. E non allarghiamo la questione ingiungendo concetti sull’Inghilterra del nostro scontento, sull’economia britannica che stava andando a rotoli, sulla gente in coda davanti agli sportelli degli uffici di collocamento, sul deprimente sussidio di disoccupazione o sulla restaurazione thatcheriana. No, no, chiamiamolo tranquillamente e semplicemente, razzismo. Se proprio vogliamo tuffarci a capofitto in materie come antropologia o sociologia si potrebbe, a fatica, salvare un umanità ingenua di tipo etnocentrica, parolone sinceramente abbastanza odioso, atto ad indicare il fatto che 40 anni fa ci fosse nel “canone scolastico” la volontà più o meno consapevole di affermare come la civiltà europea fosse maggiormente meritevole di studio rispetto alle altre, ragion per cui certe forme di insofferenza pubblica derivavano non da una particolare avversione etnica ma dal mero orgoglio verso la propria identità culturale.

 

 

Vivian “Viv” Anderson venne pesantemente apostrofato e umiliato per ignoranza, perché Vivian Alexander Anderson era nero Un’usanza purtroppo molto frequente in quel frangente sui campi di calcio inglesi, e gente come Laurie Cunningham o Cyrille Regis ne sapevano già qualcosa. Addirittura quest’ultimo dentro la cassetta della posta troverà una busta con un proiettile e la minaccia di usarlo se mai avesse accettato la convocazione per la nazionale. Nel 1974 solo due squadre professioniste avevano tesserato nelle rispettive fila un giocatore dalla pelle scura. Eppure chiunque masticasse un po’ di calcio poteva facilmente osservare il valore di certi ragazzi, e se vogliamo dirlo villanamente anche il loro rapporto qualità- prezzo, quindi l’unica ragione plausibile andava ricercata davvero nel pregiudizio, e i direttori sportivi dei club, pressati da una certa stampa, si chiusero a riccio additando a delle fantomatiche debolezze tecniche i motivi di quest’assenza; motivi che naturalmente non facevano altro che far aumentare le prove della discriminazione.

 

I genitori di Viv arrivarono in Gran Bretagna dopo la fine della seconda guerra mondiale dalle Indie Occidentali, un arcipelago collocato fra la Florida e il Venezuela, fra il Mar dei Caraibi, il Golfo del Messico e l’Oceano Atlantico. Si sistemarono a Clifton, piccolo sobborgo a sud di Nottingham. Viv nascerà il 29 luglio del 1956 e maturerà, sportivamente parlando, con il mito del Manchester United di Best, Law, e Bobby Charlton. E siccome Viv, oltre a diventare un ragazzone forte e snello, dalle gambe lunghe al punto che gli amici prenderanno col chiamarlo spider, sapeva pure trattare egregiamente il pallone, tenterà una sessione di provini estivi proprio per la sua squadra del cuore. Ma allo United non furono del tutto convinti. Balbettarono, indugiando troppo a metterlo di fronte a un contratto mentre nel frattempo, finita la scuola, Viv si metterà a lavorare come apprendista in una serigrafia di Nottingham. Ciò nonostante il calcio con lui non aveva certo chiuso, nemmeno lo stesso Manchester United che un giorno tornerà nella sua vita aprendoli stavolta con deferenza i cancelli di Old Trafford. Anderson in breve entrerà nell’orbita del Forest di Brian Clough, uno che sapeva fiutare il talento come pochi altri, e lo porterà al vicino City Ground.

 

Poi era arrivato quel giorno strano lassù a Carlisle, in mezzo alla brughiera fatta di vento, che risuona dei corni per la caccia alla volpe, e dove si compiono omicidi in stile Miss Marple.

 

Clough aveva visto e capito tutto.

 

«Viv, che cazzo stai facendo?»

 

«È meglio che faccia entrare un altro signor Clough non me la sento di scendere in campo».

 

«Viv… Stammi bene a sentire, io ho un po’ di fame, adesso ritorni fuori, mi raccogli tutta quella frutta e me la porti, che ce la mangiamo con il mio buon Peter, anche se lui preferisce il bollito di manzo, e dopo – alzando decisamente il tono della voce in un impeto di rabbia costruttiva, – per la miseria ti infili su quella merdosa fascia e gli fai vedere chi sei!»

 

 

 

Il dialogo fra i due, stando a quello che riportano le cronache e le interviste, finirà lì. Vivian Anderson diventerà una colonna del Nottingham Forest, l’imprevisto saccheggiatore d’Europa, e inoltre, il 27 novembre 1978 in una gara amichevole giocata contro la Cecoslovacchia, Vivian a 22 anni, in notturna, in una serata fresca, umida, dove una pioggia finissima era scesa costantemente su Londra, uscirà a testa alta dal tunnel di Wembley accanto a Peter Shilton e Kevin Keegan. E quando l’erba gli scintillò sotto i piedi nella luce vivida dei riflettori la storia dirà che fu il primo giocatore nero a indossare la maglia bianca con i tre leoni di Re Riccardo sul petto.

 

«Gialli, viola o neri, io se sono buoni li chiamo», dirà il manager Ron Grenwood.

 

Novantamila persone ad applaudirlo, l’evidenza che anche i figli degli immigrati caraibici potevano avere un ruolo importante per il calcio inglese; la Regina Elisabetta, interessata o meno, gli invierà un telegramma di congratulazioni, e chissà se nei pub di Carlisle, davanti alla TV, ci sarà stato qualche repentino rimorso di coscienza. Oggi al FA and the People’s History Museum di Manchester c’è la divisa indossata da Vivian Anderson quella sera accanto a foto e scritti di Winston Churchill, Charles Dickens e Billy Bragg. Può bastare.

 

 

Simone Galeotti

 

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