| UNA QUESTIONE DI CENTIMETRI |

Raposo 

di Federico Lo Cicero, 15  Aprile  2020

Nel 1961 esce in Italia il film Totòtruffa’62. Personaggio principale è Antonio Paluffo, interpretato dal principe De Curtis, un napoletano che ha reso Napoli la culla del mediterraneo dove il sogno può essere solo ad occhi aperti. Parliamo di Totò.


Ma veniamo al film. Antonio Paluffo era un truffatore professionista, riesce a far credere al malcapitato di turno di essere di fronte ad un affare d’oro, con un sorriso, che accompagna il nostro ricordo del film, ci viene alla mente la vendita della Fontana di Trevi a Roma ad un malcapitato turista americano.


Il personaggio che andiamo a raccontare è anche lui degno della menzione di truffatore, anzi è il più Grande truffatore della storia del calcio.


A Rio Pardo, nello stato del Rio Grande do Sul, in Brasile, il 2 aprile del 1963 nasce il “trasformatore di sogni”: Carlos Henrique Raposo.


Come ogni bambino brasiliano sentiva scorrere nelle sue vene la passione per il calcio, e voleva fortemente vivere di quello sport, per non essere costretto a lavorare come il padre e la madre. A dire il vero, non avrebbe neppure voluto giocare al calcio, ma al contrario di molti suoi coetanei avrebbe voluto studiare. La mamma lo costrinse a giocare e con il primo contratto a 15 anni al Botafogo arrivano i primi soldi che riescono a mantenere la famiglia. La mamma però era ignorante, e per far soldi affida la carriera di Carlos ad un procuratore senza scrupoli, che pose una cifra astronomica per riprendere in mano il suo cartellino.


Non sognava una vita di stenti, voleva essere libero di essere. Solo questo. Ma la domanda è sempre stata quella: essere chi? Da piccoli quando giocava con i suoi amici a calcio nei campetti improvvisati, ogni volta lui sceglieva di essere Garrincha o Pelè o Vavà, o Tostao…


Ma oltre la voglia di giocare non poteva andare, il suo sogno rischiava di frantumarsi come uno specchio in caduta libera. C’era una cosa che al piccolo Carlos non mancava era: la facilità di tessere relazioni con chiunque, ma non solo, anche farsi ben volere. Tutti provavano affetto per Carlos, in casa gli perdonavano le marachelle, la maestra a scuola si faceva abbindolare dal suo modo di sorridere e la sufficienza era scontata. Insomma, oggi lo definiremmo Influencer. Ma all’epoca non esistevano né internet e tantomeno twetter e Facebook. Aggiungiamo anche che Carlos oltre alla simpatia era anche attraente verso il gentil sesso. Nella sua attività preferita, vivere le notti brave a Rio, la compagnia di amici e amiche non mancava, riusciva con la sua immaginazione a far credere qualsiasi cosa a chiunque. Ci metteva il suo sorriso sicuro, la sua faccia da uomo deciso e perché no, anche il suo gesticolare pacato e allo stesso tempo nevrotico, insomma un mix di casino totale, che ammaliava chiunque.



Si racconta che insieme alla sua ragazza ed agli amici, in un locale di Rio ordinarono bevute senza sosta, salvo poi all’arrivo del conto finale, andare a parlare con il cassiere e a suon di chiacchere e una mancia “per la simpatia…” riesce a portare a casa un: “Han sbagliato, avevamo già pagato!!!” In realtà a quel tavolo, nessuno aveva tirato fuori un Cruzeiro. A scuola, quando ci andava, era un copiatore nato, quasi maniacale, voleva far sempre bella figura, ma senza eccedere, perché altrimenti sarebbe stato sgamato.


Nel suo sport da sogno carioca, non se la cavava male, ma in confronto agli altri della sua squadra era decisamente il più scarso. Ma al Botafogo prima e al Flamengo poi, riesce da ragazzo a tirare due calci alla palla. Arrivano gli emissari del Puebla, club messicano, cercano un giocatore che faccia sognare i propri tifosi. Le combine in Brasile sono all’ordine del giorno e come accadde per Luis Silvio Danuelo, anche Carlos Raposo conquista gli emissari con una prestazione favolosa, ma questa volta la partita era una classica di allenamento. E per fu così che i messicani gli offrirono il primo contratto.


Avete presente quando eravamo piccoli? Come Carlos, ci piaceva giocare con il nome di grandi giocatori nelle nostre partite in cortile, e come Carlos alcuni di noi giocavano solo a rincorrere la palla, in maniera ipotetica. Soltanto che ognuno poi tornava nelle proprie case felice o scontento in caso di vittoria o sconfitta, e nel secondo caso cambiare il nome del giocatore il giorno dopo. Ecco Carlos fa di meglio, non gli interessa vincere, giocare o fare gol. Nota che il calciatore in Brasile ha un suo status, e che la sua vita è ricca e senza pensieri, ma più che altro divertimento, specialmente notturno .


In Messico le cose non andavano bene, e il Puebla non lo riteneva un giocatore di calcio, al massimo uno da portare in panchina e da mettere se disgraziatamente qualcuno si faceva male. Riescono a venderlo a El Paso, negli Usa,, ma anche qua con la palla son dolori, allora vuole tornare in patria. La sua estate di Rio inizia con uscite nei locali più alla moda, dove si possono incontrare giocatori di fama, che lui stesso definisce colleghi, e inizia a creare amicizie su amicizie, fra le quali spuntano: Ricardo Rocha, Renato Gaucho, Romario e tanti altri. All’inizio questi lo ritenevano un fastidio, uno che cercava notorietà dalla loro amicizia, ma Carlos dimostrò, con tenacia, di essere loro amico perché condividevano la notorietà.


Un suo vecchio compagno di scuola, è un cronista sportivo, o meglio scrive di calcio su un grande giornale, e qui scatta la prima mossa: “Ti presento qualche amica se metti un titolone su di me che gioco a El Paso ”. Detto fatto arriva il titolone, con tanto di foto di lui accanto ad un palo della porta: “KAYSER: UM FUTEBOL DE CAMPEAO”. Il paragone con Beckembauer era per il suo fisico, non certo per i piedi e capacità, anche se nell’articolo si punta a questo. Si impegna a far arrivare nei locali di Rio questi giornali per poi passare a fare la star, onestamente per lui la cosa più semplice.


Grazie a questo titolone, il patron del Bangu Castor Andrade , squadra brasiliana, uomo abituato a chiedere solo una volta ed ad essere accontentato, ne decide l’acquisto. Durante una partita in cui la squadra perdeva per 2-0 ordina al suo allenatore di far scendere in campo il Kaiser. Il mister obbedisce, e lui prende di mira un giocatore avversario, inizia ad insultarlo in modo pesante, questi gli dice qualcosa sui suoi capelli, ed allora dalle offese si passa ai calci, tanto da scatenare una rissa. Risultato? Espulso prima di mettere piede nel rettangolo di gioco.


Il presidente del Bangu scende negli spogliatoi adirato come Achille sotto le mura di Troia. Carlos vede il presidente avvicinarsi con aria minacciosa e pugni al cielo e lo anticipa : “Prima di dirmi qualcosa, le voglio dire che la vita mi ha tolto un padre e me ne ha dato un altro (indicandolo) e non permetto a nessuno di dare del ladro a mio padre”. Con queste parole la furia del presidente si placa, anzi si volta ai suoi giocatori elogiandolo per l’attaccamento a lui ed ai colori della maglia. Riprese la parola e disse al presidente: “Non si preoccupi, il mio contratto tra una settimana scade e lascerò la squadra!” Il patron lo guarda, lo abbraccia e gli dice:”Domani ne firmi un altro fino a fine stagione. Rimani con noi. Ce ne fossero come te!!”. A fine stagione deve però trovarsi un altro ingaggio.



Mauricio, un grande giocatore carioca del tempo e guarda caso suo amico, lo fa inserire come giocatore nella rosa del Botafogo. C’è da dire che la parola di Mauricio era d’oro per il club, essendo il giocatore più amato dai tifosi. Inizia così la sceneggiatura scritta ed interpretata come un attore Hollywoodiano da Oscar di Carlos. Si presenta al campo per il primo allenamento nel suo peso classico, deve rimettersi in forma, ma garantisce che entro poco ci rientra.

Il “suo” programma di allenamento era da Top Player, quindi aveva un personal trainer di sua fiducia, che gli “imponeva” due settimane di sola seduta atletica. E niente pallone. Inutile dire che quel personal trainer era un amico che si prestava al ruolo in cambio di serate organizzate da Carlos. Finito il periodo atletico, si passa all’allenamento tradizionale. Il genio si sa non conosce confini, cerca contatti con i compagni, ma senza riuscire a farsi male, allora in un controllo di palla semplice, riesce a cadere e lamentare un forte dolore alla caviglia. Tutti si preoccupano, anche il presidente che vede la sua possibile stella infortunata e chissà quando rientrerà. L’unico a capirci qualcosa della situazione era Mauricio, ma aveva due vincoli: conosceva Carlos sin da piccolo e aveva garantito lui per l’acquisto. Se poi aggiungiamo che l’infortunio alla caviglia lo toglieva dall’imbarazzo della sua scarsezza e garantiva serate ottimamente organizzate, allora si poteva fare. Altri 20 giorni in infermeria. Pensate che per quei tempi la risonanza magnetica era fantascientifica, doveva sempre essere inventata.



Intanto Carlos socializzava con i calciatori, cercava di aiutarli in qualsiasi modo. Donne, prestiti di denaro in banca, copertura dalle mogli di quelli sposati, in cambio chiedeva “solo” di essere preso a calcioni in allenamento quando poteva presentarsi la possibilità di essere schierato in campo nella partita imminente. E così sistematicamente accadeva, in cambio di favori un bel calcione da essere spedito in infermeria. Si arriva così alla fine della stagione, e le sue presenze risultano pari a zero.


Vien deciso di cederlo e si fa inserire come contropartita tecnica in una trattativa con il Flamengo. La storia si ripete come al Botafogo, re delle serate, ma fantasma in campo: pochi allenamenti, ma tanti amici e ragazze. Addirittura inizia a comportarsi da star pur non sapendo come calciare un pallone. Si presenta al campo con un grande telefono cellulare, per quei tempi era uno degli status symbol dei ricchi, improvvisando dialoghi in inglese, dicendo poi che grandi club europei lo volevano nel vecchio continente, pronti ad offrirgli ingaggi faraonici. Onestamente pensiamo che dalla parte opposta della cornetta, ci sia stato il disco che ripeteva l’ora esatta. Internet, come detto, a quei tempi non esisteva, bastavano un paio di articoli, buone relazioni e le dicerie della gente, ed il gioco era fatto. Il giro di “amicizie” si allarga anche ai medici delle squadre, ogni volta che finiva in infermeria, i referti erano a dir poco cupi e preoccupanti.



Ma a suon di dire Europa, Europa… la chiamata arriva, è l’Aiaccio nel 1986. Qui inizia la vera performance di Carlos, provata e riprovata negli anni, ma sempre in portoghese, adesso c’era da parlare il francese. Gli viene assegnato un traduttore, allora nessun problema. La presentazione avviene dentro lo stadio, Carlos saluta e manda baci alle migliaia di tifosi accorsi, si rivolge alla curva e bacia ripetutamente la maglia. Il presidente gli chiede qualche palleggio, ma lì ha il colpo di genio: inizia a lanciare i palloni a casaccio verso i tifosi e non importava dove, poteva sempre dire che erano tiri ad effetto. Palloni spariti e niente da dimostrare! Pubblico in delirio ed entusiasta, Carlos che capisce che tutto il mondo è paese, e che il suo traduttore da quel momento sarebbe stato il suo angelo custode anche nelle serate … con annesse amiche. Risultato? Anche in terra francese pochissime presenze a causa di infortuni “gravissimi”, ma contratto da Top Player in banca.


Estate 1987 finalmente arriva dove diceva di aver giocato ma nessuno lo sapeva: la Fluminense. Intanto le sue amicizie crescevano e il numero di calciatori amici idem. Per sua stessa ammissione ogni anno che andava in ritiro con la nuova squadra iniziava il suo lavoro di pubbliche relazioni qualche giorno prima. Si recava negli alberghi dei ritiri due giorni prima, portava qualche ragazza e le sistemava al piano inferiore a quello riservato alla squadra. Per i suoi compagni non c’era bisogno di lasciare l’albergo, bastava scendere i gradini del piano, sapendo che poi Carlos avrebbe pensato alla “riscossione” quando aveva bisogno di un calcione. Anche alla Fluminense la stessa sceneggiata per l’intera stagione e grazie ad una buona parola dei suoi amici calciatori, come Renato Gaucho, che in Italia conosciamo come Renato Portaluppi, riesce a trovare un altro ingaggio niente meno che nel Vasco de Gama. Le parole di Renato? Dette al solito comune amico della stampa e riportate: “Carlos il Kaiser? Penso, anzi sono sicuro, che sia il più grande attaccante con cui ho giocato.” Altro anno da premio Oscar, e si arriva all’ultima stagione a El Paso Sixshototers, siamo nel 1990/91.


Qua non ha bisogno di grandi bugie… dopo qualche “infortunio” di troppo decide che è la sua ultima stagione, e che deve dar ascolto al suo fisico che è logoro per la lunga attività calcistica di quasi 20 anni. Peccato però che in 20 anni abbia calcato il campo per un totale di 34 presenze e si vocifera un gol, che più che altro è e rimane un episodio leggendario, che non trova conferma.


Anni dopo anche Riccardo Rocha, grande difensore carioca del Real Madrid dirà di Carlos: “Raposo? Un grande amico, simpatico ed amante del calcio e della bella vita. Ho detto amante, perché gli unici problemi con il calcio li aveva proprio con la palla. Diceva a tutti di essere un attaccante, ma non ha mai fatto un gol o un assist, Durante la partita se la palla veniva giocata sulla destra lui si defilava a sinistra, e viceversa, dicendo poi di essere ignorato. Senza talento calcistico, ma simpatico, tutti gli volevano bene.”


Ogni volta che per scarso rendimento i presidenti volevano cacciarlo i suoi stessi compagni di squadra pretendevano che restasse, in segno di gratitudine ed amicizia. Ogni volta che entrava in campo faceva un paio di scatti e si metteva le mani nei capelli, a simulare uno stiramento od uno strappo, che poi i medici compiacenti avrebbero certificato da prognosi lunghissima. Se non c’era il medico compiacente allora pretendeva di andare da uno di sua fiducia. Che in realtà era un dentista e in cambio di serate e banconote, faceva il referto a lui più conveniente. Questa è la storia del più grande truffatore del calcio. Una storia surreale se la catapultiamo nel modo di oggi, se pensiamo anche a Gaucci, presidente del Perugia che acquistava i suoi giocatori per video cassette. Ma erano altri tempi, tempi in cui videro venire nella nostra serie A giocatori improponibili, ma di estrazione carioca, come se fosse una garanzia D.O.C. essere brasiliani per giocare al calcio.


Non ci credo! Ha cambiato squadra di nuovo??”

- Romario riferito a Carlos Henrique Raposo-

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