| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |


Calcio fermo e casse vuote 

   di Tuccio2010,  27 Marzo 2020

Il calcio giocato è fermo ma non si fermano invece le discussioni e le chiacchiere che lo avvolgono. Al contrario del Governo, nel mondo calcistico non appena si potrà ripartire si ha un’idea di massima su cui lavorare, e farsi trovare in tal modo pronti per non improvvisare come già è successo, Uefa compresa. La situazione non si doveva sottovalutare, i vertici del calcio si dovevano imporre come per il FPF, a testimonianza che in fin dei conti tutto gira attorno al Dio denaro.

La Uefa ha definito un piano per terminare i campionati, e ha stilato una tabella di marcia di sei settimane e mezzo. Un tour de force che avrebbe inizio i primi di giugno dilungandosi fino a metà luglio, giocando chiaramente la domenica e il mercoledì.

Spazio alle coppe europee da metà luglio in poi, presupponendo quindi in agosto e settembre la finestra di mercato estivo, perché non oso immaginare un mercato tra giugno e luglio mentre si gioca.

È giusto dare priorità alla chiusura dei campionati, ma non credo che possa ripartire i primi di giugno e di conseguenza finire entro il 15 luglio, perché non credo che saremo usciti da questa situazione prima di tale data. Con tutto quello che sta succedendo e che dovrà ancora succedere,  penso che a decidere non sarà il calcio, che ha già fatto tanti danni, ma sarà il Governo. 


Superato il picco del contagio e con la curva degli infettati in discesa, il pericolo “contagio di ritorno” è reale. Non dobbiamo dimenticare che la Cina sta uscendo adesso dall'epidemia e non è ancora ripartita, come potremmo farlo noi che non abbiamo tratto nessun insegnamento dalla loro situazione? 

Discutere, programmare, prepararsi è giusto, ma che nessuno si illuda. È ancora troppo presto!

Si possono fare solo delle ipotesi su cui lavorare e man mano modificarle in funzione dell’andamento del virus.

Resto dell'idea che bisogna decidere su cosa fare di questo campionato nel caso in cui non si riesca a finirlo, e su questo in Lega Serie A non c'è un fronte comune. Ci sono società forse più lungimiranti che spingono, a mio avviso giustamente, per lo stop definitivo del torneo. Inseguire chimere, mettere a repentaglio anche la prossima stagione con gli europei da giocare, lo trovo sbagliato. Bisogna prendere coscienza dei fatti e decidere la formula.


La voce in uscita che più di tutte influisce sulla gestione ordinaria delle società, è la possibilità di tagliare gli stipendi ai calciatori. È giusto discuterne. 

Il presupposto da cui si parte è che se i calciatori non si allenano e non giocano, non devono essere pagati, ma su questo non sono d’accordo perché hanno un contratto e se nel contratto ciò non è previsto non c’è nulla da dire. 

Sono favorevole invece al fatto che per mantenere in vita il calcio e certi privilegi, buon senso voglia che si faccia come in Germania, riducendosi volontariamente una percentuale dello stipendio.

È molto diversa la situazione in C e D, dove i calciatori guadagnano il giusto e non si possono penalizzare. È vero però che la maggior parte dei presidenti sono imprenditori già in ginocchio con le loro imprese.

In queste categorie ci potrebbe, anzi ci sarà, una notevole riduzione di squadre e quindi di posti di lavoro. Il governo dovrà con uno strumento legislativo, sul tipo del sistema francese, dare una disoccupazione parziale per tutti i dipendenti, calciatori compresi.


Dal punto di vista economico-finanziario, non ci sono dubbi sul fatto che ci saranno delle ripercussioni per moltissime società. In tante non avranno le risorse sufficienti per affrontare il mercato.

Le squadre che parteciperanno alle coppe in base alle regole del FPF, potranno chiedere alla Uefa di poter superare i limiti del pareggio di bilancio, per i gravi e imprevedibili fatti verificatisi, ed indipendenti dalla volontà delle società stesse.

Non voglio sembrare catastrofista, ma alla fine di questa immensa tragedia bisognerà fare dei sacrifici enormi. Far ripartire l’economia sarà una cosa difficile e non ci vorrà poco tempo.

Non sarà ovviamente una situazione che riguarderà esclusivamente l’Italia ma sarà di carattere mondiale. Si dovrà ridimensionare tutto e tutti, per esempio, chissà se Pallotta svenderà la Roma o non riuscirà più nemmeno a venderla, e figuriamoci se Elliott potrebbe riuscire a vendere il Milan. Soprattutto, chissà, che ne sarà della costruzione dello stadio del Milan su cui tanta gente contava per l'opportunità di lavoro. Sarà una tragedia umana dalle ricadute economico-finanziarie incalcolabili.

Se non si riapriranno i cantieri, se le risorse non saranno indirizzate per far ripartire il PIL e non saranno controllate, torneremo a galla tra vent'anni. La costruzione dello stadio nuovo a San Siro subirà qualche ritardo (speriamo solo ritardo) e le condizioni economiche generali richiederanno particolari interventi per evitare il crac del sistema. 



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