| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

 Maradona non era un Dio 

di Mario Bocchetti, 27 Novembre 2020

Maradona non era un Dio.
Lo sanno tutti che Dio non può morire. La morte di una divinità può essere sancita solo dall’oblio, dall’assenza di fedeli, dalla perdita della memoria storica dei suoi miracoli. E pure in Argentina lo ricordavano eccome, a Napoli si è sfidato il Covid e il coprifuoco per apporre un mazzo di fiori al fu San Paolo e tutti i suoi miracoli sono ben impressi nelle nostre menti, you tube ci eviterà anche la difficoltà di dover raccontare le sue gesta, e le nostre emozioni, ai posteri con dovizia di particolari.


Maradona, per sua stessa ammissione, era solo un calciatore normale che voleva vincere. Era arrabbiato quando ha detto queste cose, in fondo sapeva di essere il migliore. Ma agli occhi dell’osservatore poco attento era solo un calciatore, anzi un calciatore drogato, un influencer negativo, un poco di buono, uno che aveva fatto dell’eccesso la sua vita. Noi mortali tifosi avremmo voluto vedere gli eccessi di classe solo in campo, ma gli eccessi si sono fatti sentire soprattutto lontano dal campo. Lo hanno schiacciato, lo hanno reso un uomo da infangare. Diego è caduto, ha assaggiato la terra, la polvere, la sporcizia del mondo. Troppi sono i giudici della terra che lo hanno condannato ad essere genio e sregolatezza. Quanto qualunquismo nell’espressione genio e sregolatezza, non la merita un grande.


“Io sono sinistro, tutto sinistro: di piede, di fede, di cervello” forse è stato proprio il suo essere sinistro a renderlo immortale. Maradona da sempre è stato un anti-stistema: in ogni caso lui si schierava dalla parte dei più deboli, perché in fondo anche lui era un debole, non aveva le stimmati del santo, ne gli piaceva sfilare in passerella tanto per esserci. Maradona aveva la debolezza dell’uomo comune, le mie stesse debolezze, le stesse identiche debolezze di te che in questo momento leggi, ma a differenza del pueblo lui aveva una voce. Il suo essere campione in campo gli permetteva di far sentire la voce della sua debolezza e lui ha scelto, molte volte di essere la voce degli ultimi.


La sua morte arriva nell’anno più difficile, arriva ora che il popolo soffre le diseguaglianze, ora che la gente comune è in balia di scelte scellerate della classe politica che ha meritato, e votato, in questi anni. Oggi il sud del mondo non può più far sentire la propria voce, ha perso il simbolo del proprio riscatto. La morte di un mito come Maradona, in questo momento storico, prende la forma di una grande verità: la sinistra, per come la intendevano i romantici è davvero morta, Perso l’ultimo baluardo degli sconfitti, coloro che se anche possono farcela nel mondo dei ricchi resteranno sotto il giogo della debolezza, non avranno più un posto in questo sistema sociale. Sistema che ormai non riesce più a farci sentire parte integrante del mondo.


Un cantautore napoletano scriveva che “a noi poveri fessi basta solo un Maradona”, delittuoso pensare che il riscatto sociale, riscatto di un popolo possa passare solo attraverso un simbolo. Oggi Napoli, l’Argentina e il mondo intero perde il suo simbolo e, come Diego, non ha avuto la forza di cavalcare l’onda del riscatto contando sul proprio talento e ora, come il Dio del Calcio che non era un vero Dio, è schiacciato dal peso della propria debolezza. I fragili pestano i fragili, i ricchi continuano a fare il loro semplice e inesorabile gioco: ci dividono. Ci fanno combattere nel nostro pollaio per poter continuare il loro imperio, e a noi restano sulla pelle i segni di una lotta già decisa verso la sconfitta.


Difficilmente conosceremo un nuovo Maradona, difficilmente potremmo pensare ad un mondo migliore se tutti noi non inizieremo a combattere per noi stessi ed essere pronti a difendere i deboli e i fragili. Sul prato verde ci potranno essere in tanti capaci di fare bei goal ed emozionare, ma quanti possono essere visti come trascinatore degli ultimi?Purtroppo Diego mancherà a tutti, a coloro che non avevano capito la sua semplicità e a coloro che lo osteggiavano per essere stato il più umano tra gli umani che nelle sue debolezze ha provato a dare voce a chi non l’ha mai avuta.

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