| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Aiutiamoli a sognare  

di Mario Bocchetti,  19 Febbraio 2019

I bambini hanno un diritto sacrosanto e inalienabile: devono poter sognare. Tutti i ragazzini che si iscrivono a scuola calcio, me compreso a suo tempo, sognano di poter diventare calciatori. Alcuni inseguiranno il loro sogno per parecchi anni, in pochissimi coroneranno il sogno. Per il resto l’aspirazione si interromperà presto. Io sono uno di quelli che il sogno lo ha covato troppo poco, non ero all’altezza, ma dei giorni della mia scuola calcio ho ricordi bellissimi. Ricordo con affetto le riunioni “tecniche”, gli scherzi sotto le docce, gli allenamenti e anche le litigate che mi hanno fatto crescere come uomo. 


Io ero uno che giocava poco. In fondo lo meritavo: un po’ sovrappeso, fiato corto, buona velocità di pensiero e visione ma piedi tutt’altro che fatati, nel marasma di una squadra senza futuro uno dei peggiori. Per un periodo ho giocato davvero poco, mi ricordo la delusione, quella che scotta che ti fa mettere in dubbio anche te stesso. Quello stesso sentimento che rischia di farti perdere autostima. Come tutti i ragazzini ho chiesto aiuto alla mia famiglia, mi aspettavo qualche chiacchiera con il mister per reclamare più spazio. Ma mio padre non parlò mai con l’allenatore, mi disse una semplice frase: “Se vuoi giocare di più impegnati di più in allenamento e quando sei in partita divertiti!” 


Il mister notò il mio impegno, anche se i risultati lasciavano a desiderare. Una manciata di minuti in più a partita e la mia autostima alle stelle. Alla fine dell’anno decisi di appendere gli scarpini al chiodo, per il bene del calcio. Questi ricordi li avevo persi nei cassetti della mia mente, li ho recuperati quando ho letto di una mamma che ha appeso fuori un centro sportivo degli striscioni che parlano di Omertà, di Vergogna e addirittura richiama l’attenzione del commissario tecnico Mancini. Quando ho fatto il paragone con la mia personalissima esperienza mi sono chiesto: cosa ha imparato il bambino? 


La scuola calcio dovrebbe essere un’isola felice in cui i ragazzi devono imparare a rispettare gli altri, se stessi e ovviamente le regole del vivere civilmente, oltre a cercare di imparare qualcosa sul gioco del calcio. Il Mister deve cercare di educare i bambini e concedergli lo spazio che meritano, il loro ruolo non è portare punti, a quell’età non serve, ma cercare di aiutarli nel loro percorso di crescita. Anche a soli sei anni non devono giocare tutti perché pagano, ma devono giocare solo quelli che lo meritano. Qui non faccio un discorso tecnico, ma un discorso legato al comportamento e all’impegno profuso durante tutta la settimana di allenamenti, solo in questo modo, premiando l’impegno, possiamo aiutare i nostri ragazzi a crescere in maniera sana nel mondo e diventare degli adulti migliori. 


Allo stesso tempo dobbiamo anche capire che in determinati contesti far giocare un ragazzino meno pronto potrebbe indurre un allontanamento dal gruppo dallo stesso ragazzino, visto che i compagni potrebbero additarlo come responsabile di tutti gli insuccessi. Anche in questo caso gli adulti avrebbero fallito. 


Allora come gestire questa situazione? Come doveva comportarsi la Mamma? Forse passerà di moda il calcio ma questa domanda difficilmente riusciremmo a risponderla in maniera esaustiva. Sicuramente spettacolizzare questa vicenda, con tanto di foto in posa vicino lo striscione personalmente mi sembra un clamoroso autogol. Le parole hanno sempre un peso, parlare di omertà in questo contesto non solo è fuori luogo ma soprattutto tende a svilire un termine brutale che serve in ambiti molto più importanti e seri. Ovviamente anche lasciare il bambino a macerare nelle sue insicurezze non avrebbe permesso la corretta soluzione al problema. Magari si poteva semplicemente parlare. Un dirigente della società e la mamma avrebbero potuto convenire ad una diversa soluzione che avrebbe permesso al bambino di giocare di più ed essere più felice e la società di dimostrare quanto tenga a cuore la felicità dei propri piccoli calciatori. Sarebbe davvero schifoso che una società si appropri delle quote dell’iscrizione solo per il vile denaro e non pensi allo sviluppo di questi piccoli ometti, magari dopo i primi allenamenti si sarebbe potuto indirizzare questo giovane calciatore in un’altra formazione dove poter giocare serenamente, se davvero molto lontano dal livello degli altri bambini. Ma anche questa volta per colpa degli adulti ad un altro bambino non è stato permesso di giocare, e gli altri bambini hanno dovuto assistere a questa spettacolarizzazione di un disagio. Ancora una volta noi adulti non abbiamo compreso il nostro ruolo. 


Forzatamente bigamo (ma non lo dite in giro!).  Divido il mio cuore tra la passione per la Napoletanità e il calcio. In molti mi definiscono un sognatore dalla maglia azzurra, ma allo stesso tempo sono convinto che Maradona non può fare i miracoli. Il mio amore incondizionato per la cultura che mi avvolge mi ha regalato una seconda Mamma,  la mia città che mi accompagna e mi incoraggia in ogni mio scritto.  In fondo anche Troisi disse: Chi ha detto che non è serio amare due donne nello stesso momento, o perder tempo per fare la formazione della propria squadra?

© 2016 Una Questione di Centimetri. Tutti i diritti riservati. Il sito è interamente ideato e realizzato da Ciro Ruotolo e Mario Bocchetti.

L'immagine di testata (così come quelle originali, ove specificato) sono opera e proprietà di Martina Sanzi.